Interviste

Cesare Cremonini racconta il suo Logico Tour 2014: «La mia sfida oltre i limiti»

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È cominciata l’avventura più importante (per il momento) della carriera di Cesare. Un tour con sold out e pienoni ovunque, dopo un album che ha nuovamente dimostrato l’importanza del bolognese nel panorama musicale italiano. Una posizione che lo costringe a superare se stesso, cercando di fare ogni volta meglio di quanto appena fatto. La sfida più affascinante che ci sia, per uno come lui. Ce lo ha confermato di persona. Tratto da Onstage Magazine 75 di novembre-dicembre 2014. Foto di Roberto Panucci

Non ci vuole molto per rompere il ghiaccio con Cesare Cremonini: basta indossare una maglietta di A Day At The Races dei Queen e il gioco è fatto. La semplicità con la quale ti chiede di poterla fotografare fa subito intendere che in camerino c’è ancora il ragazzo semplice di Bologna, quello che se lo incontri sotto ai portici si ferma a parlare con te di calcio e di vita e non ancora l’animale da palcoscenico che da lì a un paio d’ore metterà a ferro e fuoco il Modigliani Forum di Livorno, data zero del Logico Tour 2014. Da qui partirà quello che potrebbe rivelarsi il vero punto di svolta della sua carriera solista, il punto più alto di un percorso non privo di difficoltà e cadute, che per la prima volta lo metterà a confronto con un pubblico che solo qualche anno fa sembrava impossibile da raggiungere. Un successo ottenuto con classe e sudore, con tenacia e coerenza e che vede nella maturità di Logico il suo zenit anche artistico. Insomma, la sensazione è proprio che Cesare ce l’abbia fatta, che sia riuscito nell’impresa di non essere più l’ex cantante dei Lùnapop, ma un cantautore raffinato come nel nostro paese se ne vedono pochi.

Qual è stata la sfida più significativa nel preparare la nuova tournée?
Questo è un tour che mi ha dato davvero molto da fare. Dopo un po’ che eravamo impegnati nelle prove ci siamo guardati tutti negli occhi e abbiamo capito che le date dello scorso anno erano andate così bene che ci stavamo muovendo ancora in quella stessa direzione. Visto che le persone coinvolte erano praticamente le stesse, la cosa è avvenuta in modo quasi naturale: non è facile cambiare quando vieni da un’esperienza meravigliosa, diventa quasi salvifico attaccarti con tutto te stesso alle cose del passato che hanno funzionato. Poi il lavoro straordinario del nostro live designer Mamo Pozzoli, persona non banale né dal punto di vista umano né da quello professionale, ha portato la navicella spaziale verso un nuovo pianeta e noi gli siamo andati tutti dietro. Abbiamo raggiunto un livello superiore, nella cui produzione sono coinvolte più di settanta persone.

Questo può essere il tour della svolta definitiva, il Fronte del palco di Vasco per intenderci.
La produzione è nettamente più grossa, ma anche questa volta è tutto misurato con quello che valiamo adesso, perché è così che abbiamo sempre lavorato: un passo alla volta, fin da quando sei anni fa non riuscivamo a raggiungere le mille persone davanti alle quali suonare. Da lì, lentamente, passo dopo passo, disco dopo disco abbiamo visto questa cosa crescere e credo che ora sia al suo momento clou: fare due Forum d’Assago sold out vuol dire entrare dalla porta principale e sicuramente è il momento più importante dei miei vent’anni di carriera. Quello con Fronte del palco di Vasco è un paragone che non posso fare perché è una forzatura prettamente giornalistica, di sicuro mi auguro che sia il mio Fronte del palco. Se tu pensi che l’anno scorso sono venute ai mie concerti 40mila persone e quest’anno siamo già 80mila, vuol dire che chi è venuto è tornato e c’è un numero di persone “nuove” altrettanto grande. Più lo spettacolo diventa importante e più il pubblico si aspetta da te cose più grandi, a portarti al tuo limite. Un limite che spero di raggiungere per scoprire qualcosa di nuovo di me.

Il limite però è qualcosa cui, per antonomasia, si deve tendere senza raggiungerlo mai.
Dal punto di vista prettamente umano credo sia davvero una cosa affascinate: è sempre troppo facile parlare di quello che si desidera e non si vive. Tutti si sentono più o meno capaci di fare grandi cose, ma quando poi le devi fare veramente sei messo alla prova in una maniera così intima e personale e ti specchi davvero con te stesso che, nonostante sia molto faticoso, è veramente straordinario. È processo molto raro, ma forse è l’unico in cui puoi misurarti sul serio coi tuoi limiti. È quello che sto cercando di fare io con questo tour, sto provando ad andare lassù.

