Interviste

Il primo tour di Carmen Consoli nei palazzetti: «Non mi basta il rock»

Carmen Consoli tour

Dopo una lunga pausa dovuta (anche) alla maternità, Carmen Consoli torna sul palco con un tour nei palazzetti. Il naturale seguito di un album bellissimo, L’abitudine di tornare (uscito il 20 gennaio), nel quale racconta storie di un’Italia in difficoltà. Ma non è un disco pessimista – assicura lei – perché una vita felice è possibile. E ci spiega come raggiungerla.

L’abitudine di tornare è un album di ossimori, sia a livello di scrittura sia a livello musicale. Da dove nasce questo gioco di contrapposizioni?
Ho sempre provato sentimenti bizzarri nei confronti delle cose, delle situazioni o delle persone: per esempio, quando mi accade qualcosa di molto bello, mi emoziono e alla felicità estrema del primo impatto segue subito una sorta di nostalgia perché penso già a un futuro quando questa cosa svanirà. I contrasti sono due elementi che prima o poi devono incontrarsi e credo sia questo la linfa del vivere: lottiamo per allungare la nostra vita, ma poi ci lamentiamo dell’invecchiamento. E siamo fatti anche di lati oscuri che possono diventare luce, ma che devono convivere. Io credo all’ipotesi, anche matematica, che due rette all’infinito possano incontrarsi (credo sia anche stato dimostrato matematicamente): diciamo che filosoficamente spero che prima o poi si incontrino. Pirandello scrisse che noi siciliani abbiamo la dote dell’umorismo, cioè il «sentimento del contrario»: è la felicità del sorriso unita alla drammaticità che ne segue, come quando vedi una donna di 70 anni vestita da ragazzina, ma che dopo ti rattrista perché pensi alla tragedia che c’è dietro. Noi siciliani a livello culturale siamo agrodolci.

La signora del quinto piano parla di femminicidio e di una certa spettacolarizzazione dei media sulla questione. O invece la critica è alla società in generale?
È più importante la denuncia di una donna prima che accada qualcosa di brutto o la denuncia della televisione una volta avvenuto il fatto solo perché fa notizia? Se vogliamo agire, se lo Stato vuole fare qualcosa, bisogna aiutare associazioni come il Telefono Rosa (telefonorosa.it), che ha una sede anche in Sicilia, a Bronte, dove le donne, facendo uno sforzo davvero incredibile, trovano la forza di denunciare le violenze domestiche. E invece queste associazioni non sono sostenute dallo Stato: lavorano a spese proprie e si mantengono da sole. Oggi invece fa notizia il dolore, ma siamo veramente sicuri che certe notizie poi non vadano a solleticare la fantasia di un possibile femminicida? O ci interessa solo l’audience? Io parlo contro ogni tipo di violenza ed è innegabile che ci siano state anche donne che hanno gettato l’acido in volto a un uomo, ma se devo parlare di un fatto di cronaca preferisco parlare di qualcosa accaduto contro una donna perché conosco i panni della donna.

Hai descritto dieci bellissime storie, anche se a volte tragiche, di questa Italia in difficoltà. Nessuna speranza?
Io credo che bisogna attraversare i mondi oscuri per raggiungere l’illuminazione. Mettere da parte le cose negative e dire che la mafia non esiste, che la crisi non esiste e che siamo tutti belli e felici fa sì che non siamo consapevoli del problema. Invece secondo me la felicità è dettata anche da questa consapevolezza dell’idea dei disagi, dell’oscurità, della morte: quando accetti l’oscurità, quando conosci il tuo male, puoi affrontarlo. Io ho fatto un elenco delle bruttezze che mi circondano non per fare una critica sterile, ma perché devo vederle per poterle cambiare. E una volta che le vedo, capisco che tutto si può sistemare e la felicità può fare parte della vita.

Dove e come possiamo trovarla questa felicità?
San Valentino, un brano dell’album, non è una canzone d’amore come suggerisce il titolo, ma una canzone d’amore per la vita e la voglia di vivere: parlo di una bellezza caotica che vuole sorprenderci. E allora non nascondiamoci, scendiamo in strada, perché è vero che c’è tanta bruttezza, ma la bellezza ama nascondersi e serve impegno per trovare questa bellezza nelle cose. La bellezza della cultura sta nello studio, la bellezza di una carriera sta nella costanza. E qui mi viene da parlare del ruolo oggi dei social network:  tutto si consuma in un istante e non si ha il tempo di poter costruire una carriera. Invece servono la pazienza e il tempo. Una goccia scava la roccia con pazienza, non in un giorno. Questa cosa ai miei tempi, ormai sono vecchia (ride, ndr), aveva un nome e si chiamava “gavetta”. Oggi invece è tutto usa e getta. E quindi oggi serve molta pazienza per trovare la bellezza. Anche perché dobbiamo ricostruire, dopo vent’anni di disastro.

