Interviste

Elisa, una ribelle a Verona: «Me ne fotto se mi danno della guastafeste»

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L’emozione di suonare in un’Arena di Verona sold out da settimane, il calore di un pubblico che per primo ha capito quanto la sua proposta fosse impossibile da catalogare secondo le regole imposte dal mercato e la curiosità come spinta creativa perenne: ecco chi è oggi Elisa. In una chiacchierata fuori dalle righe e dalle regole, l’artista più eclettica del panorama italiano si è aperta molto onestamente e senza peli sulla lingua. Foto di Francesco Prandoni

Tratto da Onstage magazine n. 74.

Con il tour di supporto a L’Anima Vola sei stata una delle protagoniste assolute dell’anno: non poteva esserci chiusura migliore che un sold out all’Arena di Verona. Cosa dobbiamo aspettarci dallo show?
Posso dirti che non assomiglierà alla tranche estiva del tour, quella appena conclusasi, ma torneremo alla formula utilizzata in inverno nei palasport, che ci sembrava più congeniale per un evento come questo. Mi emozionava l’idea di quel palco in grado di arrivare fino al centro dell’Arena, in mezzo al pubblico. In pratica la struttura è la stessa usata nei palazzetti, con alcune modifiche strutturali dovute alla conformazione dell’Arena stessa. Per esempio non abbiamo potuto ricreare quella buca dove sparivano gli strumenti, ma lo show non sarà meno intenso e soprattutto non mancherà la parte della richiesta del pubblico, che amo alla follia.

Tre ore di durata e richieste del pubblico, hai preso spunto da Springsteen?
Ah sì, sarà un bel concertone che metterà alla prova i fan e mi farà capire se mi vogliono davvero bene (ride, ndr)! Comunque ci hai preso in pieno: se non fosse per Springsteen non avrei mai pensato ad uno show di questo tipo, soprattutto per quanto riguarda le canzoni a richiesta. È stato uno dei momenti più intensi della prima parte del tour e sono emozionata già all’idea di riproporlo a Verona.

Idee di questo tipo spesso sono etichettate come paracule e populiste. Non temi di essere tacciata delle stesse cose?
Posso essere sincera? Non c’è cosa di cui mi possa fregare di meno, ma sul serio. M’interessa così poco che mi viene solo da ridere al pensiero di poter essere definita in questo modo. Ogni volta che leggo certi commenti penso ad un paragone che mi fa sempre sorridere: è come se tu andassi al ristorante, allo stesso prezzo ti portassero delle portate più grandi del solito e tu dicessi di portare via tutto perché è di più di quello che hai pagato: follia pura. E dire ai camerieri che sono dei paraculi (ride, ndr).

In effetti sembra che fare qualcosa in più rispetto al compitino sia un fatto negativo e non un valore aggiunto. È inspiegabile.
Te lo spiego io il perché di questo meccanismo perverso: se qualcuno fa qualcosa in più rispetto alla media scombussola gli schemi che regnano da sempre. E spesso in questo settore gli schemi servono a tutti. Cambiare qualcosa, fare un passo in più significa alzare un po’ l’asticella e costringere gli altri a inventarsi qualcosa di nuovo per stupire il proprio pubblico. Per questo si rischia di essere visti come dei guastafeste, che obbligano gli altri a lavorare di più. Puoi proprio scriverlo apertamente: io non mi creo problemi di questo tipo, me ne fotto, anzi me ne strafotto. Scrivilo in modo che si legga bene (ride, ndr)!

Tornando alle canzoni a richiesta, serve una preparazione notevole e servono anche un po’ di palle.
Forse sì, ma ci tengo a precisare che il grado di preparazione che può impiegare una band come quella di Springsteen non è paragonabile alla mia e lo sottolineo proprio per dimostrare la mia assoluta mancanza di paracullagine. Lì una band intera fatta di oltre dieci musicisti conosce a memoria un canzoniere infinito e ha dei tempi di elaborazione di pochissimi secondi – cosa che mi sconvolge ogni volta che vado a vederli. Noi invece ci limitiamo a qualcosa di molto più semplice: invito la gente a venire con dei cartelli e chiaramente cerco di suonare sempre i brani che leggo, però le suono in acustico accompagnata da due o tre musicisti e dalle coriste. E anche se ciò vuol dire che devo essere molto preparata su ogni brano, si tratta di un’esecuzione più da spiaggia che altro.

