Interviste

John Petrucci: «Dream Theater è un album omnicomprensivo»

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John Petrucci, chitarrista dei Dream Theater, nell’intervista che segue spiega come il dodicesimo disco della storica prog metal band sia il manifesto migliore di una carriera oramai trentennale.

I Dream Theater sono un’autentica istituzione in campo progressive. Capaci di fondere in un sound unico le influenze di Rush, Yes, Pink Floyd, King Crimson e dell’hard & heavy metal ottantiano, hanno venduto oltre dieci milioni di dischi, imponendosi con creatività e personalità nel panorama internazionale proponendo un genere non certo immediato. Arrivati al dodicesimo album in studio, che prende il nome da quello della band stessa, è giunto il momento di tirare le somme di una carriera che, nonostante lo split col batterista fondatore Mike Portnoy di tre anni fa, sembra in continua ascesa.

Come avete accolto la notizia del debutto al secondo posto nella classifica italiana?
E’ stata una notizia che ci ha colto di sorpresa, il nuovo album sta andando molto bene dappertutto ma la seconda piazza in Italia onestamente non ce l’aspettavamo. C’è sempre stato un rapporto stupendo con il vostro paese, sin dai primi concerti che abbiamo fatto a Milano e a Roma il supporto dei fan italiani è sempre stato costante e assoluto. In ogni tour abbiamo sempre provato a inserire più di una data in Italia, è incredibile l’energia che riuscite a trasmetterci ed è un onore esibirci davanti a voi. Vogliamo ringraziare ogni fan che ha comprato il disco e ci ha regalato questa posizione, grazie davvero.

Ora siete in debito, dovrete stupirci a gennaio…
Saremo in Italia per quattro date e stiamo pensando a qualcosa di speciale. Saranno concerti denominati An Evening With Dream Theater, quindi non ci saranno band di apertura e suoneremo per tre ore, in due set divisi da un’ora e mezza ciascuno. Nel 2014 ricorrerà il ventennale di Awake, un album molto amato dai fan, abbiamo intenzione di rendere queste serate indimenticabili anche sotto questo punto di vista…

Parliamo del nuovo disco, come lo definiresti in una sola parola?
E’ difficile farlo ma direi completo, o meglio ancora ominicomprensivo dato che contiene davvero tutte le caratteristiche che il sound dei Dream Theater ha avuto dagli anni novanta a oggi. Abbiamo provato davvero a inserire in un’unica emissione il nostro dna, le nostre influenze e i nostri punti di forza, le ballad, l’impatto, la potenza e le parti più complesse. Ci siamo davvero impegnati tantissimo e credo che questo si possa considerare uno dei nostri dischi migliori dell’ultimo decennio.

Quali sono le tue canzoni preferite contenute in Dream Theater?
E’ sempre complicato sceglierne una o due, ma dovessi sbilanciarmi direi Behind The Veil, che rappresenta bene i concetti e gli elementi di cui ti parlavo prima, e The Looking Glass, dotata di grande impatto radiofonico e che sa molto di anni ottanta, con melodie ariose e un pre-chorus che adoro. Ma anche il brano di lancio The Enemy Inside è grandioso, una vera e propria mattonata, un pezzo metal sorretto da un riff che dal vivo sarà divertentissimo da suonare.

Dovessi identificare il momento migliore e quello peggiore della carriera dei Dream Theater?
Domanda difficile. Indubbiamente i nostri esordi sono stati difficilissimi, dopo il primo album non avevamo un contratto discografico e nemmeno un cantante, abbiamo pensato più di una volta di mollare tutto. I momenti migliori invece sono molteplici, siamo fortunati ad aver avuto così tante opportunità nella nostra carriera. Così su due piedi mi vengono in mente i concerti che abbiamo fatto al Budokan in Giappone, quello a New York presso la Radio City Music Hall o quelli negli stadi come headliner dei festival Europei. Credo che anche quello attuale sia un momento fantastico, tra breve cominceremo un tour molto esteso ed essere sul palco a suonare per i nostri fan è ogni volta un’esperienza meravigliosa.

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