Interviste

Doppio Wow – Verdena

Lunghi mesi barricati nel proprio studio di registrazione/sala prove hanno fruttato un doppio album che rilancia i Verdena come una delle band più coraggiose e sperimentali del panorama rock italiano. Abbiamo intercettato Alberto Ferrari e Roberta Sammarelli per farci raccontare il loro lavoro più complesso e soddisfacente…

di Stefano Gilardino

Ancora più che nei dischi precedenti, Wow mostra una voglia sempre più crescente di sperimentazione e di assenza di punti di riferimenti ben precisi. Alberto: Hai ragione, i Verdena non vogliono assolutamente focalizzarsi su un suono piuttosto che su un altro, cerchiamo di essere sempre in movimento, recepire influenze esterne e poi metabolizzarle in modo personale. È ovvio che siamo ben consci di muoverci entro certi parametri, quanto meno in un ambito rock, se così vogliamo dire, ma ci piace spaziare a seconda del momento. In ogni caso, credo che il nostro stile e la mia voce si riconoscano all’istante, creando una continuità con i lavori precedenti. A pensarci bene, è soprattutto il mio modo di cantare a definire i Verdena, a volte è persino difficile risentirmi su disco… (risate)

È stato complesso comporre così tanto materiale? A.: Per quanto riguarda la musica è stato molto divertente, nessuna fatica, ma ho avuto qualche difficoltà con i testi, specialmente quando si è trattato di passare dall’inglese che uso in fase di composizione all’italiano del brano finito. Capita di abituarsi troppo a certe parole e avere problemi a convertire il tutto nella nostra lingua. Roberta: Per questo disco, molti pezzi hanno guadagnato parecchio con la conversione in italiano, molte altre volte ci sembrava che il passaggio fosse traumatico e sfavorevole. È solo una questione di suono, ovviamente, ma quando per mesi hai a che fare con le stesse canzoni con un testo anglofono, fai fatica a gestire il cambiamento. Il risultato finale, nel caso di Wow, ha superato le nostre aspettative e ora non ce la faremmo mai a immaginarci questi pezzi in altri modi.

Del disco, colpisce soprattutto una cura maniacale per le parti vocali. Se per A Capello è quasi scontato dirlo, ci sono molti altri momenti, Loniterp per esempio, in cui stupisce il grande lavoro che avete fatto. A.: A Capello, tra l’altro, è dedicata proprio al famoso allenatore, l’ho composta il giorno in cui l’Inghilterra è uscita dai mondiali di calcio, è stato un puro caso (ride). Comunque è il primo disco in cui facciamo dei cori e devo dire che anche noi siamo soddisfatti del risultato, anche se è stato arduo andare a tempo e con la giusta intonazione. R.: E quei pezzi li suoneremo anche dal vivo, abbiamo anche inserito un quarto elemento in fase live, un ragazzo che si chiama Omid Jazi e suonerà chitarra, tastiere e contribuirà ai cori. Sarà bello scambiarsi un po’ gli strumenti sul palco, credo che darà un valore aggiunto a questo tour, pensa che dovrò cantare in un paio di pezzi anche io! Siamo in sala prove da un mese e mezzo per mettere a punto la scaletta e suonare i brani nuovi, ma siamo estremamente soddisfatti, stiamo tornando in forma rapidamente. A.: A parte poche eccezioni, contiamo di suonare quasi tutte le canzoni di Wow dal vivo, occuperanno la maggior parte del concerto.

Tornando al disco, a parte rare eccezioni, sembrano mancare quei pezzi violenti e quasi hard rock che erano una vostra cifra stilistica ben precisa. A.: Devo ammettere che non sono riusciti a scriverne di così efficaci da meritarsi la pubblicazione, forse non era il periodo giusto, chissà… Forse l’unica eccezione è Attonito, ma la vedo quasi come una canzone banale, un nostro tributo ai Cheap Trick. Nel materiale scartato c’era qualche altra cosa di simile, ma la nostra strada ha preso un’altra svolta direi, come si può capire ascoltando i due CD. Io considero Wow come il secondo disco dei Verdena, Requiem è un secondo esordio in pratica. La prima parte della nostra carriera si è conclusa con Il suicidio dei samurai, e da lì siamo ripartiti verso altre direzioni.

Non vi piacciono più i vecchi dischi? A.: No, non è proprio così: all’esordio siamo legatissimi, è il disco che rifaremmo per intero dal vivo se ci chiedessero di scegliere un nostro album per un concerto. Solo un grande sasso ci piace poco, cambieremmo molte cose di quel disco, mentre Il suicidio dei samurai è bello ma un po’ troppo commerciale e leggero. Requiem è il vero punto di partenza dei Verdena, quindi.

La mole di musica contenuta in Wow è davvero imponente, stupisce quasi che una band pubblichi così tanta roba in un colpo solo al giorno d’oggi. R.: Abbiamo anche avuto problemi all’inizio, non volevano che uscisse un doppio CD, lo consideravano un suicidio commerciale. Avevamo approntato una scaletta da 25 pezzi che stava su un solo disco, ma era troppo pesante, così abbiamo optato per mettere più pezzi su due supporti e lasciare una pausa. Pensa che uscirà anche su vinile doppio, ce lo stampiamo noi e lo vendiamo ai concerti!

Avete prima accennato al tour, come pensate di affrontare il palco questa volta? A.: Vogliamo offrire uno spettacolo più concentrato, meno lungo che in precedenza, ci sono stati dei concerti in cui ci siamo annoiati persino noi per la lunghezza dello show (risate). Un’ora e mezza dovrebbe andare bene, no? Non vogliamo mica che la gente si annoi, anzi deva andare via con la voglia di ascoltare ancora i Verdena. R.: Come ho detto prima, il fatto di movimentare la serata con scambio di strumenti ci permetterà di divertirci persino di più.

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