Interviste

Così parlò Jason Kay: Onstage intervista il leader dei Jamiroquai

Una copertura per il signor Jason Cheetham da Stretford, Uk, meglio conosciuto come Jason Kay. Questo sono oggi i Jamiroquai – c’è chi giura lo siano sempre stati – nuovamente protagonisti dopo qualche recente passaggio a vuoto. In attesa dell’ennesima data italiana del 2011 (9 settembre, a Monza), abbiamo raggiunto, ma non come avremmo voluto, l’imprevedibile Jay. Ci ha parlato dello stato di forma della sua creatura. O meglio, ce l’ha imposto.

Detesto le interviste via mail. Non è un problema di forma, anzi, è un sistema comodo e veloce che evita allo scriba il fastidio di ascoltare e trascrivere la registrazione audio. Butti giù le domande, le invii, aspetti le risposte. E quando arrivano sono già li, nero su bianco, che attendono solo di essere sistemate prima di chiudere il pezzo e consegnarlo per l’impaginazione. Oltretutto questo genere d’interviste svincolano dalle costrizioni degli orari e dai quei maledetti quindici minuti che solitamente vengono concessi per le interviste (non sono quasi mai sufficienti, ma vige la regola del “cazzi tuoi”).

Il problema delle interviste via mail è nella sostanza. Non c’è scambio, le domande hanno risposte che non avranno repliche, a meno che il questionante sia così bravo e fortunato da prevedere cosa dirà il questionato. Come una partita di tennis che si risolve in due colpi, servizio e risposta, senza scambi – noiosissima – le interviste via mail privano gli individui coinvolti della possibilità di un vero confronto. E finiscono per essere degli spottoni promozionali per l’artista. Sarà per questo che sono gettonatissime?

Jason Kay mi viene concesso proprio così. Non credo temesse di essere messo in difficoltà da un magazine italiano (e perché mai dovrebbe?). Semplicemente sta girando l’Europa con i suoi Jamiroquai – siamo a luglio, gli inglesi sono in tour proprio qui in Italia – e gli viene più comodo rispondere alle domande del sottoscritto quando ne ha voglia e tempo piuttosto che a un’ora prestabilita di un giorno prestabilito (per onestà devo ammettere che, complice il prezioso lavoro dell’ufficio stampa di Live Nation – agenzia promoter della band – le risposte arrivano in pochi giorni, mentre mi aspettavo tempi biblici). Dovrei essere contento e orgoglioso di ospitare Jay K su queste pagine e infatti lo sono, il personaggio è di quelli che si definiscono inafferrabili, quindi prendere o lasciare. Ma mi sarebbe piaciuto poter replicare alle sue frasi. Specialmente alle mezze-risposte e a quelle che si è “dimenticato” di dare.

In ogni caso, l’intervista via mail ci consegna un manifesto del nuovo Jason, quello che pare essersi completamente ristabilito dalle dipendenze varie accumulate in passato, morbido nei toni e chiaro nei concetti. Una versione brit-pop del folletto impazzito che abbiamo imparato a conoscere nei vent’anni di carriera dei Jamiroquai. Che, per la cronaca, sono ancora una band.

Dopo l’uscita di Rock Dust Light Star ho letto molte interviste in cui ti dichiaravi particolarmente soddisfatto del disco. Che cosa c’è di speciale nel tuo ultimo lavoro? Forse senti di aver recuperato qualcosa che in passato era mancato?

Rock Dust Light Star mi piace molto. C’è un feeling “live” che pervade tutto l’album in modo organico, come se l’avessimo registrato dal vivo. Amo questa sensazione nella mia musica, perché credo che i Jamiroquai siano sempre stati soprattutto una grande live band. Dynamite non suonava nello stesso modo. Era molto più pensato, ragionato, non avrebbe mai potuto avere la stessa vibrazione che abbiamo durante i concerti.

La prima volta che l’ho ascoltato sono rimasto sorpreso da come fossero ben amalgamati tutti i differenti stili che caratterizzano la musica dei Jamiroquai fin dal principio. Funk, jazz, disco, reggae e rock funzionano bene insieme dentro Rock Dust Light Star. Non credo fosse mai accaduto in passato. Mi sbaglio?

No, non ti sbagli. Credo che questo disco sia il più rotondo e completo, in termini di stili musicali, che abbiamo mai inciso e pubblicato. Dipende da quello che dicevo prima. E’ come se avessimo registrato un nostro concerto, e dal vivo questo tipo di operazione ci è sempre riuscita benissimo. Mi sbaglio?

(No, non si sbaglia). Ci sono voluti cinque anni per vedere il seguito di Dynamite. Perché tutto questo tempo? C’entra il cambio di etichetta?

Essere passati a una nuova casa discografica ci ha finalmente permesso di registrare l’album dove volevamo e senza fretta. Pensavo ne valesse la pena e credo che i risultati si siano visti. Ho scritto e inciso l’album che volevo fare piuttosto che l’album che qualcun’altro voleva che facessi!

Avete cambiato label proprio nel bel mezzo della crisi che sta colpendo l’industria discografica. Pensi che oggi le etichette siano ancora il punto di riferimento per chi vuole fare della musica il proprio lavoro?

Le cose sono cambiate. La gente compra meno dischi che in passato e questo ha reso la dimensione live il momento più importante del music business. Credo sia una buona cosa, tutti gli artisti che ammiro e rispetto hanno un grande seguito dal vivo. E non penso sia un caso.

Jason, hai cominciato vent’anni fa. Sei cambiato più come artista o come persona in tutto questo tempo?

