Interviste

Edoardo Bennato presenta Pronti a salpare e torna all’Isola che non c’è

edoardo bennato pronti a salpare

Edoardo Bennato è un fiume in piena. Erano sei anni che non faceva sentire la sua voce, da un punto di vista musicale, e ha molte cose da dire. I brani del suo nuovo bell’album Pronti a salpare dicono tanto di quello che il cantautore napoletano pensa della società di oggi. E tutto il resto arriva durante la conferenza stampa di presentazione di un disco che richiama tanto del suo migliore passato, da Sono solo canzonette e L’isola che non c’è (che torna nel singolo Io vorrei che per te) a Burattino senza fili (in Il mio nome è Lucignolo). Senza però incappare nel rischio di replicare male un ieri glorioso. Perché il presente, per quanto difficile, può essere ancora stimolante.

Com’è nato Pronti a salpare?
Quando scrivo le canzoni, non è che io abbia già un’idea del pezzo. Partono sempre in finto inglese. Diciamo che poi ho un tema, come in Pronti a salpare e sono i fatti a venirmi incontro. In questo periodo cos’è che ci colpisce e che i media continuano a trasmetterci? Ecco, da lì inizia una mia canzone. L’importante è però evitare il buonismo e la retorica. E mi dispiace che non ci siano artisti che possano condividere quello che dico in queste canzoni: mi sarebbe piaciuto farle ascoltare a Fabrizio De André, per esempio. E mi dispiace anche che invece chi c’è ancora sia stato messo in disparte, come Ivano Fossati. La situazione purtroppo è questa.

Inizi a lavorare in inglese, ma poi le canzoni escono in italiano. Ti ostini a non abbandonare la nostra lingua?
Mia figlia che ha dieci anni scrive già canzoni in inglese: ormai i giovani hanno deciso di bypassare l’italiano. Non so se sarà meglio o peggio per tutti noi perdere la lingua italiana, forse meglio perché potremo comunicare con tutto il mondo più facilmente. Ma non si può far finta che l’italiano non sia una lingua semplice per comporre. E anche le mie canzoni, se fossero in inglese, forse avrebbero un maggiore ascolto: se un mio pezzo avesse la voce di Bob Dylan, magari tutti si fermerebbero ad ascoltare. E invece no. È in italiano e quindi nulla. Dare sempre maggiore considerazione agli stranieri è una caratteristica tipica di noi italiani. Anzi, di noi italioti.

C’è spazio anche per la politica in Al gran ballo della Leopolda
Ho sempre fatto quello che ho fatto in modo istintivo. Faccio ironia su tutto e su tutti perché è giusto che chi fa il mio tipo di musica non sventoli una bandiera. Il rock è antitetico a ogni fazione e a ogni partito politico. E questo non lo dico solo io, ma anche quelli più saggi e avveduti di me…

Si è parlato tanto di un tuo avvicinamento al MoVimento 5 stelle.
Sono molti anni in realtà che frequento Beppe Grillo, e ci mettiamo spesso a suonare insieme perché a lui piace molto la musica blues. Il resto lo fa per sbarcare il lunario, ma il suo vero obiettivo è suonare (ride, ndr). Al V-Day di Napoli facemmo un pezzo insieme e lui suonò benissimo il piano. Quello che dice Beppe è ineccepibile, non fa una piega, però il succo è che alla fine la colpa non è dei politicanti e dei politici, ma di chi li elegge. E per quanto io abbia stima per Luigi Di Maio, che è campano come me, la domanda che mi pongo è come faranno i Cinque stelle a risolvere il dramma sociale italiano, e cioè il dislivello tra nord e sud. Il mio presupposto è che esistano solo gli esseri umani: il colore della pelle non c’entra assolutamente nulla con le possibilità di un individuo. Quello che conta è la latitudine, e questa ci dice che il nord sta meglio e il sud sta peggio.

Commenti

Commenti

Condivisioni