In Esercito silente accusi lo Stato «che assai spiacente posa una ghirlanda tricolore con su scritto assente» ai funerali delle vittime di mafia. Un siciliano con una storia familiare di opposizione alla mafia è da poco diventato la più alta carica di quello stesso Stato: quell’esercito potrebbe finalmente cessare il suo silenzio?
Ricordiamoci sempre che indagati per mafia (poi anche condannati) hanno vinto nella nostra storia campagne elettorali contro vittime di mafia. E invece questa è già una vittoria. Non perché sia siciliano, ma Sergio Mattarella mi sembra veramente un uomo per bene. Tra l’altro, in un certo senso, stiamo parlando di una vittima di mafia. È un bel viso. È un uomo con un passato molto doloroso. Si vede nei suoi occhi, ha questo sguardo fermo di chi sa avere dominio di sé perché chi ha provato questo dolore deve avere dominio di sé. Secondo me è proprio il viso bello della Sicilia. È il papà che tutti vorrebbero avere e assomiglia pure un po’ al mio. E poi credo abbia un grande senso dell’umorismo quest’uomo, di quelli che parlano poco e però hanno la battuta che ti stende. Ma queste sono ipotesi mie. Poi io non mi occupo di politica, ma mi sembra una vittoria: è il viso pulito della Sicilia e dell’Italia.

Con Elettra hai vinto la Targa Tenco come miglior album, prima donna a riuscirci. Perché secondo te nessuna tua collega ci era riuscita prima e, soprattutto, pensi che le cose stiano cambiando?
Non so perché altre donne italiane non abbiano vinto la Targa Tenco. Da appassionata di musica, so bene che ci sono grandi autrici come Elisa o Cristina Donà o Gianna Nannini o Marina  Rei che hanno scritto canzoni meravigliose, ognuna con la sua particolare sensibilità. Spero che questa mia fortuna possa essere apripista per altre mie colleghe dopo di me. Anche se, va detto, c’è sempre una piccola discriminazione nei confronti delle donne nel mondo della musica. Qual è il numero di turniste donne in Italia, batteriste o bassiste o chitarriste? Le puoi contare sulle dita di una mano. Ma non è che non ci siano musiciste donne: io per esempio quest’anno ho aumentato le quote rosa nella mia band, avrò una sezione ritmica tutta al femminile.

Affronti per la prima volta i palazzetti: con quale spirito?
Ho un’attitudine più rock quest’anno. Ho ripreso in mano la chitarra elettrica e quando usi l’amplificatore valvolare non puoi pensare di metterlo a meno di sette, se no non suona. Nei teatri questo spettacolo non poteva starci: sarebbero caduti gli stucchi. Allora mi sono chiesta: vado nei locali? E ho pensato che fossero troppo piccoli. Quindi i palazzetti sono stati una conseguenza, ma non sono ancora sicura di farcela. Speriamo bene. In ogni caso suonare in un palazzetto non è mai stata una mia ambizione. Non lo avrei mai fatto, ma mi hanno assicurato che oggi la tecnologia permette un’acustica perfetta anche se il posto non è progettato per quello. Diciamo che i miei saranno concerti da cantautore in un posto che diventa un locale allargato, non uno stadio rimpicciolito.

Ci possiamo aspettare una sorpresa da parte di qualche tuo collega sul palco? Magari Max Gazzè, con il quale hai scritto Oceani deserti?
Magari! Mi piacerebbe molto, anche perché è un amico e a me piace avere ospiti nei miei concerti. Ho già un ospite in tour che mi verrà a trovare in alcune date. Verrà Luca Madonia, che oltre a essere il cantante dei Denovo è il mio mito, perché con lui e i Denovo io, come tutti i catanesi, mi sono formata. E su Max, che dire? Lui ogni tanto le fa queste sorprese. Vedremo.

Passiamo agli arrangiamenti: va bene il rock, ma proporrai qualche canzone anche in acustico?
Penso proprio di sì. Io ho due anime: quella teatrale e poi quella rock. E le mie due anime si completano se faccio sia l’acustico sia l’elettrico. A me non basta solo il rock. E ti dirò di più: io ho bisogno del teatro, perché ho bisogno dei silenzi necessari per esaltare la parola. La parola ha bisogno della sua dimensione per diventare protagonista. Quindi oltre a qualche inclusione acustica nei palazzetti, sicuramente farò anche un secondo tour teatrale. E poi la parola può essere molto rock, anche solo chitarra e voce.

@AlviseLosi

(Tratto da Onstage Magazine n°76, marzo/aprile 2015)

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