Interviste

Sul palco c’è una versione di Cesare Cremonini realizzata al 100 per cento

Cesare Cremonini palco

Illustrazioni di Davide Pozzoni

Cesare Cremonini è pronto per tornare a suonare dal vivo con il Più che Logico Tour. Lo abbiamo incontrato per parlare dei suoi nuovi concerti. Ma la nostra intervista si è trasformata in una riflessione sull’identità dell’artista e sul suo rapporto con il pubblico. Perché Cesare ha una visione del mondo che ha due punti fermi: la musica e il palco. E poi ci sono i fan, con i quali ha instaurato un patto ormai parecchi anni fa. Tratto da Onstage Magazine n. 79 di settembre/ottobre 2015

La storia umana e artistica di Cesare Cremonini è sicuramente una di quelle da raccontare. Proprio come nelle grandi vicende sportive, così come nelle più classiche storie di rock ‘n’ roll, il cantautore bolognese è passato attraverso successi smodati e in grado di farti perdere il senno, cadute fragorose e risalite epiche degne dei grandi classici della letteratura. A pensarci bene, poi, Cesare fa parte del panorama musicale italiano da così tanti anni, che ci si potrebbe chiedere se l’età stampata sulla carta d’identità sia reale o frutto di una sindrome di Peter Pan latente che, talvolta, pare pervadere il suo animo. Soprattutto, però, ai blocchi di partenza di quello che si annuncia come uno dei tour più riusciti di questa fine d’anno, noi di Onstage ci siamo chiesti: chi è davvero oggi Cesare Cremonini?

Ci si ritrova nuovamente prima dell’inizio di un tuo tour e dopo quello che in qualche modo ha dato una svolta alla tua carriera live. Alla fine del precedente hai avuto bisogno di tempo per elaborare tutto ciò che era successo o tendi a voltare subito pagina?
Credo che il Logico Tour sia stato fondamentale per me, perché mi ha finalmente conferito quello status di performer live che cercavo da tanti anni. Il palco è una dimensione per me fondamentale e, pur possedendo di mio un’anima da animale da palcoscenico che mi permette di avere con lui un rapporto viscerale, non avevo ancora avuto un riscontro di questo tipo da solista. Fondamentalmente per me quel tour non è mai finito, quindi non avevo bisogno di elaborarlo, ma di completare l’opera. Alla fine del Più che Logico Tour allora sì che sarà il momento di guadare le immagini che abbiamo messo da parte e cercherò di metterle nel cassetto giusto. Dopo l’ultima data dell’anno scorso ero affamato come quando ci incontrammo a Livorno alla prima data, come se il campionato non fosse ancora concluso. Restando sulla metafora calcistica, posso dire che è che come se questo fosse il secondo tempo di una partita che stavamo vincendo bene e che quindi ci permette di lavorare con serenità, fantasia e creatività, in modo da non limitarsi a ripetere una cosa già fatta.

Cremonini-tour-2015

Calcisticamente parlando, sai anche che talvolta certi primi tempi provocano cali di tensione pericolosissimi però. Non temi possa essere presente un po’ meno di motivazione?
In realtà nel mondo della musica vincere significa proporre uno spettacolo che diventi centrale per la gente, che la coinvolga a trecentosessanta gradi. Troppo spesso si sottovaluta il fatto che la gente sia parte integrante dello spettacolo, quindi il nostro obiettivo è quello di bissare il successo del Logico Tour e ti confesso che le doppie date di Milano e Bologna, più quelle già sold out, mi fanno immaginare che sarà la solita grande festa. Chiaramente con l’aggiunta di diverse novità, in primis una scaletta che comprenderà canzoni che non facciamo da diversi anni come Maggese, cui i fan sono molto affezionati. Anche a livello di produzione abbiamo creato uno spettacolo che possa essere più completo che in passato: non voglio che sia la stessa pagina letta più volte, ma che abbia davvero una nuova sceneggiatura, con un’introduzione molto curata, colpi di scena e una conclusione degna. Mi piacciono gli spettacoli che sfamano tutti i sensi. Ho poi la fortuna di aver collezionato un ampio numero di brani molto conosciuti e che hanno avuto un grosso impatto discografico, quindi è un po’ come sapere di avere una rosa nella quale anche chi sta in panchina può entrare a metà partita e fare bene.

Fa impressione pensare ci siano voluti quindici anni per ottenere un successo simile a quello che ti investì ai tempi dei Lùnapop. Più sudato ma anche più consapevole questa volta, non credi?
La storia della musica, italiana e internazionale, è ricca di vicende umane davvero belle da ascoltare e credo che anche la mia possa essere ormai tra queste, tanto da un punto di vista di sviluppo personale che di percorso musicale intrapreso. Iniziare a 18 anni con i Lùnapop, facendo tour con numeri impressionanti e poi immediatamente gettarsi nel territorio del cantautorato, ricominciando da zero e mettendosi in competizione con gente che lo faceva da venti o trent’anni, non è stato semplice. In un attimo persi anche quell’aura che mi veniva dalla novità che aveva caratterizzato l’esordio con la band: in pratica si spense di colpo la luce. Era il prezzo da pagare per essermi rimesso in discussione per poter crescere artisticamente. Ci sono stati momenti nei quali quello che facevo non produceva alcun risultato apprezzabile e continuare a scrivere canzoni ha richiesto una fiducia pazzesca in quello che stavo facendo e l’obbligo di continuare a vedere tutto in un’ottica più ampia, quasi ad automotivarmi. Insomma, non potevo guardare soltanto al qui e ora. Poi, a 30 anni riesci a rompere di nuovo quel muro e a tornare dall’altra parte, nel pieno delle tue forze e con spettacoli e album che non passano più in secondo piano: credo che sia una storia rara.

Non a caso se agli esordi e per anni si è fatto riferimento a te solo in termini di animale da palcoscenico, oggi, invece, chiunque fa prima riferimento alle tue doti di autore. Non è una differenza da poco…
Sia chiaro, la mia resta una sfida continua e non mi sento arrivato da nessuna parte. In fin dei conti, l’unica cosa che so è di aver puntato tutto sulle mie canzoni, di avere investito tutto ciò che avevo solo su di me. Non ho mai avuto alle spalle qualcosa che mi sostenesse in modo efficace nei momenti di difficoltà, se non le canzoni che scrivevo. Io e il mio produttore Walter Mameli lavoriamo come degli artigiani, siamo molto indipendenti nel modo di lavorare e nelle scelte che facciamo e, sostanzialmente, siamo sempre stati degli outsider. Negli anni Duemila, quando pubblicavo album come Bagus, Maggese o Il primo bacio sulla Luna, discograficamente l’attenzione veniva data ad altri progetti, ma io continuavo a macinare canzoni in modo ossessivo e maniacale. Diciamo che in qualche modo ho fatto una sorta di gavetta posticipata, che dal basso ha potuto convincere moltissime persone del fatto che ci fosse una poetica dietro a quello che stavo facendo.

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