Interviste

Fabi Silvestri Gazzè, una torta riuscita alla perfezione

Fabi-Silvestri-Gazzè-torta riuscita alla perfezione

Il trio Fabi Silvestri Gazzè arriva all’atto finale di un progetto durato più di un anno. Una serata evento all’Arena di Verona per festeggiare una collaborazione che ha avuto da subito una «data di scadenza». La consapevolezza di avere una sola possibilità è stato lo stimolo a dare tutto. Ognuno con il proprio personale contributo. Articolo tratto da Onstage n. 77 di maggio/giugno 2015

(N.B. L’intervista è stata realizzata e pubblicata prima dell’annuncio del concerto che il trio terrà a Roma il 30 luglio)

Un disco di una classe e un gusto rari, un tour trionfale nei maggiori palazzetti del nostro Paese e ora il gran finale all’Arena di Verona il 22 maggio, preceduto da un album dal vivo che fotografa un’esperienza irripetibile. Questo, in pochissime parole, il percorso che ha portato il trio composto da Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzè alla conclusione di un progetto iniziato più di un anno fa con un viaggio in Sud Sudan e del quale forse oggi possiamo tirare le somme. È per questo che abbiamo chiamato i tre protagonisti, in tre momenti diversi, per scoprire cosa ciascuno di loro pensasse di questo lungo giro insieme. E anche se il risultato è stato una «torta» particolarmente riuscita (come mi ha detto uno di loro), gli ingredienti che ognuno ha inserito sono rimasti ben definiti prima, durante e dopo. Così come ben definite, e in alcuni casi diverse, sono le risposte che ognuno di loro ha dato alle mie domande. Del resto, l’«aggressività» di Fabi, la «razionalità» di Silvestri e la «leggerezza» di Gazzè sono ingredienti profondamente diversi tra loro.

Insomma, avevate garantito che non ci sarebbe stato un futuro e manterrete fede alla promessa. Essere coerenti quando le cose vanno così bene deve essere molto difficile.
Silvestri: Forse perché in Italia non siamo così abituati alla coerenza. Confesso che non è stato facile mantenersi coerenti, perché è andato tutto talmente bene che in tanti non si aspettavano che l’avremmo fatto, né che avremmo rifiutato tutte le richieste che ci sono arrivate. Il cammino è stato così trionfale, non solo per i numeri, che finire all’Arena di Verona sembra la ciliegina su una torta che tutto ci consiglia di non ripreparare, perché i dosaggi sarebbero differenti. Un futuro comunque è inevitabile: intanto perché abbiamo inciso un disco e poi perché ognuno di noi riprenderà in mano queste canzoni nei propri tour.
Gazzè: Ho sempre pensato che la bellezza, il fascino di questo progetto stesse proprio nell’aver deciso una data precisa di scadenza, cioè la fine del tour a dicembre. Poi l’idea del concerto all’Arena di Verona è nato per dare risalto all’album che avevamo registrato durante quel tour, ma più che sancirne la fine, in qualche modo lo celebra. Andare avanti avrebbe reso dispersivo il tutto e finire qui dimostra la genuinità della scelta artistica e il rispetto per la nostra storia.
Fabi: Onestamente credo che sia sbagliato parlarne in termini di coerenza: il principio di base era quello di mantenere quella gioia e quella felicità che solo i progetti estemporanei hanno. Non è un fatto di coerenza, ma di gusto personale. Pura soddisfazione e gratificazione personale.

Paradossalmente, il rischio poteva essere quello di smettere solo perché avevate insistito sul fatto che non ci sarebbe stato un futuro, forzando i vostri desideri?
Fabi: No, ma capiamoci bene: nulla in tutto ciò è una forzatura, non abbiamo firmato un contratto in negativo che ci obbligasse a smettere dopo un periodo preciso, né ci siamo trovati con una pistola puntata alla tempia. Credo che il principio delle cose belle sia proprio che nascono in modo non richiesto, improvviso e sono belle perché rappresentano isole di estemporaneità in una vita sempre troppo organizzata. Quindi capisci che qualora si pensasse a un secondo progetto, questo avrebbe già dei termini di paragone e si normalizzerebbe.
Silvestri: Un po’ forse sì, anche se la scelta è stata molto determinata. Devi capire che se per il pubblico la sensazione è che siamo in giro da settembre, in realtà è un anno e mezzo che portiamo avanti tutto e prima di iniziare eravamo d’accordo su alcune cose. Intanto che se i pezzi non ci avessero convinto, avremmo abortito prima che la gente sapesse che stavamo componendo insieme e poi che ci fosse un percorso preciso. Più che una scadenza, come dice Max, che sembra parli di un alimento. 

