Interviste

Dente «Gli artisti devono cambiare mentalità»

Abbiamo incontrato Dente, uno tra i più apprezzati cantautori della cosiddetta nuova generazione. Non a caso, a distanza di molti mesi dall’uscita del suo ultimo disco, è ancora in giro a suonare.

Si dice che oggi siano i rapper a ricoprire il ruolo che negli anni Settanta è stato dei cantautori. Che solo nelle loro rime si raccontino davvero le contraddizioni di questo paese e della sua gente. Sarà anche vero, ma in Italia esiste una generazione di songwriter che giocano un ruolo fondamentale a livello artistico e godono di grande credibilità, oltre che di un seguito importante. Tra questi c’è Dente, tra i più apprezzati cantautori della cosiddetta nuova generazione. Non a caso, a distanza di molti mesi dall’uscita del suo ultimo disco, è ancora in giro a suonare.  

È passato più di un anno dall’uscita di Io Tra Di Noi e in pratica non ti sei mai fermato dall’andare in giro a suonare. Quando trovi il tempo per comporre nuova musica?

Inizialmente ho solo voluto godermi la gioia di suonare i nuovi pezzi dal vivo, senza curarmi di nient’altro. Non sono un autore che necessita di particolari condizioni per comporre: diciamo che in pratica scrivo di continuo. Poco ma in continuazione. Molti artisti fanno fatica a scrivere durante i tour, ma la mia creatività non è vincolata dal luogo in cui mi trovo o dal fatto di avere più o meno tempo. Negli ultimi tempi effettivamente ho collezionato una serie di idee alle quali metterò mano quanto prima.

Si può ancora vivere di musica in Italia? Ultimamente la domanda ha creato più di un dibattito…

Certo che si può, dipende solo da cosa s’intende con “vivere di musica”. Se lo chiedessimo a chi con la musica è riuscito davvero ad arricchirsi, allora è chiaro che la risposta sarebbe negativa, perché ormai quel periodo storico appartiene completamente al passato. Io per vivere, invece, intendo riuscire ad avere i soldi per pagare le spese di ogni giorno e riuscire ad arrivare senza debiti alla fine del mese. Forse è più corretto il termine “sopravvivere”, ma chi non ha vissuto quel tipo di music business non può averne nemmeno nostalgia, né tanto meno rimpiangerlo.

Quindi mi stai dicendo che con la tua musica riesci a mantenerti e a non dover avere un secondo lavoro. Non è così scontato in questo momento.

Senza suonare dal vivo molto probabilmente sarebbe impossibile. Ho un sacco di date fissate e molte richieste, quindi non posso assolutamente lamentarmi. Inoltre ritengo che anche la questione dei dischi che non si vendono sia quasi più un mantra che un problema reale. Mi spiego: ok, i dischi non si vendono nelle quantità di una volta, ma basta limitare le tirature e, di conseguenza, i costi per rientrare perfettamente nel budget. Credo che quando hai la fortuna di riuscire a vivere con quello che ti piace fare, tutto il resto passi in secondo piano, per prima cosa i capricci o gli stravizi. Come ti dicevo prima parlano in generale di questo mestiere, deve cambiare semplicemente la mentalità degli artisti.

Hai parlato della musica dal vivo come della maggiore risorsa del settore. La sensazione, però, è che dopo aver rotto il giocattolo della discografia chi ha in mano le redini di tutto stia facendo la stessa cosa con i concerti.

A livello mainstream probabilmente è vero, anche se ad essere sincero non sono mai stato un assiduo frequentatore di concerti di grandi dimensioni. Nel mio piccolo mi sono accorto di diverse cancellazioni di piccoli festival o di date sparse per il paese, il che non è di certo un bel segnale. Sarà banale, ma anche la crisi inizia a farsi sentire. In ogni caso sono convinto che la situazione non sia poi così disastrosa.

Sei mai stato corteggiato da una major? Pensi che di fronte ad un’offerta vantaggiosa potresti cedere?

Corteggiamenti ce ne sono stati, ma forse mai con molta convinzione. Ora come ora sono un artista indipendente, ma non faccio parte della categoria che rifiuterebbe a priori una major perché sinonimo di male supremo. Credo anzi sia molto stupido. Se mi venisse offerta la possibilità di lavorare in un certo modo, permettendo alla mia musica di arrivare ad un pubblico maggiore di quello odierno, per quale motivo dovrei rifiutare?

Perché in un certo ambiente, il passaggio ad una casa discografica di successo equivale a vendersi al sistema…

Ho sempre pensato che questa cosa fosse una grandissima cazzata. Ma come si può essere così limitati da ascoltare un artista in base alla casa discografica per cui registra? Allora se avessi pubblicato il mio disco di debutto con una major avrei avuto meno dignità artistica? Quest’idea che per avere uno spessore artistico si debba fare la fame mi ha sempre fatto ridere. Piuttosto, credo che in questo momento il potere delle grandi compagnie discografiche sia completamente diverso da un tempo e che spesso si limitino solo a distribuire un artista piuttosto che a promuoverlo in un certo modo. In ogni caso io valuto un’offerta, non la storpiatura di un ideale.

Sei uno dei pochi artisti a dire apertamente di non amare alla follia i social network e l’idea distorta di amicizia che si portano appresso. Una presa di posizione precisa e controcorrente ora come ora.

Hai detto bene, è proprio il concetto di amicizia dei social network a darmi più fastidio. Credo che internet abbia portato più aspetti positivi che negativi, sarei stupido a dire il contrario e anche in campo musicale ha permesso un tipo di comunicazione più immediato e non più legato ai soli giornali. Tuttavia i social network hanno cambiato completamente il modo di rapportarsi non solo tra amici e conoscenti, ma anche tra fan e artisti. Basta che ti inviino un messaggino su Facebook o una richiesta d’amicizia per credere di essere davvero tuoi amici e venirti a dare pacche sulle spalle alla fine dei concerti. Credo che tutto ciò sia ormai fuori controllo.

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