Interviste

Ecco il Neverending Tour di Elio e le Storie Tese, Cesareo ci svela il segreto del gruppo

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Elio e le Storie Tese tornano con il Neverending Tour 2014 per ripercorrere una carriera lunga 30 anni. Ne abbiamo parlato con il chitarrista Cesareo.

Neverending Tour. Un nome eloquente per spiegare un concetto già noto a chi li conosce bene: per Elio e le Storie Tese non è possibile stare lontani dai concerti. E così anche quest’estate il gruppo di Milano tornerà a suonare sui palchi di tutta Italia per portare in giro per la penisola la sua musica fatta di ironia e qualità. Tanta qualità. Abbiamo fatto una chiacchierata con il chitarrista Davide Civaschi, in arte Cesareo, per sapere qualcosa di più.

L’anno scorso avevate appena pubblicato L’album biango e lo avete suonato quasi tutto. Ora invece dedicherete più spazio anche ad altri pezzi?
Siccome L’album biango non è una più una novità facciamo contenti i fan pescando dal primo all’ultimo disco, quindi ci sarà un po’ di tutto. Abbiamo cambiato la scaletta rispetto all’anno scorso inserendo nuovi pezzi che non erano presenti negli ultimi tour. Ci sarà sicuramente qualche grandissimo classico del tempo che fu e qualcosa di più recente. La setlist sarà tendenzialmente fissa, ma sicuramente cambieremo qualcosa in corsa.

Una delle migliori canzoni dell’Album biango, a mio parere, è Come gli Area. C’è qualche speranza di vedere i componenti del gruppo sul palco con voi?
Non posso ancora né confermare né smentire ospiti sul palco perché bisogna mettere insieme gli impegni nostri e degli altri artisti. Ci piacerebbe molto suonare dal vivo con gli Area, ma non sappiamo ancora se succederà. La prima cosa è stata portarli in televisione con il Musichione. Confermo però che l’intenzione c’è da parte di tutti.

Puoi anticipare qualcosa su nuove performance di Mangoni?
Mangoni si adatta alla scaletta. Durante il concerto, man mano che verranno eseguiti i pezzi che fan parte del repertorio storico e di quello più recente, vedremo Mangoni trasformarsi in diversi personaggi. Non voglio anticipare nulla, ma di sicuro sarà in grande spolvero nella sua veste di artista completo.

Siete un gruppo solido che non ha mai vissuto scioglimenti o distacchi in 30 anni di carriera. Qual è il segreto?
Il segreto è composto da tanti ingredienti. Il più importante è che ci divertiamo ancora a suonare insieme e lo facciamo con grande ironia. Un gruppo può essere al massimo del suo potenziale se chi suona si diverte davvero e non fa finta. Un altro elemento è che siccome siamo un gruppo che fa tanto insieme ma anche tante esperienze singolarmente, questo dà la possibilità di variare quando si fa altro e di conseguenza si portano poi le nuove esperienze all’interno della band per condividere e diversificare.

Vi dà fastidio che, soprattutto in passato, vi abbiano tacciato di manierismo?
Ci faceva più male essere paragonati al cabarock o al demenziale perché, con tutto il rispetto, eravamo abbastanza distanti, oltre che musicalmente, proprio dal punto di vista dei testi, che erano sempre attenti a una certa forma di ironia e non erano mai banali. Avevamo anche un certo piglio per cercare particolari significati dal punto di vista linguistico. Il tutto poi vestito in maniera molto curata dalla parte musicale. Sicuramente all’inizio faceva male non essere capiti. Ora invece ci paragonano a Frank Zappa, ma non è che vent’anni fa fossimo diversi, solo più inesperti. Certi testi forse erano un po’ più leggeri di ora, ma non lo è mai stata la musica. Peccato che a volte ci si fermasse solo su alcuni termini cacofonici.

Nella vostra carriera avete suonato di tutto, merito della vostra capacità di variare ritmi e sonorità anche all’interno di una stessa canzone. Quali sono gli artisti che hanno influenzato la vostra musica?
Sicuramente è importante che ognuno di noi abbia contribuito con le sue influenze e la cultura musicale che si portava dietro. Io per esempio parto dai Rolling Stones, da Hendrix, dagli Aerosmith e dai Deep Purple. Anche Faso (il bassista, ndr) è sulla stessa linea, ma poi verte di più verso il progressive, come i Genesis. Ognuno insomma ha le proprie passioni che hanno influenzato moltissimo tutta la nostra carriera, dagli Earth Wind & Fire a James Taylor.

A proposito di James Taylor, quando ha suonato in Italia eravate con lui sul palco. Cosa ha significato veder riconosciute le vostre qualità?
Suonare con Taylor è stato un motivo di felicità e di realizzazione quasi di un sogno. Mexico era una delle mie canzoni preferite e quando l’ho fatta sul palco con lui non dico mi sia scesa la classica lacrimuccia, ma l’emozione era tanta. Direi che è stato un misto di felicità e soddisfazione professionale e ha avuto anche il merito di sottolineare che in Italia accadono cose nuove e stimolanti. James Taylor era arrivato qui sulla fiducia e prima del concerto ha fatto una prova con noi e subito dopo averci sentiti suonare si è sentito molto tranquillo. Ecco, avere la fiducia di un artista di quel livello ti dà un’ulteriore conferma che fai musica bene. Anche con Santana è stato lo stesso. Lui è stato contento e noi più di lui. Un po’ naturalmente c’entra la fortuna, ma un po’ direi che ce lo siamo meritato.

L’Album biango è uscito solo da un anno e voi di solito vi prendete parecchio tempo tra la pubblicazione di un disco e il successivo. State già lavorando a nuove canzoni?
Stiamo già scrivendo dei pezzi nuovi e c’è volontà di produrre altra musica e stiamo lavorando già in questa direzione. Magari succede il miracolo e tra uno o due anni esce già un nuovo album. È anche vero che oggi la tecnologia ha cambiato molte cose e ora molti colleghi buttano su internet anche solo due o tre pezzi. Ma le ha cambiate anche in senso negativo perché ci sono gruppi che hanno azzeccato solo un pezzo e pubblicano un disco dove gli altri nove sono banalotti. Noi ci mettiamo tanto perché vogliamo essere sicuri di pubblicare canzoni che siano valide. Non scegliamo mai dieci pezzi tra cinquanta che abbiamo scritto. Se un brano non ci convince lo eliminiamo da subito. Poi naturalmente non scartiamo tutto: individuati i pezzi li cambiamo, ci lavoriamo e riscriviamo i testi. C’è un’autocritica molto sincera tra di noi: ascoltiamo una canzone e siamo capaci di dirci «non è tanto bella». Forse è anche la nostra forza. Si tratta di un’autocritica che parte da noi e ci permette di fare al meglio ogni pezzo, sia quelli complicati sia quelli leggeri. La nostra fortuna poi è che non siamo legati a etichette discografiche e questo ci consente di non avere scadenze.

@AlviseLosi

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