Interviste

Niccolò Agliardi, Braccialetti rossi 3 e il nuovo romanzo: «Ora so cos’è la felicità»

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di Silvia Marchetti
Foto di Francesca Marino

Da pochi giorni è uscito Ti devo un ritorno, il primo romanzo di Niccolò Agliardi, ispirato a una vicenda realmente accaduta. Tra i tanti progetti realizzati dall’autore e cantautore 42enne c’è anche un nuovo album, Braccialetti Rossi 3, colonna sonora della celebre serie tv targata Rai. Abbiamo incontrato l’artista milanese per farci raccontare la genesi di questi importanti lavori ma anche per parlare di sogni, di musica e di felicità.

Come è nata l’idea del libro? Ho lavorato cinque anni a questo romanzo. Sognavo di pubblicarlo da parecchio tempo. È ispirato a una storia vera, a una vicenda che mi raccontò un caro amico, Giovanni Gastel. Un giorno mi parlò di questa strana comunità portoghese, i cui pazienti provenivano principalmente dalle Isole Azzorre. Siamo andati insieme sul posto per capirne il motivo e per fare un giro di ricognizione. Scoprimmo che nei pressi dell’isola ci fu un naufragio di un’imbarcazione carica di cocaina. Ciò provocò un inferno indescrivibile: la droga fu utilizzata dai ragazzi isolani. Ma il libro non parla solo di questo.

Infatti i protagonisti del tuo romanzo sono Pietro e Vasco. C’è questa splendida alleanza tra i due: un quasi uomo, un 32enne milanese che sta per diventare adulto ma che ha una paura fottuta di crescere, e un ragazzo molto brillante e simpatico, un italo-portoghese dal forte accento romano che purtroppo cade nella trappola della droga. Pietro cerca di aiutarlo ma con le armi che conosce, perché ha già un sacco di problemi personali. Sta scappando dal suo dolore e dalla sua vita. Ha subito la perdita del padre e si ritrova improvvisamente a dover fare da genitore, fratello maggiore e amico a Vasco.

Nel libro parli spesso di destino e dell’importanza delle scelte. Perché? Credo che il 90 per cento del destino di ciascuno di noi dipenda esclusivamente dalle nostre scelte. Perché il destino non è una scienza astratta, lo costruiamo noi. Io non sono un fatalista, sono estremamente concreto. In questa storia c’è tanto di mio. Mi arrabbio molto quando mi dicono che io sono Pietro. Lui ha 10 anni di meno, ha i capelli, è bravo a surfare. Io sono diverso, forse inconsciamente avrò trasmesso al personaggio alcune mie caratteristiche.

Cosa pensano i ragazzi di Braccialetti rossi del tuo romanzo? Mi hanno incoraggiato e hanno vissuto con me la nascita del libro. Siamo sempre insieme, è inevitabile. Addirittura alcuni di loro mi hanno aiutato mentre scrivevo sul set. Ad esempio un ragazzo del cast mi ha dato una mano col personaggio di Vasco. Mi ha trasmesso lo sprint romanesco che serviva.

Scrivi libri, sei autore di riferimento dei più importanti artisti italiani, realizzi album e colonne sonore, insegni: come riesci a conciliare tutti questi impegni? Beh, sono legati a momenti diversi della mia quotidianità. Riesco a gestire bene il mio tempo, anche perché ci sono tanti automatismi nel mio lavoro. Spesso non dormo, soprattutto quando sono molto preso dalla scrittura. Però devo dire che il romanzo mi ha dato quel rigore che mi mancava. Una canzone può nascere anche in un’ora mentre per completare un capitolo di un libro ho impiegato giorni, se non addirittura settimane. E ho avuto bisogno di isolarmi, di chiudermi nel silenzio più assoluto.

E a livello emozionale, cosa cambia dall’essere romanziere ad autore di brani? Sono mondi diversi. In una canzone devi riuscire a condensare ciò che pensi o ciò che provi in poche parole. In un romanzo hai il problema opposto. Scrivere questo libro è stato per me fondamentale: nasce da un bisogno personale, viscerale. Avevo davvero una forte necessità di pubblicarlo. E poi credo che per un autore sia importante esporsi, rischiare la gogna pubblica. Ma solo se hai davvero qualcosa da dire. Altrimenti meglio lasciar perdere. Io ho atteso cinque anni ma so di aver scritto una bella storia, proprio come la volevo. Vorrei che diventasse un film. Sarebbe fantastico.

Il 14 ottobre esce invece l’album Braccialetti rossi 3. In molte canzoni si ripete, quasi come un mantra, la parola felicità: per quale motivo? Questo è un disco che va molto fuori, spazia, con meno canzoni rispetto agli altri lavori, ma non più legate al tema della malattia, della riscossa, della guarigione, che tanto hanno dato ai brani precedenti. Qui siamo di fronte a una serie tv recitata da ragazzi che oggi sono cresciuti, hanno 20 anni, guidano, vanno in vacanza da soli, fanno l’amore. Io avevo bisogno di rappresentarli al meglio, con verità, come ho sempre fatto in questi anni. E sai cosa ho imparato da loro? A godere della felicità degli altri. Quando esci dall’ospedale impari a governare le malinconie, diventi adulto. Una grande conquista.

Cartoline è una delle canzoni più rappresentative. Come è nata? È un gioco. Siamo partiti dagli anni Ottanta, con una cassa filtrata, poi è venuto fuori questo testo che dice: “Sono innamorato senza soluzione ma è la mia guarigione”. A volte ci dimentichiamo di mandare cartoline dalla parte più profonda del cuore e nascondiamo i nostri sentimenti. Un altro pezzo che amo è Ti sembra poco, nato dopo un concerto di Bruce Springsteen visto con i ragazzi. Ci siamo detti: come sarebbe bello poter scrivere un brano rock come il Boss. Ovviamente è impossibile! Ma ci siamo messi a suonare insieme, improvvisando e divertendoci da matti.

Come scegli gli artisti a cui “affidare” i brani che scrivi? Per donare una canzone devo innanzitutto conoscere la persona che poi canterà il mio brano, devono esserci stima reciproca e un certo feeling. Questo è accaduto con Laura Pausini, Eros Ramazzotti, Emma, per citarne alcuni. Non sarei capace di comporre una pezzo se dall’altra parte non trovassi qualcosa di speciale.

Con quale artista sogni di collaborare? Mi piacerebbe lavorare con Cesare Cremonini. Trovo bravissimo Fedez, adoro Tiziano Ferro e sogno di scrivere una bella canzone d’amore per Fiorella Mannoia.

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