L’idea di avere davanti a te così tanta gente e di poterla influenzare in qualche modo ti ha mai colpito? Parlo di mania di onnipotenza e cose di questo tipo.
Secondo me il palco resta il luogo cui la mania di onnipotenza è destinata. Se non ci fosse questa mania, non ci sarebbe nemmeno Freddie Mercury tatuato sul mio braccio. È una delle cose più importanti di uno show dal vivo, è la suggestione che sai creare nelle persone. Chi mi viene a vedere dal vivo sa perfettamente che se mi incontra in un bar a bere una birra chiacchieriamo per ore come vecchi amici, perché tutti sanno che non sono una persona costruita. Se però viene a sentirmi in un palazzetto tutto cambia: io non vedo l’ora di fargli vedere cosa so fare su un palco e allo stesso tempo lui non vede l’ora di viverlo. È un gioco. Vasco dice sempre che gioca a fare la rockstar e se si guarda oltre le parole si vede che il palco serve a rendere onnipotente l’artista, a togliergli le fragilità di ogni giorno. Per questo credo che chi predica il livellamento tra pubblico e artista sbagli: al pubblico serve la rockstar e viceversa. Togliere la divisione farebbe svanire la magia.

A distanza di qualche mese, Logico mi pare sempre più un album psicanalitico.
È singolare, perché mesi fa me lo disse anche uno psichiatra. Mi chiese se avessi fatto psicanalisi, sostenendo che nell’album ci fossero degli elementi tipici di una persona che, attraverso un percorso di quel tipo, aveva trovato qualcosa dentro di sé. Mi è servito scriverlo? Onestamente non lo so, o meglio sicuramente mi è servito ma non so assolutamente in che modo. Forse sono condizionato dal fatto che appena scrivo una canzone sento una pressione molto forte che mi spinge subito ad immaginare l’identità dell’album in cui potrà finire. Il gusto della scrittura mi scivola via in fretta dalle mani e diventa subito una visione ben precisa, quindi questo un po’ mi frega: quando ero piccolo e scrivevo un brano riuscivo a godermelo e a stare bene per un mese. Oggi finisce subito in questo puzzle gigantesco che è il mestiere del musicista.

E non credi che questo processo possa essere un limite per la tua creatività?
Senza dubbio è un limite, però allo stesso tempo lascia subito un vuoto dentro di me che deve essere colmato. Quella paura di non riuscire a completare il disco successivo è di conseguenza molto creativa, perché mi spinge a riempire in fretta quel vuoto di cui ti parlo. Quando ero piccolo scrivevo quattro canzoni e mi bastavano per tutto l’anno, ma questo lavoro è una macchina da guerra che spesso ti costringe ad andare oltre i tuoi limiti. Se ci pensi, è un po’ come nel calcio: quando una squadra gioca in Champions League non è più quella che si allenava nei campetti sotto casa e insieme alle soddisfazioni aumentano le responsabilità.

Sia in studio che dal vivo, la sensazione è che tu cerchi di tenere dentro di te forzatamente delle emozioni, ma che alla fine escono comunque in modo indipendente dalla tua volontà. Lo percepisci?
Assolutamente sì. Crescendo sto accumulando sempre più paura di buttare fuori le cose in modo libero, “alla vecchia” come diciamo a Bologna. Questo mi crea grossi problemi nella scrittura, tanto che mi trovo a dover spingere fuori le cose con la forza, che dunque escono in modo tutto loro. Forse anche perché non amo particolarmente le canzoni che ascolto in questo periodo, che si permettono di essere frivole sui sentimenti, mentre io mi trovo proprio nel mood opposto: mi rendo conto di non riuscire a tenere staccati sentimento e poesia e con quest’ultima intendo soprattutto la rima che nasconde una verità. Mi affido alla poesia e al verso e spesso sono loro a muovere i miei sentimenti. Forse per questo Logico contiene in sé sia razionalità che depressione: non è mai eccessivo, anzi è trattenuto e mai pienamente commerciale, ma allo stesso tempo riesce ad essere fruibile. Così come spero faccia questo tour.

La sensazione è che nei tuoi testi la parola chiave sia sempre più “empatia”, piuttosto che “amore”. Tant’è che ti ritroviamo sempre più spesso a parlare di complici.
Hai centrato la questione. Empatia è il concetto che nelle mie canzoni sostituisce quello di amore, tant’è che in un disco come questo un brano come I LoveYou non avrebbe trovato spazio. La gente cerca spesso il concetto di empatia nelle canzoni anglofone, anche se il più delle volte nemmeno sa cosa dicono i testi. L’empatia tra i protagonisti dei miei testi è il mio modo personale per poterla allargare anche chi mi ascolta. Il mio obiettivo è parlare a quella parte di pubblico che si rifiuta di avvicinarsi alla musica italiana: perché chi va a vedere i Muse o gli U2 non si sente stimolato dai nostri artisti? Credo ci sia un buco in cui posso avere spazio di manovra e questo tour lo dimostrerà. Ho la sensazione di essere riuscito in una cosa molto difficile: portare l’attenzione di un pubblico non abituato a rivolgersi alla musica italiana su un progetto cantautorale italiano considerato mainstream.

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