Interviste

Il ritorno dei Decibel con Noblesse Oblige: «Il nostro mestiere non è piacere a tutti»

decibel album 2017 noblesse
di Grazia Cicciotti
Foto di Riccardo Ambrosio

40 anni dopo la nascita dei Decibel, la band formata da Enrico Ruggeri, Silvio Capeccia e Fulvio Muzio torna sulle scene con l’album Noblesse Oblige, 11 brani inediti e due rivisitazioni (Contessa e Vivo da re) con cui i tre vecchi amici del Liceo Berchet di Milano riportano in auge un sound talmente inusuale che lo paragonano alla “musica classica”. Non è un caso che per il tour (10 tappe in tutta Italia) la band abbia scelto i teatri, adatti per una musica “finalmente suonata”.

Oggi abbiamo tra le mani l’album Noblesse Oblige, ma come è nata l’idea di pubblicare questo disco 40 anni dopo la vostra nascita? Enrico: Abbiamo iniziato pensando di fare una cosa tra di noi, di stamparcelo da soli, pubblicare 100 copie e regalarlo agli amici. Pensavamo magari di fare un concerto a porte chiuse, come quello che facemmo quattro anni fa, quando durante la festa di compleanno di un nostro amico siamo saliti sul palco a suonare. L’idea di entrare nel mercato era lontana.

E invece eccoci qui. Enrico: Sì, son successe un po’ di cose. Ho fatto ascoltare tre provini ad un mio amico, che caso vuole sia il presidente della Sony Andrea Rosi. Siamo molto amici, per cui gliel’ho fatta sentire per fargli ascoltare qualcosa di nostro. Gli ho detto: ‘Senti qua, è roba un po’ di nicchia’. Al terzo pezzo ha spento e ha detto: ‘Nicchia un ca**o’. Da lì ci siamo trovati a fare un album con intendimenti diversi rispetto al punto di partenza.

Che disco è venuto fuori? Enrico: Un disco suonato. Dirai: ‘Normale’. No, perché oggi non si fanno mica così i dischi. Qui non c’è nessun groove di batteria, non ci sono Pad, non ci sono tastiere virtuali. Silvio: C’è un vox continental, per dire. Strumenti vintage, ma reali. Enrico: Addirittura andremo in tournée e suoneremo, pensa.

In che senso? Enrico: Andiamo sul palco e suoniamo. Io non volo, non ci sono maxi-schermi, non c’è la passerella.

Ci sarà qualche cover? Enrico: Potrebbe esserci qualcosina, ma ci preme ricordare che siamo comunque un gruppo con tre album all’attivo (ride, ndr). Devo dire però che fare qualche cover ci divertirebbe. Il primo album dei Decibel, quello super rock per intenderci, conteneva comunque un paio di canzoni adatte per il live: Il lavaggio del cervello, che in qualche modo parlava delle dittature mediatiche e che quindi è più attuale oggi di allora, e Super star, che racconta il momento in cui un fan ammazza il suo idolo. L’abbiamo scritta due anni prima dell’omicidio di John Lennon. Le vedo bene in scaletta.

Sentite di appartenere a una minoranza? Enrico: Consapevolmente. Siamo fieri di essere una minoranza. Secondo me con i concerti nei teatri, nei club faremo divertire un gruppo di persone, che sarà anche molto partecipe di questo progetto. Non è un progetto nato per essere plebiscitario. L’obiettivo di questo disco è più quello di essere ascoltato tra 30 anni che quello di riempire San Siro. Cosa che non accadrà.

Perché non potrebbe accadere? Enrico: Non è un album strutturato per piacere a tutti, ma il nostro mestiere non è piacere a tutti. Non è snobismo, semplicemente non siamo nati per quello.

Come definireste quindi questo album? Enrico: Un regalo bellissimo. Andare in studio era ogni giorno come andare a una festa, soprattutto perché suonavamo. È stata una bella iniezione.

Nell’album ritroviamo però anche due vostri grandi successi, Contessa e Vivo da re. Enrico: Devo dire che sono due brani che ho sempre suonato in ogni mia tournée. Contessa in tutti i modi – folk, punk, metal, acustica – quindi abbiamo voluto rifarla in modo molto attinente all’originale. Alla fine è giusto chiudere il cerchio, ve la facciamo sentire com’era all’inizio.

Teatri e club per il tour, come mai? Enrico: Ci sembrano la collocazione giusta per questo album. Abbiamo chiesto alla Sony di trattare questo album come un disco di musica classica, quindi i teatri sono la diretta conseguenza di questo atteggiamento.

Ci saranno altre date oltre a queste annunciate? Enrico: Credo proprio di sì. Quest’estate io compirò 60 anni, si potrebbe fare un concerto un po’ più esteso con un segmento in cui io faccio Il mare d’inverno, Mistero e quei brani lì. L’appetito però vien mangiando, quindi sarebbe bello passare l’estate insieme.

Niente vacanze? Fulvio: La vacanza è questa.

Facciamo qualche passo indietro. Ricordate invece i live degli inizi? Enrico: La storia dei Decibel è stata strana. La prima volta che in Italia si è usata la parola punk per artisti italiani è stata proprio con noi, in occasione di un concerto mai avvenuto. Io volevo muovere le acque e ho fatto sì che durante la notte venissero attaccati a Milano 2000 volantini con sopra scritto ‘Concerto punk con i Decibel’. Fu il censimento dei punk milanesi, arrivarono in circa 200, insieme al corteo dei militanti anti-fascisti. Si menarono, ci furono degli scontri. Era ottobre e il giorno dopo tutti i quotidiani parlavano di noi. A dicembre eravamo in studio per registrare il primo album.

Oggi invece è il periodo dei firmacopie, che ne pensate? Enrico: Ne facciamo un paio, ma devo dire che ci mettono un po’ tristezza. Il prossimo passo sarà andare a suonare ai citofoni della gente (ride, ndr). Li trovo comunque più adatti per gli emergenti, danno modo ai fan di incontrarli e vederli finalmente in faccia. Noi suoniamo nei teatri, ma quando finiamo non è che scapperemo via con le guardie del corpo. Ci fermeremo volentieri a parlare, se qualcuno vorrà.

Vi porterete quindi dietro tutti gli strumenti? Enrico: Ovviamente! Anche il vox continental. Silvio: Lo tengo a casa con la copertina sopra, non per niente, ma è del 1962 ed è ancora stranamente funzionante. Enrico: La parte più impegnativa della tournée sarà portarsi dietro il tuo vox continental. Silvio: Suoniamo con gli strumenti con cui abbiamo fatto il disco, né più né meno.

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