Interviste

Bugo «Quando ho aperto Twitter c'eravamo solo io e Jovanotti»

Prima dell’ultima data del suo Qualcosa di più importante Tour 2012 al Carroponte, abbiamo incontrato Bugo, in una domenica pomeriggio di settembre.

Foto-Bugo-carroponte-sesto-san-giovanni-09-settembre-2012_PrandoniPrima che salisse sul palco del Carroponte per l’ultima data del suo Qualcosa di più importante Tour 2012 abbiamo incontrato Bugo. Ci ha contagiato fin da subito con quella esuberante creatività e voglia di comunicare che trasmette fin dalle prime battute. E quella che pensavi fosse un’intervista canonica non lo è più – e per fortuna – perché ne esce qualcosa di profondo e intelligente. Abbiamo parlato un po’ di tutto, di miopia, di crisi, di India. E di Twitter.

Siamo partiti da dove ci siamo lasciati, da quell’intervista open saurce in cui per la prima volta abbiamo unito vari canali social (Twitter, Facebook), un magazine (Onstage) e un’artista. «È stata una bella esperienza – ci racconta Bugo – perché è stato bello trovarsi con i fan, difronte alla loro curiosità. Mi è piaciuto molto rispondere alle loro domande, mi ha colpito la loro spontaneità. Twitter poi è uno strumento che ho iniziato ad usare molti anni fa, nel periodo di Contatti, solo che non lo usava nessuno. Mi ricordo che ci scrivevamo solo io e Jovanotti (ride, ndr). Non andava molto, così ho chiuso il profilo. Quando l’ho riaperto, ho scoperto che si potevano fare le tweet cam. Ero a Delhi e ho pensato “perché non provare un’intervista con questo mezzo?”.

Proprio il suo trasferimento nella città indiana ha destato molta curiosità tra i fan e la critica. «Effettivamente è una cosa abbastanza unica. Sono andato a Delhi due anni fa, perché mia moglie è un diplomatico e lavora li. Ci tengo a sottolineare che non sono andato in India per ritrovare me stesso, che non me ne frega un cazzo. Io non voglio ritrovare me stesso, io voglio perdermi. Sono andato a Delhi per stare con lei, ci siamo sposati là. Non è stato semplice, è un posto tosto. Devi saperti adattare, l’India non è New York».

Bugo del resto è sempre stato un personaggio eclettico, soprattutto dal punto di vista musicale. «Quando faccio un disco – ci racconta – è come se facessi un campo recintato: più o meno colorato, più o meno alberato e più o meno fiorito. Quando finisco il tour relativo a quell’album lo rado al suolo, lo brucio. Voglio ogni volta distruggermi, ripartendo da zero ogni volta. È impossibile, ma ci provo. Infatti, in Nuovi rimedi per la miopia, ho cercato di fare una cosa che fosse diversa da Contatti, meno divertita e più seriosa, più emotiva. Venivo da singoli di successo come C’è crisi e Il giro giusto che mi hanno messo nell’ottica mainstream, in cui prima non ero. Volevo bruciare subito quel percorso, fare una cosa che fosse diversa da Contatti. Meno divertita, più seriosa. Più emotiva. Fare musica per me è un misto di spontaneità e metodo. Mi auguro sempre che nel risultato finale si senta la mia follia».

Un percorso che ha portato Cristian Bugatti a produrre un disco in cui le emozioni la fanno da padrone. Nuovi rimedi per la miopia è un arcipelago emotivo che si fa metafora del sentimento umano, perché tutti noi siamo degli arcipelaghi emotivi con gioia, fede, amore, odio e disperazione che ci pervadono. È sempre stato avanti Bugo, fin da quando nel 2005 ha intercettato il periodo buio di incertezza economica, sociale ed emotiva che ci si sarebbe prospettato. «Volevo inserirla già in Sguardo contemporaneo, ma mi mancava qualcosa. Quindi l’ho messa da parte. Mentre scrivevo Contatti, poi, in due giorni l’ho finita perché ho trovato l’arrangiamento giusto. Penso che il futuro sia sempre stata la mia chiave. La maggior parte delle persone cammina pensando al passato, invece noi siamo immersi nel futuro. Non esiste il presente».

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