Interviste

Damien Rice: viscerale, intimo e passionale. «Sul palco vado dove mi porta la musica»

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Non ho ancora avuto la fortuna di assistere a un live di Damien Rice. Mentre rileggo questa frase a voce alta, l’affermazione alle mie orecchie suona paradossale. Mi sembra impossibile non avere mai avuto la possibilità di andare a sentirlo dal vivo in 14 anni di carriera solista, specialmente quando ripenso al segno indelebile che il suo debutto (O, 2002) aveva lasciato nel mio cuore fin dal primo ascolto. Devo rimediare e l’occasione si presenterà tra poco, anzi, pochissimo: sabato 16 luglio il cantautore irlandese si esibirà al Pistoia Blues Festival, unica data italiana dove sarà possibile vederlo in concerto nel 2016.

UN ALTRO NUOVO INIZIO
In tutta franchezza a qualche anno da 9 (il secondo disco, quello del 2006) stavo cominciando a perdere le speranze, visto che il terzo album tardava a presentarsi. Pur tentando di respingere strenuamente l’ipotesi, cominciava a materializzarsi nella mia testa la convinzione che Damien avrebbe appeso la chitarra al proverbiale chiodo. Chissà cosa è successo in quegli otto lunghi anni necessari a partorire My Favorite Faded Fantasy, un disco che a mio parere raccoglie l’ispirazione e la violenta emotività di O e le eleva all’ennesima potenza, sfiorando il capolavoro. Magari si era momentaneamente perso. Forse ha aspettato pazientemente l’ispirazione. È possibile che non se la senta di parlare di quel periodo, ma la tentazione di chiedergli qualcosa a riguardo è troppo grande e alla fine – senza alcun giro di parole – gli domando se gli sia mai capitato di pensare seriamente di smettere. «La verità è che io ho smesso e ricominciato parecchie volte. È difficile, se non impossibile, fermare le idee che ti spuntano in testa. I pensieri compaiono dal nulla e ti frullano nel cervello liberi e selvaggi. È come passeggiare tra le bancarelle di un mercato di strada e venire abbordati da un venditore infervorato che fa di tutto per convincerti ad acquistare i suoi prodotti: anche se sta cercando di venderti qualcosa di cui non hai affatto bisogno, cattura la tua attenzione e ti tenta. La testa funziona così: ti mette davanti a una scelta che non avevi considerato».

ZEN E ISLANDA
A giudicare dalla sua lucida risposta mi rendo conto che la domanda successiva (Dovremmo aspettare altri 8 anni per il prossimo disco?)  potrei anche non fargliela, ma mi interessa comunque ascoltare le sue parole, perché ha un modo tutto suo di esprimersi. Quindi gliela porgo su un vassoio d’argento. «Purtroppo non sono in grado di rispondere. Potrei prendermi in giro, e fingere di avere il controllo della situazione. Ma dentro di me so che devo rispettare il mio ruolo di servitore della musica: posso solo sperare che arrivino nuove canzoni. E quando ne avrò a sufficienza verrà il momento per un nuovo disco». Un’impostazione quasi zen, come la tecnica meditativa che sta alla base della forma di pensiero giapponese e che non si cura del tempo materiale, ma si focalizza solo ed esclusivamente sulla realizzazione dell’essere umano nel rispetto della totale trasparenza di se stessi. Un obiettivo che forse si può raggiungere più facilmente trasferendosi in posti magici, surreali. Per esempio l’Islanda, il paese dove Damien ha passato gran parte del tempo intercorso tra il secondo e l’ultimo disco. «Viaggio molto e capito in posti diversi. L’ultimo anno ho vissuto prevalentemente a New York, a scrivere e registrare. Ma io amo lavorare in Islanda, perché lì la vita è davvero semplice ed è molto più facile essere spontanei con tutti quegli studi di registrazione e tutti quei musicisti nei dintorni. La quasi totalità delle ispirazioni che hanno fatto sì che My Favorite Faded Fantasy vedesse la luce proviene dall’Islanda e dagli splendidi esseri umani che la popolano e che ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere. Alcune volte succede che le persone o i luoghi abbiano un impatto magnetico sulle mie decisioni; quando capita, mi lascio trasportare completamente da questa sensazione».
È anche naturale che dai bei sogni ci si debba svegliare e il risveglio non deve per forza di cose essere traumatico. Per esempio in questi mesi non c’è né spazio né tempo per l’incantevole Islanda, ma bisogna salire sul bus e portare la musica in giro – scenario che comunque comporta spostarsi in lungo in largo per l’Europa, ovvero l’esatto contrario di un incubo. Che sia anche questo un buon momento per trovare l’ispirazione e creare nuovi brani? «A dire il vero mi risulta davvero difficile trovare il tempo per scrivere quando sono in tour. Ci sono troppi vicoli bui e cime di montagne da visitare, c’è troppa adrenalina che scorre nelle vene dopo ogni singolo concerto. Però ogni tanto durante il soundcheck qualche canzone nuova prende forma senza volerlo; è una sensazione piacevole».