Diciamo che l’Arena sarà forse la spiaggia migliore dove potrai suonarle allora.
È un momento che piace tantissimo e che la gente apprezza davvero, ben oltre quello che immaginassi. Il fatto poi che sia acustico diventa un valore aggiunto: mi trovo a suonare brani nati con altri arrangiamenti e che canto magari per la prima volta in quella veste. Il pubblico resta in assoluto silenzio ed è molto emozionante perché si ottiene un grande momento dedicato alla voce, corale e in grado di unirci. All’Arena poi non saremo in un palasport di cemento, in cui suonare dà sempre un’adrenalina incredibile, ma dal punto di vista acustico lascia molto a desiderare.

Quanto è diverso anche a livello tecnico uno show all’aperto da uno in un palasport?
Premetto che non essendo un Ligabue o un Jovanotti, i palazzetti per me rappresentano la più grande occasione di trovarmi di fronte ad un certo numero di persone. Non posso fare gli stadi, dunque suonare in un luogo come il Forum d’Assago, per esempio, è sempre un’emozione che mi toglie il fiato. Il problema, come ti dicevo, sono i limiti acustici che queste location presentano: è il motivo per il quale – purtroppo – nei palazzetti si tende a mettere in piedi spettacoli piuttosto che concerti tout court. Si curano molto di più le luci, i colori e le scenografie rispetto alla parte musicale. E questo dispiace un po’, perché in realtà la musica dovrebbe essere sempre in primo piano, invece si è quasi costretti a imbellettare lo spettacolo per distrarre la gente dal fatto che l’acustica sia limitata. I concerti indoor sono esperienze multisensoriali perché l’udito è penalizzato.

E qui si arriva a uno dei grandi paradossi del nostro Paese: costruiamo palazzetti per sport che rendiamo minori perché non ci investiamo e poi riutilizziamo queste strutture per fare musica senza che la cosa sia stata pensata al momento della realizzazione.
Un capolavoro… È un grande peccato, anche se luoghi come quelli progettati da Renzo Piano mi fanno sperare che le cose non vadano sempre in quella direzione. È un problema che andrebbe affrontato alla radice, ma credo che non ci sia l’interesse per farlo. In ogni caso devo spezzare una lancia a nostro favore, perché mi è capitato di assistere a concerti in arene americane dove dal punto di vista acustico ho dovuto immaginare quello che stava succedendo più che sentirlo. Certo, parliamo di strutture di vecchia concezione: poi hanno capito che per costruire impianti adatti alla musica servivano altri canoni, ai quali si sono attenuti. Noi invece non impariamo mai dal passato. Ed è buffo pensare che tra gli architetti di maggior prestigio mondiale primeggino diversi italiani.

Ci puoi dire se hai già messo mano a qualcosa di nuovo? Hai in mente un altro album completamente in italiano?
Sto lavorando da un po’ di tempo a nuovo materiale, ma con molta, molta calma. Ma non sarà composto da sole canzoni in italiano: l’avevo detto ai tempi dell’uscita de L’anima vola, ma in pochi mi avevano creduto. Mi piace parlare con i fatti e anche in questo caso è confermato che non dico cose tanto per dire. Non ho mai amato le formule, credo che ormai sia chiaro: scrivere solo in italiano è una cosa che non mi appartiene fino in fondo

In effetti, un filo ti lega alla tradizione del bel canto, ma allo stesso tempo hai un animo cantautoriale puro. Prima usavi solo l’inglese e ora la gente si stupisce se abbandoni l’italiano. Insomma, fatti etichettare!
Questa è la storia della mia vita. Devo dire che a questo punto della mia carriera ho abbastanza strada dietro di me perché si possa capire. Il solco è quello e non puoi sbagliare ma in principio è stato molto doloroso: puoi immaginare quanto fosse difficile non essere come gli altri, non sapevano mai dove mettermi e appena mi etichettavano io scombussolavo tutto e si ripartiva da capo. Ed era così anche all’estero. Non riesco a stare ferma, non sono capace: sono sia curiosa che insicura, quindi non sono mai una cosa sola, ma tantissime. Non ho ancora capito se sia un bene o un male.

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