Haha (letterale, nda), entrambi! Mi piace pensare di essere maturato sia personalmente che artisticamente parlando.

Come entra la vita reale nelle tue canzoni? Voglio dire, scrivi subito dopo che qualcosa accade oppure hai bisogno di tempo affinchè le esperienze si depositino dentro di te e lavorino sulla tua creatività?

Credo che se mi sedessi in studio davanti a un foglio di carta bianco sarebbe davvero difficile uscirne con qualcosa di buono. E’ quando sto facendo qualcosa, quando ho appena avuto una particolare esperienza, oppure ho provato un’emozione forte che l’ispirazione arriva. E’ in quel momento che nascono le mie canzoni.

Oggi basta un iPad per creare suoni e fare musica ovunque si voglia. Le nuove tecnologie hanno cambiato il tuo modo di comporre?

Non proprio. Per me una canzone è ancora una questione di melodia semplice e ritornello orecchiabile. Se fin dal primo momento della creazione sei troppo attento all’elaborazione del suono significa che il pezzo non è buono abbastanza e nessuna tecnologia o fantasiosa tecnica di produzione può aiutarti. Se un brano non suona bene voce e chitarra o voce e piano… bè, ricomincia daccapo!

Parliamo di live. Come si sono evolute le perfomance dei Jamiroquai in questi anni? Mi sembra che l’improvvisazione strumentale sia lentamente venuta meno. Ad essere sinceri, mi sembra che sia stato tagliato tutto quello che non è Jason-che-canta-e-balla.

Le jam session saranno sempre parte degli spettacoli dei Jamiroquai. Per quest’ultimo tour in particolare abbiamo lavorato moltissimo sulle strutture dei pezzi in modo che ci fosse spazio per l’improvvisazione musicale. E sta funzionando alla grande.

Dopo l’abbandono di tutti gli altri membri fondatori, ti senti ancora dentro una band? Sai, una parte del pubblico, specialmente quello più giovane, crede che “Jamiroquai” sia una specie di nome d’arte, o addirittura il tuo cognome!

Noi siamo e ci sentiamo assolutamente una band. Io sono quello che firma le canzoni e sui contratti c’è il mio nome, ma quando siamo là fuori a suonare, sul palco, nessuno può dubitare che i Jamiroquai siano una band. E’ il nostro spirito e non cambierà mai.

 

Credo che Emergency On Planet Earth sia stato un album rivoluzionario. Perchè ha portato un genere “colto” come l’acid jazz alle masse e il pop ad un livello più alto di ascolto. Pensi che ci sia ancora spazio, oggi, per qualcosa di fortemente innovativo?

Hhhmmm, è difficile da dire. Credo che le cose davvero nuove vengano dall’underground, ma con Internet e tutti i modi che le persone hanno a disposizione per ascoltare la musica che vogliono è difficile che un movimento musicale di nicchia approdi al mainstream. Però, nella musica come nella vita, mai dire mai.

Come dicevamo prima, sono passati vent’anno da quando hai iniziato. Per cosa vorresti che fossero ricordati i Jamiroquai quando la storia sarà conclusa?

Per aver scritto belle canzoni. Ma soprattutto vorrei che le persone si ricordassero di noi come una grande live band, capace di concerti incredibili sempre e comunque.

Potrebbe accadere. Per chi lo conosce – qualche milione di persone su questo pianeta – il marchio Jamiroquai si associa all’esperienza live un pò come il made in Italy alla moda o le automobili ai tedeschi. Anche l’ultima versione della band inglese, quella che abbiamo visto quest’anno, è un paio di gradini sopra alla media di quello che ci viene proposto in questa lunga (ma prossima alla conclusione) stagione di sovrabbondanza live. Nonostante sul volto e nelle movenze di Jay K, visibilmente meno generose che in passato, si siano manifestati i postumi di una sbornia durata 15 anni, un concerto dei Jamiroquai continua a valere i soldi spesi per acquistare il biglietto d’ingresso. E sarà d’accordo anche chi rimprovera all’inglesino un presente meno luminoso rispetto all’arcobaleno di colori musicali che ha caratterizzato la parte iniziale della sua carriera, quella dei primi tre dischi per intenderci.

L’equazione Jamiroquai uguale grandi live probabilmente sopravviverà alla band stessa, come accaduto per altri storici gruppi o artisti solisti. Vorrei scomodare i Queen, ma solo per citare una vicenda musicale in cui la dimensione live ha giocato un ruolo chiave nella costruzione del mito – non sto paragonando i due gruppo. Freddie Mercury è una leggenda in quanto leggendario performer e così anche Jason Kay non avrebbe lo stesso fascino se non avesse mai strapazzato i palchi con quei fighissimi balletti (e, si, se non avesse mai indossato quei cappelli). Ci ricorderemo insomma, giunti all’epilogo della storia, dei Jamiroquai come una grande live band, appagando l’ambizione del leader e padrone del progetto.

Ci dimenticheremo invece molto in fretta di questa versione politically correct di Jason Kay, che non affonda mai il colpo (vedi il discorso iniziale sulla discografia), finge di non capire domande estremamente chiare (quando gli faccio notare che dagli show della band sembra sia stato eliminato tutto tranne lui che canta e balla) o si dimentica di rispondere ad altre solo all’apparenza più scomode (gli avevo chiesto se le separazioni dagli altri membri fondatori fossero inevitabili e se ne avesse in qualche modo sofferto, ma non ho avuto risposta). Non ho potuto farglielo notare – maledette interviste via mail. Incalzato, (forse) ci avrebbe deliziato con la sua imprevedibile e raffinata follia. Meglio che la tenga per il palco, direte voi.

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