Interviste

I sogni e le paure di Dolcenera in Le stelle non tremano

Dolcenera le stelle non tremano
di Carolina Saporiti
Foto di Paolo Cecchin

Il nuovo album di Dolcenera, Le stelle non tremano, è un inno al sogno e un invito a non avere paura. Tra citazioni e suoni provenienti da paesi lontani, ne abbiamo parlato con la cantautrice pugliese, aspettando di sentirla a Milano il 1° dicembre.

Le stelle non tremano segna una rottura con i tuoi lavori precedenti con i suoi suoni tribali e i richiami agli strumenti orientali e africani: cos’è successo?
Fondamentalmente credo nella contaminazione, in tutto. E credo che un cantautore debba vivere nella sua epoca, non credo nel concetto di un cantautore legato a una musicalità passata, ogni uomo deve essere legato al proprio tempo, pur conoscendo il passato e sapendo come si è arrivati al presente. Bisogna avere coscienza del passato per potere evolversi.

Ma i suoni orientali in che circostanza sono “nati”? Da dove arrivano?
Ero in Cina per alcuni concerti: sono passata da Hong Kong, da Shanghai e Macao e mi sono rimasti dentro i suoni di alcuni strumenti che ho poi messo in questo album. Ovviamente non sono messi a caso, però sono venuti fuori istintivamente a partire dalla scrittura del pezzo.

E a proposito invece dei suoni elettronici?
Nessuno è fuori dalla contaminazione elettronica in questo momento. Per quel che mi riguarda credo di essere riuscita a tenere alto il valore cantautorale accostandolo ad arrangiamenti che contaminano suoni provenienti da ambienti musicali differenti, alcuni più intensi, altri apparentemente più leggeri. Intensi sono per esempio i suoni evocativi dei tamburi africani, che nascono come strumenti di preghiera, ma poi sono stati mescolati con un altro tipo di suono, quello del basso con side chain, che è tipico della dance. Ecco, se riesci a tenere alto il valore cantautorale, allora è una “figata”. Il brano Niente al mondo ne è una dimostrazione.

Parli di presente e di futuro nel tuo album, ma sono forti anche i richiami al passato. Come si conciliano le due cose?
Sai perché parlo di presente? Perché non abbiamo il diritto di appoggiarci sugli allori delle cose già fatte. Noi che abbiamo voce pubblica abbiamo il dovere di sperimentare con la musica, anche se la memoria e la coscienza di sapere perché siamo arrivati a questo presente sono fondamentali. Le citazioni di Pasolini, Monicelli, Platone ci sono perché ho letto certi libri: la nostra è una continua ricerca della realizzazione della nostra anima. A volte cambia ciò di cui abbiamo bisogno, per esempio in Universale dico “per domani non lo so, anche i sogni cambiano, per la vita cercherò” significa che bisogna individuare il proprio cammino e capire quando si deve cambiare perché la strada che hai intrapreso non è più quella adatta, è un invito a non avere paura. Perché cercare fa paura.

Le stelle non tremano è uscito a 3 anni da Evoluzione della specie. Come mai così tanta attesa?
Io non sono un prodotto discografico al quale viene detto “stai continuamente in televisione e fai uscire un album dopo quattro mesi che hai finito con l’altro”. Le mie canzoni le scrivo, le arrangio e le produco io… Avrò bisogno di tempo, no?

Sei anche perfezionista, forse?
Sì, penso di sì.

Oltre a parlare della paura del futuro, nell’album parli anche di incertezza e di altri stati d’animo densi. Per esempio in Fantastica parli di un amico che non c’è più, ma non è così evidente, potrebbe quasi passare inosservato…
È vero, in quella canzone c’è un contrasto fortissimo. È una commemorazione dell’insegnamento che quel mio amico mi ha dato durante la sua vita, ossia vivere sempre con il sorriso. Però questo viene detto su un arrangiamento dance… Ci sono voluti quattro mesi per decidere se commemorare il mio amico o commemorare il suo insegnamento: ho scelto la seconda e la carica della dance mi serviva per raggiungere le stelle, per non avere paura.

Quindi, alla fine, Dolcenera è una persona positiva?
Di base sono inquieta perché devo scrivere, perché sento le responsabilità, perché devo combattere contro chi non capisce e ti giudica, contro i preconcetti, ma il mio istinto in realtà è propenso alla positività. Parto dalla constatazione di un momento storico e personale di depressione per spingermi alla risalita, alla ricerca di una soluzione. L’unica cosa che ti può aiutare è avere un sogno, avere un progetto.

Pensi che si faccia un uso sbagliato della parola sogno oggi?
C’è un uso sbagliato della parola speranza. Monicelli diceva che la speranza è una cosa passiva che viene dall’alto, per cui non ti fa trovare una soluzione, il sogno al contrario è positivo. Ma d’altra parte nel brano Niente al mondo, il sogno ha anche valenza negativa: chi vuole intensamente una cosa è disposto a dire bugie. Bisogna chiedersi qual è l’unica cosa alla quale non si rinuncerebbe. La mia risposta è “sei tu il più grande sogno che io non venderei mai, per niente al mondo”.

La copertina è stata realizzata dall’artista Guido Daniele. Come è nata questa collaborazione?
Conosco quest’uomo da 12 anni, è un personaggio mistico e insieme concreto. Gli piaceva la mia musica e un giorno mi ha detto “Manu, facciamo un progetto insieme”. Questo è successo dieci anni fa, ma poi non l’abbiamo fatto, anche perché lui voleva che fossi io a decidere il soggetto da disegnare. Quando ho capito che questo album si sarebbe chiamato così, ho riflettuto sul sound che era futuristico, ma anche primordiale, e ho deciso che sul mio corpo potevano essere raffigurati circuiti e neuroni, l’umanità e la macchina.

Prima del tour, hai in programma una data al Blue Note il 1° dicembre. Cosa ci dobbiamo aspettare?
Sto dando una vesta totalmente diversa alle canzoni, sarà una bella sorpresa.

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