Interviste

Brian May: «Torno in Italia per sdebitarmi del vostro folle amore per me e i Queen»

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Negli ultimi anni, a Brian May piace esagerare: se una volta per vederlo nel nostro Paese era necessario un pellegrinaggio di quelli fatti bene, ultimamente i suoi fan hanno avuto la possibilità di vederlo un po’ in tutte le salse, con o senza Queen. Dalla metà degli Anni Duemila in avanti, infatti, decine sono state le occasioni per sentire dal vivo la sua Red Special: prima col solo Roger Taylor, poi con le nuove incarnazioni dei Queen e, ultimamente, anche in compagnia di Kerry Ellis. Se per rivederlo in compagnia di Roger Taylor e Adam Lambert dovremo aspettare il prossimo 25 giugno all’Anfiteatro Camerini di Piazzola sul Brenta, questa fine di febbraio ci permette di gustarcelo in una veste più intima. Le imminenti sei date italiane in compagnia della Ellis ci hanno permesso di parlare nuovamente con lui. Di tutto, come sempre.

Ciao Brian, questa volta hai voluto davvero strafare con noi! Quando avete deciso che sarebbe stato il momento per un mini tour di questa portata? Per troppi anni l’Italia ha amato alla follia la musica dei Queen e ogni mio progetto solista, senza poter avere in cambio qualcosa di davvero speciale per questo. Quando io e Roger abbiamo ricominciato a suonare insieme, ancor prima di pensare ad un cantante fisso, l’Italia è stata una delle prime nazioni a venirci alla mente. Ricordo quel giorno al Pavarotti And Friends come qualcosa di inspiegabile: tutti quei pullman arrivati da ogni parte della Penisola, un bagno di folla pazzesco che ci dissero fosse giunto quasi esclusivamente per noi. Pensare oggi a chi partecipò a quella serata ha dell’incredibile: dal Maestro Luciano a Eric Clapton, passando per Deep Purple e U2. Il mio grande amico Zucchero. Eppure il boato che ci investì all’ingresso fu qualcosa che ci mise i brividi. Negli ultimi dieci anni ho provato in qualche modo a sdebitarmi e queste date fanno parte ancora di quello!

Sei in un grande momento di forma, hai in ballo mille progetti e sembri tornato indietro nel tempo. Solo apparenza? Non esagererei, ma devo ammettere di sentirmi bene. Ho sempre tenuto la testa impegnata su diversi fronti e questo mi ha aiutato a superare molte disgrazie che mi sono capitate. Cose che nella vita succedono a chiunque, intendiamoci, ma che quando sei un personaggio pubblico è più difficile tenere nascoste. Inoltre, ho capito anche che ammettere talvolta di non stare poi così bene è terapeutico. Ho un temperamento che tende alla depressione, quindi spesso devo contrastare la cosa lavorando e mettendomi a testa bassa su tanti progetti, ma penso anche che sia una cosa connaturata in me: anche quando sono in un buon periodo, infatti, tendo a non riposarmi mai. Forse è semplicemente una questione caratteriale. Ad ogni modo, sì, amo guardare sempre al futuro e avere cose per cui continuare a vedere avanti. Amo parlare del mio passato, ma allo stesso tempo sto male nel ricordare alcuni episodi o persone che oggi non sono più con me, ma talvolta è necessario. Come negli ultimi mesi, in cui alcune persone care se ne sono andate.

Hai voluto dire pubblicamente la tua sulla scomparsa di Lemmy e David Bowie. Immagino siano due delle persone cui fai riferimento. Tendo a pensare molto alle cose, anche per lunghissimo tempo e non so nemmeno se sia sempre un bene, ma non posso farne a meno. Nella mia vita ho superato cose molto grosse come la scomparsa dei miei genitori, quella di Freddie e molte altre, ma ogni volta è come se ripiombassi in un buco da cui rialzarsi è difficile. Ho anche capito però che parlarne mi aiuta ad elaborare certe cose, quindi ho voluto subito omaggiare due artisti che ho avuto anche la fortuna di conoscere e frequentare personalmente. Non è che con entrambi abbia passato tanto tempo, ma sono stati presenze costanti della mia vita e della mia carriera fin dagli Anni Settanta. Era impossibile non farsi influenzare dall’arte di David e se ci pensi la storia dei Queen, oltre che per Under Pressure, è legata a lui anche per altri motivi: al Live Aid suonammo uno a ridosso dell’altro, la sua performance al tributo per Freddie è rimasta nella storia della musica e, quando registravamo il nostro primo album, eravamo costretti a suonare di notte perché utilizzavamo gli studi tra una pausa e l’altra delle sue registrazioni. Per tutti era impensabile che due personaggi del genere potessero morire. Purtroppo, sappiamo che la vita spesso va in direzioni per noi incomprensibili.

Il primo tour con Kerry nel Regno Unito fu all’insegna del rock classico, il secondo (il primo a toccare l’Italia, ndr) fu invece acustico. Cosa dobbiamo aspettarci dal One Voice Tour? Questa volta sarà una sorta di via di mezzo, con un po’ più di tempo dedicato all’elettricità. Abbiamo provato molto per questa parte di tour, proprio perché sarà qualcosa di molto più elaborato rispetto alla veste acustica dell’ultima volta. Abbiamo nuovi brani da far conoscere al nostro pubblico e i classici che tutti si aspettano. Soprattutto, però, abbiamo un messaggio molto importante da portare e vogliamo che giunga nel modo più chiaro possibile. Tutti pensano alle mie canzoni da un punto di vista esclusivamente musicale, il che equivale a vederne solo una piccolissima parte. Il messaggio per me è importante quanto la musica. Qualcuno dice che prima di pensare alla salvaguardia degli animali, dobbiamo pensare al genere umano. Io invece dico: perché non possiamo fare entrambe le cose?

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