Interviste

I dEUS presentano Following Sea «Due album in un anno? Normale»

Per parlare del recente album dei dEUS Following Sea, abbiamo incontrato Mauro Pawlowski, chitarra e voce del gruppo belga, nel backstage all’A Perfect Day Festival.

dEUS Following Sea MauroPer parlare del recente album dei dEUS Following Sea, abbiamo incontrato Mauro Pawlowski, chitarra e voce del gruppo belga, nel backstage all’A Perfect Day Festival – lo scorso 2 settembre), poco prima che la band guidata da Tom Barman si esibisse sul palco del Castello Scaligero di Villafranca (guarda le foto del live). Proprio il nuovo disco ha fornito ai dEUS l’assist giusto per tornare a suonare dal vivo. Ma, alla fine, abbiamo soprattuto di altro: dei Beatles, del pop di oggi e dei festival, dove non si può fare pipì in pace.

Secondo album in pochi mesi. Following Sea è il “side b” di Keep You Close?
Solo alcune delle tracce vengono dalle registrazioni del disco precedente. Scriviamo in continuazione, creare musica è una cosa che ci facciamo abitualmente e anche piuttosto velocemente. Avevamo molta musica e così abbiamo registrato un nuovo album. Negli anni Sessanta era una cosa normale incidere due album in un anno. Non so cosa facciano le altre band, magari si siedono e guardano la finestra. A noi piace lavorare, ci divertiamo. Siamo musicisti, registrare canzoni e suonare dal vivo è quello che abbiamo scelto di fare. Per quanto mi riguarda, potrei suonare e basta dalla mattina alla sera.

Però, oltre a scrivere, bisogna lavorare sul sound in studio.
È la parte più difficile. Per il suono ci vuole moltissimo tempo ed è difficile trovare quello buono. Una volta si registrava in presa diretta, live, con giusto un paio di microfoni. Oggi è diverso. Mi piace, non dico che fosse meglio allora. È solo più lungo, perché ci sono molte possibilità che i produttori vogliono utilizzare. C’è un sacco di lavoro da fare.

È una parte del lavoro che può mettere in crisi una band?
Assolutamente. Devi avere un carattere molto forte, grande pazienza, per passare tutto quel tempo con le stesse persone in uno spazio molto stretto. Non è una cosa di un paio di giorni, ci vogliono settimane. In termini di tempo, c’è una sproporzione enorme tra la scrittura e la parte in studio. Ma se penso ai dischi che mi piacciono… be’, non sono stati registrati in una settimana o due! Vale anche per i Beatles, che dopo aver smesso di suonare dal vivo si prendevano anche un anno per completare un disco.

Non utilizzavano tecnologie più semplici?
No! Le facevano sembrare più semplici lavorando in modo meraviglioso. Comunque tornando al presente, ci sono anche band che passano 8 mesi in studio per fare un album perché sono insicure. Ma questo è un altro discorso.

A proposito dei Beatles, vi ponete il problema di come le vostre influenze si sposino con le esigenze del pubblico di oggi, soprattutto quello più giovane?
Ho 41 anni e il mio gusto musicale è decisamente old fashion. Ma anche oggi c’è un sacco di bellissima musica. C’è sempre stata bellissima musica, non bisogna dare retta a chi dice il contrario. Dobbiamo sforzarci di trovare un punto d’incontro tra passato e presente perché abbiamo molti giovani tra il pubblico e ci piace suonare anche per loro. Sarebbe noioso esibirci solo per i nostri coetanei. I ragazzi di oggi magari non conoscono quelle band ma apprezzano gli artisti moderni che trovano una nuova via per i suoni di allora. Un 16enne non compra un album dei Led Zeppelin, ma di Jack White, che fa grande musica influenzata dai grandi miti. Non devi necessariamente suonare “moderno” per essere popolare tra i giovani.

Qual è oggi il senso della parola della parola “pop”?
Per come la vedo io, se è parte della cultura popolare è pop. Che sia heavy metal o r’n’b o dance. Non penso che il pop sia un problema per la musica, anche se qualche volta ne ho abbastanza della musica popolare e ho bisogno di qualcosa che mi stimoli in modo diverso, qualcosa di più articolato. Ma può essere eccitante anche il pop: perché negare un po’ di divertimento alla gente?

Mi sembra che il problema principale del pop sia che gran parte delle giovani band inseguono un format musicale vincente, piuttosto che la propria strada.
Sono d’accordo, ma è sempre stato così. Negli anni Novanta c’era il grunge e alcune band facevano del grunge terribile e noioso, però poi c’erano i Nirvana. Negli anni Ottanta la stessa cosa con la new wave. Oggi è lo stesso. Molte band suonano in modo simile, ma ci sono comunque personalità di spicco e artisti migliori di altri. Come sempre, dipende dalle persone.

Ti è capitato di ascoltare gruppi noiosi ultimamente?
Quando vado ai grossi festival, con cinque o sei palchi, è impossibile trovare solo band di buon livello! Ma d’altra parte è anche giusto che quanti più artisti abbiano la possibilità di esprimersi. Mi stupisco piuttosto che abbiano un pubblico. Ma evidentemente c’è bisogno anche di un pubblico noioso per band noiose.

Ti piace suonare nei festival?
Certo. Con il sole. Quando piove, c’è questo scenario medievale con la gente che soffre sotto l’acqua e in mezzo al fango. Mi dispiace per loro, anche se è capitato a tutti da giovani. In effetti, per un ventenne probabilmente non è un grosso problema prendere un po’ d’acqua. Quello che proprio non mi piace dei festival è l’accomodation. Conosci l’espressione “Non posso pisciare se sono in piedi di fianco a qualcuno”? Ho bisogno della mia privacy!

Guarda, qui all’A Perfect Day in sala stampa il bagno proprio non c’è.
Come puoi vedere, anche nel backstage la situazione non è delle migliori. Se solo ci fosse un bosco per ogni festival!

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