Interviste

Brit Floyd in Italia, l’arte di celebrare i Pink Floyd: «Il nostro show è teatro»

Brit Floyd Italia

“The World’s Greatest Pink Floyd Show”. Così viene definito lo spettacolo dei Brit Floyd, molto più che una semplice tribute band dello storico gruppo inglese. Dopo i soldout dell’anno scorso, i BF tornano in Italia per tre date, il 25 novembre al Teatro della Luna di Milano, il 26 all’Atlantico Live di Roma e il 27 alla Obihall di Firenze. Ne parliamo con il direttore musicale, cantante e chitarrista Damian Darlington.

Damian, il continuo successo del progetto Brit Floyd mi fa pensare che tu sia la prima persona al mondo a non volere che Waters, Gilmour e Mason tornino insieme per una reunion che tutto il mondo attende…
(Ride, ndr) No dai, non scherziamo! Sono il primo fan al mondo della band, non potrei mai sperare che non avvenga una cosa del genere, sarebbe una delle ultime occasioni in cui quel rock, quel periodo storico potrebbe ancora scrivere una pagina indelebile di storia.

Ammetti però che non avere un tour dei Pink Floyd tra i piedi, in qualche modo, possa aiutare progetti come il vostro, soprattutto perché si tratta di una delle più grandi produzioni di questo genere al mondo.
Quello in effetti sì, anche perché parte dell’attrattiva dei nostri tour sta logicamente nel fatto che la gente abbia voglia di ascoltare certe canzoni e di non poterle sentire dalla band in questione. Tuttavia, credo che questo aspetto sia solo una delle cause del successo dei Brit Floyd ora e prima dell’Australian Pink Floyd Show, da cui i Brit Floyd per altro derivano. Noi non siamo un semplice gruppo di cover, si tratta di una rappresentazione che per certi versi si avvicina al teatro: cerchiamo di far vedere i più grandi spettacoli che la storia del rock abbia mai vissuto a chi non ha avuto la possibilità di parteciparvi.

In questo caso, come in quello degli stessi Pink Floyd, l’aspetto visivo conta esattamente come quello musicale. O forse di più?
Noi cerchiamo di attenerci in modo completamente filologico al materiale del gruppo, studiando non solo i brani in studio, ma anche quelli dal vivo per cercare di arrangiare i brani proprio in quel modo. Ogni volta in cui prepariamo un nuovo tour partiamo da un album, che in genere riproduciamo per intero, al quale poi aggiungiamo una serie di brani tratti dal repertorio della band. Questa volta il punto di partenza è Pulse, quindi l’ultimo tour del gruppo, anche se non riprodurremo per intero il doppio album: avremo quella scenografia, ma i brani varieranno un po’, anche perché Dark Side Of The Moon per intero l’avevamo già suonato. Nel nostro caso, non essendo i Pink Floyd, riprodurre in maniera maniacale le scenografie diventa il nostro fiore all’occhiello.

Credo che la scomparsa degli autori di un certo tipo di rock, anno dopo anno, stia portando ad un lento processo di classicizzazione del genere, nel senso che sempre più progetti come il vostro riproducono fedelmente la musica di compositori che non possono più suonare. Pensi sia questo il futuro della musica dal vivo?
Credo proprio di sì. Non sono molte le band come gli Stones che tutto sommato sono riuscite a sopravvivere in questo modo per cinquant’anni e anche per loro, in ogni caso, tra dieci anni sarà difficile poter andare ancora in tour. Il paragone con la musica classica credo sia davvero calzante, nel senso che sarà un processo inevitabile che la gente sta iniziando a capire alla perfezione. Poi, proprio come nella musica classica, ci saranno prodotti più o meno validi e musicisti più o meno  preparati di altri.

Parlando proprio di tecnica, molti musicisti ritengono che non sia così difficile suonare brani di band come i Beatles, gli Stones o gli stessi Pink Floyd. Come vedi la qustione?
Anch’io sento discorsi di questo tipo da anni, poi vado a vedere un gruppo di cover dei Beatles e ogni volta mi dispiace per il fatto che George Harrison non possa salire sul palco a deridere chi dice che suonare i brani dei Beatles sia una cazzata. Se bastasse conoscere gli accordi o usare la stessa strumentazione di quei musicisti, saremmo sommersi da band per cui sgranare gli occhi. Il vero problema sta nella mancanza di gusto e di sentimenti. Se non hai crampi allo stomaco ogni sera in cui ti rapporti con l’arte, forse non ne hai capito il vero significato.

Ma anche sotto la doccia canti brani dei Pink Floyd?
No, in doccia il mio brano preferito è I Will Survive di Gloria Gaynor!

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