Interviste

Coez fuori dagli schemi: «Non voglio etichette»

Coez non erano fiori

In occasione dell’uscita del suo nuovo disco Non erano fiori, abbiamo intervistato Coez, che ci ha raccontato come questo nuovo progetto segni un parziale abbandono dell’hip hop verso qualcosa di più personale.

Coez fa parte della scuola hip hop romana e dopo aver fatto tre dischi auoptordotti (due con i Circolo Vizioso e i Brokeanspeakers e uno solista, Figlio di Nessuno) è passato a Carosello Records, abbandonando in parte l’hip hop classico in favore di uno stile ibrido, fortemente urban, ma aperto verso la melodia. Non a caso ha voluto come produttore Riccardo Sinigallia, da sempre uno molto aperto alla sperimentazione pop. Non erano fiori uscirà l’11 giugno mentre il primo singolo Ali sporche ha superato il milione di view su YouTube. Sabato presenterà dal vivo le canzoni del nuovo album al Miami Festival di Milano.

Le canzoni di Non erano fiori parlano tutte, con diverse sfumature, delle fasi che accompagnano la fine di una storia d’amore. Come hai scelto l’ordine della tracklist? C’è una specie di percorso che attraversa tutti i pezzi, la tracklist non lo rispecchia appieno ma solo in un paio di punti. Ad esempio Lontana da me parla di nostalgia. Oh No invece affronta il disgusto per la situazione in cui si inizia a uscire con altre persone, ma si frequentano ancora i rispettivi ex. È un testo un po’crudo. E non a caso alla fine c’è un brano in cui si prende atto della fine della storia, e si accetta di essere soli con se stessi, La strada è mia, appunto. Letto in questo modo è come se il disco fosse un libro con vari capitoli, e parlano tutti delle diverse fasi e sfaccettature della stessa cosa. Dramma nero ad esempio, anche se non è affatto una canzone d’amore, parla di un gesto insano figlio di un brutto momento.

Effettivamente sia Dramma nero che Ali sporche si distaccano dal resto dei brani. Infatti, non è un caso che la abbia messe vicine, sono entrambi brani che vengono da un periodo di sofferenza. Per me la musica è stata un modo per esorcizzare. Ma Ali sporche ha un ritornello generico, aperto a varie interpretazioni. Dai brutti momenti si esce e anche se hai qualche bozzo, o qualche macchia di sangue, alla fine sai meglio chi sei, cosa devi fare, cosa non devi rifare, cosa ti può far male. Ti conosci meglio.


Hai dichiarato che Riccardo Sinigallia è “la cosa migliore che ti sia capitata da quando hai iniziato a fare musica”. In che modo avete lavorato? Anche con gli altri produttori mi sono sempre trovato bene, ma Riccardo mi ha lasciato qualcosa, tecniche e sperimentazioni che ora ho fatto mie e che un domani mi rimarranno, anche se non dovessi più lavorare con lui. Lui storicamente non è solo un produttore ma uno che ti indirizza. Non è intervenuto sulla scrittura, perché ha visto che ho uno stile molto forte, ma ha creato con me tutto il resto, mentre prima era solo “tieni, questa è la base, scrivi”.

Nell’hip hop si lavora in maniera diversa? Nel rap l’ultima cosa che si mette su un beat è la voce. Invece io e Riccardo abbiamo fatto il contrario, siamo partiti dai miei testi e dalle mie linee melodiche per poi costruire tutto quanto intorno. È un’ esperienza completamente diversa, sono contento di averla fatta.

Il tuo genere musicale si fatica ad inquadrare. Tu che genere diresti di fare? È la domanda che mi fanno tutti, io e Riccardo per primi, mentre eravamo al lavoro, ci siamo chiesti “ma cosa stiamo a fa’?”. E ci siamo risposti: “musica”. Io non faccio il giornalista, non lavoro per un’etichetta discografica e non sono un conduttore radiofonico. Non devo essere io a spiegarlo, c’è chi lo farà per me. Però mi piace che da questo disco risalti molto la mia scrittura, e quella è Coez al 100%. Sia per quanto riguarda il linguaggio che per la musica c’è qualcosa di hip hop, di urban, ma sono portate ad un livello di bpm e con strumenti che con il rap non c’entrano nulla. E questo lo rende pop. Che poi qualsiasi cosa è pop, prendi uno come Vinicio Capossela , per dirne uno. Lui fa una cosa sua, ma nessuno gli va a dire che è pop, è Vinicio Capossela. Non che mi voglia paragonare a lui, ma il meccanismo è lo stesso.

Questo abbandono parziale dell’hip hop è un scelta comunque forte. Come la vivono i tuoi fan? A vent’anni ho fatto il mio primo disco con i Circolo Vizioso, poi uno con i Brokenspeakers, subito dopo è uscito il mio primo solista Figlio di nessuno e ora questo. Ad ogni disco la gente mi chiedeva cose più simili al disco precedente. È naturale, il tuo pubblico ti conosce per quello che hai già fatto e si aspetta cose simili, se non le ha arrivano le critiche, ma poi anche il nuovo materiale si fa conoscere e porta altro pubblico. Io ho messo sempre ingredienti nuovi nei miei lavori, ad alcuni piace e ad altri no, ma di solito i fan che acquisti sono più di quelli che perdi. Le critiche sono sempre arrivate, ci sono abituato.

Ci hai fatto il callo? Il callo non ce lo fai mai, almeno per me è così,  perché cerco sempre di dare il massimo per avere un prodotto di qualità. Anche in questo caso mi sono rivolto a Senigallia e non al primo che passa, uno che magari fa pop più dozzinale. Ho un forte orgoglio musicale e ci tengo parecchio. Mi dispiace quando il pubblico non capisce che seguo una mia linea, comunque molto forte.

Questo weekend esordirai live al Miami Festival che si terrà all’idroscalo da venerdì 7 a domenica 9. Che tipo di pubblico ti aspetti di trovare ai tuoi concerti?

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