Interviste

Blonde Redhead 2010

TUTTO SI TRASFORMA

Se fai noise rock e inizi la carriera sotto l’ala protettrice di Steve Shelley – batterista dei Sonic Youth, che di quella scena sono stati i padrini – rischi di trovarti chiuso in un vicolo cieco da cui è dura venire fuori. E invece i Blonde Redhead ne sono usciti alla grande, pur senza mai rinnegare di esserci stati. Come? Puntando tutto sul cambiamento. Amedeo Pace, chitarrista e fondatore della band italo-americana insieme al gemello Simone (batterista), ci ha parlato dell’ultima, ennesima trasformazione dei Blonde Redhead.

di Francesca Vuotto

La maggior parte dei fan italiani non avrà ancora ascoltato il nuovo disco prima di vedervi dal vivo. Penny Sparkle esce il 13 settembre, proprio il giorno del terzo ed ultimo vostro concerto nel nostro paese. Ci dai qualche anticipazione? Il processo di composizione è stato molto diverso rispetto agli altri. Per prima cosa, l’abbiamo scritto praticamente tutto in campagna vicino a New York, dove abbiamo affittato una casa circondata da un orto, una foresta ed un fiume. E poi abbiamo lavorato per la prima volta con Van Rivers e The Subliminal Kid, i due ragazzi svedesi che lo hanno prodotto.

E com’è andata? È stata una bellissima esperienza, ma anche abbastanza difficile, come sempre quando si tratta di essere creativi. Abbiamo passato dei momenti in cui eravamo molto incerti sul da farsi e su come andare avanti, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

Com’è nata l’idea di lavorare con loro? Quasi per caso. Abbiamo deciso di produrre da soli 23 (album uscito nel 2007, nda) perché non l’avevamo mai fatto prima, mentre per i due dischi precedenti (Melody Of A Certain Damaged Lemons del 2000 e Misery Is A Butterfly del 2004, nda) avevamo collaborato con Guy Picciotto (cantante e chitarrista dei Fugazi, nda), a cui avevo pensato indicativamente anche perquest’ultimo disco, ma poi è andata diversamente. Abbiamo incontrato Van Rivers e The Subliminal Kid perché dovevano aiutarci con un brano che non riuscivamo a suonare: Kazu è andata in Svezia e ha lavorato a questo pezzo con loro, che a poco a poco si sono interessati all’intero album.

Qual è stata la difficoltà maggiore? Di sicuro il fatto che non ci conoscessimo e, in questi casi, più sono le persone coinvolte e più la situazione si complica. Dal punto di vista professionale, noi avevamo voglia di qualcosa di nuovo, per quelli che sono i nostri interessi e per quello che sarebbe stato suonare i brani dal vivo, e loro ovviamente avevano da seguire le loro passioni ed il loro istinto. Abbiamo dovuto trovare una via di mezzo.

E qual è la novità a cui siete giunti grazie al compromesso? Sono pezzi molto diversi da quelli del passato e da come li avevamo pensati originariamente. Van Rivers e The Subliminal Kid hanno un approccio ritmico abbastanza semplice, mentre noi invece siamo sempre abbastanza complessi perché tendiamo ad esprimere tante idee. Questa differenza è stata un po’ un problema quando abbiamo cominciato, perché abbiamo dovuto mettere da parte alcuni tratti della nostra musica per introdurne altri, però il risultato alla fine è stato quello che volevamo tutti. Nel tempo abbiamo sviluppato un modo abbastanza definito di esprimerci, quindi cambiare ci ha messo alla prova.

Gli esiti di questo disco segnano quindi una svolta? Non te lo so dire, perché ho sempre trovato un po’ limitante chiudermi ad altre modalità di espressione decidendo a priori come far venire fuori un disco. È un continuo voler crescere e cambiare con la musica, quindi ora è andata così e in futuro si vedrà. È sempre stato così per noi.

C’è anche chi ha considerato le evoluzioni della vostra lunga carriera (suonano insieme dal 1993, nda) come un tentativo di strizzare l’occhiolino al mercato. Non c’entra niente il mercato, è difficile spiegare come nasce un disco: non si ha mai completamente il controllo e capita che al momento vengano fuori su cui si decide di insistere perché possono funzionare. È stata una crescita talmente graduale che è un po’ come quando guardi delle vecchie foto, ti vedi diverso ma non sai come e quando sei cambiato, perché è successo senza che te ne accorgessi.

Per leggere l’intervista completa sul numero di settembre di Onstage Magazine, clicca qui.

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