Interviste

Black Keys: «Non ci sentiamo in colpa se viviamo con la nostra musica. Fanculo!»

Difficile spiegare il perché – anche se ci proveremo con questo articolo – ma i Black Keys sono uno di quei gruppi che finisce per piacere a tutti, indipendentemente dai gusti personali, come dimostrano i due sold out registrati in Italia nel 2012 (Milano, a gennaio, e Torino, a dicembre), per non parlare del successo degli ultimi due album. Ecco la cronaca, raccontata spesso attraverso le loro parole, di un successo quasi annunciato.

black keys intervistaAkron, quinta città in ordine di grandezza dell’Ohio, è conosciuta soprattutto per essere la capitale mondiale della gomma, grazie alla fama di fabbriche come quelle della Goodyear e della Firestone. Non un primato invidiabile, ne siamo coscienti, soprattutto se si pensa alla qualità dell’ambiente e al tremendo impatto che ha avuto la chiusura forzata di molti dei colossi che producevano pneumatici, fattore che ha contribuito al rapido declino della città.
È soprattutto negli anni 70 che Akron balza agli onori delle cronache musicali, prima con il successo dei suoi figli più celebri, i leggendari Devo, poi con una rapida espansione della scena locale, in cui trovano spazio nomi che si perdono tra le pieghe del tempo: Chi-Pig, Bizarros, Rubber City Rebels, The Waitresses e Tin Huey. Tutti quanti raccolti su The Akron Compilation della Stiff Records, dotata di una copertina funambolica e passata alla storia: grattando la sagoma del pneumatico disegnato nella parte alta, infatti, se ne potrà apprezzare il suo classico odore di gomma. Tra le band incluse, una in particolare ci interessa per questo articolo, ovvero i Tin Huey, in cui milita un sassofonista chiamato Ralph Carney, destinato a diventare un session man di fama con Tom Waits, B-52’s, Elvis Costello, Bill Laswell e molti altri. Ralph ha un nipote, Patrick Carney, che a sedici anni mostra già una gran voglia di seguire le sue orme, come batterista però, e lo incoraggia a mettere in piedi quella band di cui gli parla sempre, assieme un compagno di scuola, tale Dan Auerbach, suo grande amico con cui passa le giornate in cantina a provare.

BLUES BROTHERS
Patrick Carney
mi guarda un po’ meravigliato e sono felice di aver superato la sua iniziale diffidenza (o forse era semplicemente la noia per l’ennesimo rituale fatto di domande tutte uguali): «Davvero conosci i Tin Huey? Mi fa molto piacere, erano una grande band e purtroppo non hanno mai avuto la fortuna che si meritavano. Mio zio Ralph è l’unico punto di riferimento della mia carriera, mi ha sempre spronato ad andare avanti e a suonare ciò che mi piace, senza stare a pensare al resto. I suoi consigli sono fondamentali per me».

A differenza dello zio, però, i Black Keys – questo il nome che i due si sono scelti – hanno saputo gestire bene il proprio potenziale, finendo per diventare uno dei gruppi più famosi degli States, prima, e del mondo, poi. Merito di una lunga gavetta, di alcune scelte manageriali piuttosto scaltre e della facilità con cui, in tempi recenti soprattutto, sono riusciti a sfornare pezzi accattivanti, senza mai piegarsi troppo alle logiche commerciali. E lo stesso sottile equilibrio tra l’essere paraculi e lottare per la propria indipendenza artistica è l’essenza dei Black Keys, certamente più a loro agio su un palco con gli strumenti in mano che davanti a un registratore. L’intervista, raccolta tempo fa, poco prima della pubblicazione dell’ultimo album El Camino, ha evidenziato due personaggi affabili ma diffidenti, capaci di infiammarsi per esprimere il proprio punto di vista così come di lunghi silenzi quasi disinteressati e risposte evasive.
La chimica tra Dan e Pat funziona magicamente e non potrebbe essere altrimenti, visto il lunghissimo ed esclusivo sodalizio artistico: «Non c’era nessuno interessato a suonare con noi due, facevamo dello strano blues malato e non eravamo neppure tanto bravi a livello tecnico», racconta Auerbach. «Io avevo una chitarra, Pat una batteria e tanto ci bastava. A forza di sognare di avere una band ci siamo detti: “ma perché non la mettiamo in piedi veramente?”. Così ci siamo trovati a fare sul serio da un giorno all’altro, non avevamo nessuna voglia di andare all’università o di finire a lavorare in una fabbrica. La musica era il nostro solo interesse e l’unica possibile via di fuga da quella città. Non ci interessava neppure coinvolgere altre persone e, ancora oggi, siamo un po’ in difficoltà quando partecipiamo a progetti allargati, non siamo abituati a dover dividere il palco o lo studio con altra gente».

