Interviste

Cesare Cremonini prepara il Logico Tour 2014: «Vorrei che fosse il più bello di sempre»

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Manca poco all’inizio del Logico Tour 2014, nuova avventura live di Cesare Cremonini. Dopo la pubblicazione del suo sesto album solista, l’artista bolognese si prepara per un autunno da protagonista sui palchi italiani. Foto di Alessio Pizzicannella

Dall’epopea Lùnapop a Logico: raramente, in Italia, si è assistito a una maturazione come quella che ha caratterizzato la tua carriera solista. È un fatto riconducibile alla tua naturale crescita umana oppure c’è qualcosa in particolare che ti ha stimolato?
I Lùnapop sono nati sui banchi di scuola. Frequentavo il liceo scientifico, ma le materie che preferivo in quegli anni erano la musica e l’italiano. Scrivevo i testi delle mie prime canzoni ovunque, riempivo di rime improvvisate i quaderni degli appunti, i banchi deteriorati della mia classe, l’interno degli armadietti della palestra… Avevo 16 anni appena compiuti e davanti a me intravedevo un sogno da mettere ancora a fuoco: diventare un cantante. Quando nel giro di tre anni, durante l’estate della maturità, mi ritrovai primo in classifica ero maggiorenne da 3 mesi. In quell’istante ricordo che pensai: “Verranno giorni più difficili!”. E fu una giusta intuizione, perché mi spinse a cercare di migliorarmi ogni giorno affinché ciò non accadesse.

Credo che tu sia uno dei pochissimi esempi di musica pop in Italia. Nel senso migliore possibile, ovviamente, quello di musica “popolare”, che arrivi a tutti e che, con la leggerezza che le compete, riesca a far divertire e riflettere. Ma forse, oggi, classificare la musica in base al genere è davvero anacronistico.
Ho l’impressione che ormai tutti parlino di tutto, ma in pochissimi sappiano realmente di cosa parlano, anche quando si cerca di argomentare un tema così vasto come la musica. Non esistono generi migliori o peggiori, anzi, col tempo e l’esperienza ho capito in modo molto profondo che dalla musica, di qualsiasi genere si tratti, c’è sempre da imparare. Lo dimostrano anche i più grandi esponenti della canzone italiana e non, che si sono distinti per avere mantenuto grande apertura mentale nei confronti delle diversità di stili e di generi. Esistono invece, ma questo dipende da molti fattori, canzoni magari con temi brutti e meno brutti. Insiemi di note indimenticabili o prevedibili. Ho invece la sensazione che, per quanto mi riguarda, il meglio debba ancora venire. O forse sta venendo ora. In ogni caso siamo a un secondo inizio. E poi di una cosa sono particolarmente orgoglioso: sta per cominciare un mio nuovo tour con due date piene zeppe al Forum di Assago, a Milano. Dopo 15 anni di carriera non è per nulla scontato.

Spesso, le interviste mi regalano bellissime coincidenze. Riflettendo sulla popolarità della tua musica, sono incappato in una frase di Elio Petri: “Il cinema non è per un’élite, ma per le masse. Parlare a un’élite di intellettuali è come non parlare a nessuno. Non credo si possa fare una rivoluzione col cinema. Io credo in un processo dialettico che debba cominciare tra le grandi masse, attraverso i film e ogni altro mezzo possibile”. Credi che valga lo stesso discorso anche per la musica?
Argomento difficile! (ride, ndr) Non ricordo chi, ma qualcuno poco tempo fa mi disse: “Spesso un artista che vuole avere successo è solo un uomo che vuole avere successo”. Essere un artista è un’altra cosa. È vero però che non ho mai creduto a quelli che si vantano di parlare a poche persone o di raggiungere il pubblico ma non essere capiti. Queste però sono valutazioni piuttosto incerte da parte mia. Quando ero un ragazzino desideravo riempire gli stadi, dopo tanti anni desidero la stessa cosa, ma ho imparato a godere di soddisfazioni più intime o anche dalle molteplici sfumature che questo mestiere mi regala. Non sono mai stato uno che alla domanda “Cos’è la musica per te?” ha risposto “la musica è tutto!”. La musica è una magia tra le più belle della vita, ma ce ne sono tante altre che mi piacciono altrettanto. È il mio lavoro perché cercare quella magia è ancora il mio piacere più grande. Il pubblico, il successo, alla fine, vengono dopo (sempre che vengano), sebbene siano fondamentali.

In una vecchia intervista proprio a Onstage, dicevi che quando pubblichi un disco è perché hai deciso di farlo e non perché devi. Un pensiero molto “logico”, tanto per stare in tema con il nuovo lavoro, che denota un grande rispetto per la creatività, ancora di più in un mondo che ormai corre velocissimo e riserva alla musica cicli di vita molto brevi. Come si fa a camminare con calma quando il resto attorno viaggia a una velocità diversa?
In realtà mi sembra di correre a velocità supersonica! Io vorrei andare con molta più calma di quella che ostento. Però le sfide quando ti entrano dentro e si accendono nei tuoi neuroni ti comandano. Sono loro a decidere i tuoi tempi, quando ti alzi per fare una cosa o quando vai a dormire. Purtroppo (o per fortuna) mi arrivano continuamente proposte e mi nascono continuamente idee in testa. Quando il mio produttore Walter Mameli le condivide con me, da quell’istante, è davvero difficile che mi tiri indietro.