VA’ DOVE TI PORTA LA MUSICA
Tra il soundcheck e l’adrenalina post-concerto di cui parla Damien c’è ovviamente il momento più importante: il live. Spinto da una sensazione che si colloca a metà tra la curiosità e il senso di colpa per non averlo mai visto dal vivo, sono andato a spulciare le setlist delle sue ultime esibizioni, scoprendo particolari interessanti. Ora so – per esempio – che spesso infila nei suoi set alcuni pezzi che appartengono al passato. Un passato che risponde al nome di Juniper, band che appartiene al secolo scorso e dalla quale fuggì nel 1999 perché in disaccordo con le politiche “commerciali” della casa discografica, che a suo dire avrebbero pesantemente annacquato il suo vero io. Molto meglio sposare la propria chitarra e intraprendere il percorso solista, facendo quello in cui si crede e suonando solo quello che si vuole. «Non faccio mai una scaletta, preferisco comportarmi in maniera naturale. Trovo che sia stimolante salire sul palco senza un piano preciso, aspettando di capire dove mi porterà la musica. Non faccio alcuna distinzione tra pezzi nuovi e vecchi: suono quello che mi sento in quel momento. Certe volte ricevo richieste dal pubblico: se risuonano dentro di me, se mi arrivano emotivamente accolgo lo spunto con piacere. Se invece non scatta nulla, continuo per la mia strada. È un esercizio di ascolto molto complicato: si tratta di riuscire a percepire le parole e i silenzi. Soprattutto i silenzi».

PAROLA D’ORDINE SPONTANEITA’
Il rapporto con il pubblico è un altro tema che vorrei approfondire. So da diverse fonti attendibili che Damien non è nuovo a interazioni profonde con i suoi fan. Può capitare che il concerto si chiuda con buona parte dell’audience sul palco, a cantare in coro insieme a lui. «Dipende molto dal mio umore. Se mi sento socievole e a cuor leggero comunico volentieri con le persone, quando invece prevale il mio spirito solitario e introverso non spiccico nemmeno una parola. Piuttosto che mettere in piedi uno show a tutti i costi, preferisco essere quello che sono, essere autentico, rappresentare come mi sento in quel preciso istante. Ci sono serate in cui salgo sul palco prendendomi fin troppo sul serio, e in un certo senso anche così alcuni dei miei comportamenti danno vita a uno show interessante. Il mio atteggiamento on stage riflette inevitabilmente come mi sento, esattamente come il sole o la pioggia possono determinare l’umore delle persone dall’istante in cui aprono gli occhi la mattina». Spontaneità sembra dunque essere la parola d’ordine: vietato fingere, attenersi alla realtà per trasmettere quello che si ha dentro in modo completo e sincero. Ma è sempre stato così? Che cosa è cambiato in tutti questi anni di concerti? «Ogni giorno mi sembra diverso. È un po’ come fare l’amore: dipende da chi hai di fronte, dalle sensazioni che provi e da come ti poni rispetto alla situazione che hai davanti».

VISCERALE, INTIMO, PASSIONALE
Viscerale, intimo e passionale. Sono questi i primi tre aggettivi che mi vengono in mente quando penso alla musica di Damien Rice. Aggettivi che trovano conferma in ogni singola parola che è uscita dalla sua bocca in questa rapida chiacchierata. E quando in conclusione gli chiedo se si ricorda di un episodio particolare legato all’Italia, lui mi risponde così: «Mi ricordo di avere cantato per le strade della Sicilia dopo un concerto fino a quando è spuntato il sole del mattino. Qualcuno aveva portato della grappa e dei liquori locali e abbiamo fatto girare le chitarre per ore. Quando è arrivata l’alba mi sono tuffato in mare e poi sono andato in hotel a fare colazione. È stata un’esperienza memorabile».

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