LONG WAY TO THE TOP
Il passo per il debutto discografico è breve e, poco dopo le prime prove, i Black Keys registrano The Big Come Up (2002) nella camera da letto di Carney su un otto piste. Una manciata di pezzi originali e qualche cover sono il biglietto da visita del duo, blues slabbrato e povero sulla scia dei più famosi White Stripes, ma decisamente più grezzo e garage. Quasi nessuno si accorge di loro, tranne la label di culto Fat Possum, all’epoca sussidiaria della Epitaph e dedita al recupero di musicisti blues dimenticati come Junior Kimbrough e R.L. Burnside. Per quell’etichetta incideranno due dischi, Thickfreakness e Rubber Factory, registrato in una fabbrica di gomma in cui i due avevano rilocato il proprio personale studio di registrazione. Il sound comincia a farsi più interessante e particolare, i paragoni con Jack e Meg White lasciano il tempo che trovano e l’intenso tour de force a cui si sottopongono dopo ogni uscita discografica li porta in breve tempo a formare una fan base piuttosto nutrita e fedele. La strada verso il successo, a quel punto, non sembra così lunga e difficoltosa.
Se per vedere il loro nome in cima alle classifiche di vendita di Billboard bisognerà aspettare ancora qualche anno – qui siamo nel 2006 – i soldi cominciano ad arrivare quando i due decidono di cedere in licenza tre pezzi del nuovo disco di inediti, Magic Potion, pubblicato dalla Nonesuch, per alcune pubblicità di colossi come Sony, Nissan e Victoria’s Secret. Se, da un lato, la mossa porterà immediati benefici economici (e contribuirà a far diventare la musica una professione e un mezzo di sostentamento), dall’altro alienerà loro una parte di fan che vedono una smaccata volontà di svendersi al miglior offerente. Provate ad accennare alla cosa in presenza di Pat e Dan e vi troverete davanti due belve che non sentono ragioni. Soprattutto il batterista, dopo avermi squadrato, sibila: «Quelli che ci accusano di essere dei venduti sono dei fighetti di merda, probabilmente ricchi sfondati e senza problemi economici. Possono andare a farsi fottere, parlano e non sanno cosa vuol dire non avere un soldo in tasca e mangiare merda tutti i giorni. Non ci sentiamo di certo in colpa se ci guadagniamo da vivere con la nostra musica. Fanculo!». Ok, come non detto.

YES WE CAN
Per fortuna, in nostro aiuto, arrivano il produttore Danger Mouse e l’uscita di Attack & Release, il primo disco di buon successo dei Black Keys, quello in cui finalmente esplorano con curiosità le influenze iniziali e rimettono in discussione il blues povero degli esordi. Danger Mouse regala alla loro musica una profondità fin lì sconosciuta e giustifica tutto il clamore che comincia a circolare attorno al loro nome. Tra altri brani prestati a commercial e videogiochi, i due trovano il tempo per fare da spalla ai vecchi eroi Devo a un concerto benefit a favore di Barack Obama, all’epoca candidato alla presidenza degli Stati Uniti e, persino, per mettere in repentaglio la loro stessa carriera.
A inizio 2009, Auerbach pubblica un disco solista senza nemmeno avvisare Carney – il motivo era la scarsa comunicazione tra i due dopo il matrimonio di quest’ultimo con una ragazza che Dan odiava -, a cui il batterista replica con un suo progetto chiamato Drummer. Niente di memorabile per entrambi e la riconciliazione trova i Black Keys pronti al successo globale, prima con un bel side project blues rap (Blacrock, assieme a Mos Def, Ludacris, RZA e molti altri) e, infine, con una coppia di album che li lanciano definitivamente nel pantheon della scena rock mondiale. Prima tocca a Brothers del 2010, poi allo scintillante El Camino l’anno successivo, sorta di omaggio al furgone con cui i due sono sempre andati in tour attraversando gli States e assemblato sempre dal solito Danger Mouse, ormai quasi il terzo membro del gruppo. «C’è questo luogo comune che lo dipinge solamente come un produttore hip hop. Il suo background, invece, è molto simile al nostro e proprio per questo motivo ci troviamo bene. Ascolta punk, rock, blues, i Beatles e, certamente, anche molto hip hop. Il sound dei Black Keys è un perfetto mix di tutte quelle influenze». In attesa del nuovo lavoro in studio, previsto per il 2013, non perdeteli dal vivo.

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