Interviste

I Counting Crows tornano in Italia con il loro «migliore album»

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A sei anni dall’ultimo disco di inediti, tornano i Counting Crows. Diretti e compatti come sempre. Un’assenza che ha portato la band a lavorare meticolosamente e con attenzione per questo nuovo disco. A novembre sono in concerto in Italia. E non vedono l’ora, anche solo per assaggiare qualche piatto nuovo. Così almeno ci ha raccontato il cantante Adam Duritz.

Com’è nato Somewhere Under Wonderland?
Ci siamo trovati una settimana ogni mese a casa mia, a scrivere e suonare. Non ci sono canzoni vecchie, nel disco, e tutto quello che abbiamo scritto è stato inciso. È un album che è nato, almeno nella mente, dopo il disco di cover. Si impara moltissimo interpretando brani di altri: giochi di parole, armonie e giri musicali.

Dove si trova Wonderland e cosa hai visto in questo posto?
È una strada. Wonderland Avenue è a Hollywood, vicino al Laurel Canyon, il luogo dove Neil Young, Crosby Stills & Nash, Joni Mitchell e altri vivevano e registravano tra gli anni Sessanta e Settanta. Un posto dove si respirava musica, i vicini e la gente che abita in quel luogo mi hanno raccontato storie incredibili. Vivevo poco distante dal paese delle meraviglie e non potevo non rimanerne affascinato.

Questo album è arrivato sei anni dopo l’ultimo di inediti. Cosa è successo in questi periodo?
Abbiamo lavorato molto, ognuno di noi era concentrato su altri aspetti. Ho scritto un musical. Poi nel 2012 abbiamo fatto un disco di cover, Underwater Sunshine, che è stato un gran lavoro:  ha assorbito la creatività della band per due anni. Ma non ci siamo mai fermati.  Non volevamo confondere i vari progetti e volevo essere totalmente dedicato e concentrato per la stesura dei brani dei Counting Crows.

Avete parlato di persone, persone differenti con diversi vissuti. Non è un concept album?
No. Tutti si aspettano un concept album ormai. Sono storie nelle quali tutti possono ritrovarsi. Non parlo solo di me, ma di persone che vivono e fanno parte della storia. Non è un album autobiografico. Penso a Dislocation, per esempio. Sono nato nel nord della California, ma mi sono spostato spesso. L’essere fuori luogo è parte di me, ma anche un sentimento comune. L’essere diretto, maniacale nei dettagli e riferimenti sono esattamente quello che è sempre stato accettato e condiviso da chi ci ascolta da anni.

Siete in Italia a Novembre. Quali pregi o difetti trovate nei fan italiani?
Penso che il maggior pregio degli italiani sia che vivono in Italia. Un posto fantastico. Abbiamo sempre fatto puntate veloci in Europa tra i festival. Ognuno vuole suonare in Italia o Spagna. Anche solo per il cibo, per camminare tra le strade. Penso che sia la cosa migliore, vorremmo fermarci più tempo e ogni volta la sensazione è di non voler tornare a casa. Ho un amico in Italia, Paolo e ogni volta mi consiglia dei posti nuovi.

Qual è stata la sensazione provata appena terminato l’album?
Incredibile. Amo tutti i miei dischi, ma questo è quello che mi stupisce di più e non so perché. Ci sono tutte le emozioni che vivo amore odio, indifferenza e ancora amore. Sono veramente orgoglioso di questo nuovo lavoro.  Non voglio fare un disco dietro l’altro, voglio godermi ogni album.

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