Sempre a proposito di creatività, in passato hai intitolato un album Maggese: un concetto che potrebbe essere applicato anche alla composizione, no? Ogni tanto serve lasciare riposare il talento e il cervello per poter tornare al massimo della forma? Hai mai avuto momenti di blocco creativo?
Io sono in perenne blocco creativo, ma come tutti. L’ispirazione non è di nostra proprietà, è un vento leggero che viene e va. Certo puoi farti trovare pronto quando bussa alla tua finestra. Questo è già molto. Maggese era un disco di grande rottura con il mio passato, perché portava nella mia discografia influenze folk e cantautorali che onestamente ricordo di aver sposato solo in quel periodo. Quel tipo di canzoni hanno bisogno di spazi larghi, di strade polverose, di quartieri luridi di New York, dove ho vissuto per qualche mese mentre le scrivevo, e di tempo. Altre canzoni hanno bisogno di tutt’altro.

Io e Anna è un rispettoso omaggio a Anna e Marco di Lucio Dalla. Mi piace l’idea di qualcuno che, idealmente, prosegue la storia di una canzone cercando di capire cosa sia successo dopo la fine della stessa. Ti faccio due domande: è arrivata prima l’idea o dopo aver composto la canzone hai riflettuto sulla cosa? Di quale tua canzone vorresti che qualcuno immaginasse un nuovo capitolo e chi lo potrebbe fare?
Ci ho pensato prima. Ero davvero curioso di sapere anche io come fosse finita tra loro! Per quanto riguarda me sarebbe bello che i Guns N’ Roses si riunissero per scrivere la continuazione de La nuova stella di Broadway, ma la vedo abbastanza difficile…

A differenza di molti tuoi colleghi, ancora una volta hai scelto di lasciar passare diversi mesi tra la pubblicazione del disco e il primo concerto. Perché?
Perché a differenza di quei miei colleghi io sono tornato a suonare nei grandi palasport “da soli due dischi” e voglio fare le cose una per volta, con umiltà e senza fare il passo più lungo della gamba, se possibile. Detto che oggi anche Vasco annuncia le sue date negli stadi con larghissimo anticipo, probabilmente anche come forma di rispetto per il pubblico affinché possa pianificare e gestire il tempo… e le finanze.

So che siete ancora in fase di progettazione del Logico Tour: qual è la tua ambizione artistica? Che cosa guiderà le scelte tue e del tuo team?
Vorrei fosse il più bello spettacolo del 2014, e magari anche del 2015. Vorrei che fosse il più bel tour della mia vita. Vorrei che il pubblico ne rimanesse folgorato. Innamorato. Non posso ambire a meno di questo, altrimenti farei un altro mestiere.

Ad ogni tour aumentano sempre più le presenze ai tuoi show e la grandezza dei posti dove suoni. È difficile continuare a mantenere un contatto privilegiato con chi ti viene a sentire? Oppure non dipende dalla capienza dei locali?
No, non dipende da questo. Non per me almeno. Più gente viene e più mi sento all’altezza di fare quello che faccio. È più facile trascinare il pubblico in mondi che condividiamo, si crea un immenso “mind game” a cui partecipano tutti, e a cui tutti sono invitati. Dei posti piccoli non mi colpisce l’intimità ma l’acustica, che è nettamente migliore!

Hai dichiarato di vendere più biglietti che dischi ormai e che, comunque, questa è un’ottima dimensione del tuo successo. Vedi quindi il disco come concetto subordinato al concerto live?
Molto più semplice. È tutto importantissimo e do tutto me stesso in ogni campo del mio mestiere, dalla scrittura, alla registrazione, fino all’esperienza live. Ma un concerto lo puoi vedere solo una volta e in quel posto preciso, perché è un evento impossibile da replicare: in altri termini, o ci sei o non ci sei. La musica può essere ormai ascoltata in mille modi diversi e come si preferisce. Il disco, di per sé, è ormai un oggetto destinato ai fan più legati all’artista, addirittura  ai collezionisti. Non lo dico io, lo dice la realtà. Penso che da qui a poco le classifiche musicali terranno conto di quanto la musica circoli, venga percepita o utilizzata, indipendentemente dalla forma o dal canale utilizzati. E quella sarà una delle grandi rivoluzioni dell’industria musicale.

Per chiudere l’intervista e restare in tema col tuo disco: meglio L’illogica allegria di Giorgio Gaber o The Logical Song dei Supertramp? Oppure, se hai una terza opzione…
Mi piacciono entrambe. Anche se può sembrare… illogico!

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