Interviste

Bloody Beetroots: «Il mondo deve ritornare ad ascoltare e a fare musica»

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Intervista a The Bloody Beetroots, autore di uno dei dischi più importanti del 2013 tuttora in corso. Ecco cosa ci ha raccontato.

Dominante all’estero, appena conosciuto in Italia. È la storia di Sir Bob Cornelius Rifo, individuo che staziona dietro al moniker The Bloody Beetroots. Il suo nuovo album Hide è una fucilata di musica electronic house che impasta senza ritegno e con uno stile davvero unico rock, pop, metal, dance, funk e chi più ne ha più ne metta.
Giunto a quello che è solo il secondo full length da studio, Rifo ha potuto contare per questa pubblicazione su alcuni featuring impressionanti: Paul McCartney e Peter Frampton su tutti, ma anche Tommy Lee, Martin Glover aka Youth dei Killing Joke, Sam Sparro, Theophilius London e molti altri. L’impeto esecutivo e compositivo che lo ha animato nel suo ultimo disco, si ritrova perfettamente anche quando incontriamo l’artista, entusiasta di presentare il proprio album.

Qual è l’obiettivo che ti sei posto con Hide?
Potrà suonare arrogante ma ne avevo diversi. Intanto volevo far transitare il suono del passato in queste composizioni, per creare un sound che portasse nel futuro le origini e che soprattutto non dimenticasse il passato stesso. Dentro ogni traccia si nasconde un universo che chiunque può scoprire, a patto di provare ad ascoltare il disco in maniera analitica, per cogliere le citazioni e la lezione di chi ha scritto la storia della musica. Volevo anche offrire delle facili chiavi di lettura per le nuove generazioni, per provare a fare capire loro che cosa si stanno perdendo non considerando totalmente il passato.

Come mai queste esigenze?
Perché il mondo deve ritornare ad ascoltare e a fare musica. Oramai i DJ non fanno più musica, non compongono più, si limitano a copiare o a mixare in modo scontato, tutto suona uguale, tutto è guidato solo dal business. Io voglio fare il musicista non il DJ e con questo disco voglio dimostrarlo.

Il business a cui ti riferisci è quello dell’EDM (Electronic Dance Music)?
Esatto, in America oramai tutto è classificato come EDM perché è il nuovo trend, la nuova moda che fa ballare e sballare i giovani. Qualcuno lo ha paragonato al punk, in realtà non è altro che il nuovo pop da quelle parti, hanno capito come trarre profitto da un filone musicale che ha al suo interno molte correnti e peculiarità diverse.

E quindi i featuring con diversi mostri sacri servono per dimostrare che anche suonando Electronic House si possa tramandare la storia e proiettarla nel futuro?
Esattamente. Non penso che McCartney e Frampton avrebbero accettato di collaborare con me se avessero capito che ci fosse stato del mero business dietro questo progetto. Io personalmente dopo aver lavorato con queste leggende della musica non so davvero cos’altro chiedere alla vita. Rimanere un giorno nello studio di Paul McCartney e vederlo all’opera per scrivere la coda del brano che lo vede protagonista (Out Of Sight) è stata l’esperienza definitiva.

Hai visto personalmente tutti gli artisti che hanno collaborato con te?
Sì assolutamente, non riesco a lavorare se non stabilisco il rapporto umano con le persone, ho bisogno di stabilire il vibe giusto con loro. E’ stato fantastico vedere come autentiche leggende viventi abbiano levato da subito la barriera generazione che inevitabilmente ci divide (Rifo è un classe ’77, ndr) non appena arrivati in studio e iniziato il lavoro.

Tu invece non ti fai vedere dal vivo…
La maschera che indosso è un catalizzatore d’interesse. E’ tutto studiato per portare l’attenzione verso di me, anche il nome Bloody Beetroots/Rape Sanguinanti è un nome che ti ricordi no? E’ un modo per convogliare l’attenzione per poi ascoltare e dare la massima importanza alla musica che faccio. Inoltre per me la maschera è qualcosa di inevitabile, essendo nato a Bassano, la vicinanza con Venezia e la Commedia dell’Arte di Goldoni hanno avuto una fortissima influenza su di me, oltre ovviamente ai fumetti di Frigidaire e di Ranxerox.

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