Alla presentazione del disco parlaste dell’unione delle vostre personalità come di un cerchio triangolare. In cosa oggi siete più triangolari e in cosa, invece, più smussati?
Fabi: Questi sono i tipici ossimori di Max, che ovviamente sono sempre da interpretare. Il fatto di essere in tre è stato un ottimo motivo per non far scoppiare confronti uno a uno, che potevano essere più duri. Avevamo sempre a disposizione una terza via di fuga. Le dinamiche uno a uno soffocano le discussioni e le decisioni da prendere e credo che la vera fortuna, al di là della geometria, sia stata quella di avere più caratteristiche da musicisti che da cantanti.
Silvestri: Mi sono posto la stessa domanda nei giorni scorsi. So di essere cambiato moltissimo: in un certo senso sono diventato schizofrenico, in un modo piacevolissimo però. Ora che mi sto approcciando nuovamente alla mia musica, sento le voci degli altri due che mi dicono cosa pensano o come si muoverebbero per un determinato pezzo. Fanno ormai parte del mio modo di ragionare, insomma. Inoltre, credo che ognuno di noi tre ora conosca davvero bene i propri punti di forza.
Gazzè: Logicamente, la metafora era proprio mia. Credo sostanzialmente che ci siamo smussati a vicenda: ognuno ha preso un pezzo dell’altro, stimolandoci a vicenda e proteggendoci dall’esterno. Mi rendo conto che sembri la fiera del buonismo e del volemose bene: alcuni intoppi ci sono stati, ma sempre risolti da contrasti propositivi. Se l’avessimo fatto vent’anni fa, forse avremmo avuto molti più problemi di ego. 

Voi stessi avete fatto riferimento al progetto Dalla – De Gregori per far capire ai media i punti di riferimento del trio, ma forse la stampa ha insistito troppo sulla questione. Quali credete siano i veri punti in comune con quell’esperienza?
Silvestri: Magari ce ne fossero davvero di punti in comune, visto che Banana Republic resta una delle cose più belle successe in musica in Italia negli ultimi cinquant’anni. Se dovessi trovarne uno, a bocce ferme, forse direi proprio il fatto che entrambi i progetti abbiano avuto un tempo determinato, con un inizio e una conclusione ben precisi. Per il resto, direi poco, visto che noi abbiamo fatto prima un album che un tour. Semmai ti dico la speranza: che questo progetto, come quello, abbia lasciato un segno indelebile.
Fabi: La verità è che quello fu un paragone estorto quasi a forza al momento della presentazione e sul quale la stampa ha ricamato una serie di articoli che non parlavano davvero del disco, ma solo di quel paragone. D’altra parte, i media hanno da sempre bisogno di confrontare il nuovo col vecchio, altrimenti non riuscirebbero a parlare di molte cose. Continuo a pensarla allo stesso modo.
Gazzè: Al di là dell’estemporaneità del progetto e dell’amicizia tra le persone coinvolte, non vedo grandi paragoni, ma la cosa mi lusinga davvero molto. Durante il tour, mi è capitato di incontrare proprio De Gregori, che per altro in molti vedono come padre putativo della scuola romana della quale dovremmo fare parte. Mi ha detto: Max, ma chi ve l’ha fatto fare? 

Parliamo del concerto all’Arena di Verona. Sarà diverso da quanto visto in autunno?
Gazzè: Un bel po’, inevitabilmente. Sia come scelta dei brani, perché abbiamo ancora voglia di metterci in gioco, ma soprattutto a livello scenico. A fine anno, infatti, la scommessa era quella di mettere dentro un luogo dispersivo come un palazzetto un’ atmosfera da pub, da salotto di casa. Come fosse un live at home. L’Arena, invece, è già un immenso salotto, raffinato per natura, e questo ci permette di giocare un po’ meno con le scenografie e le mutazioni dello spazio scenico, per dare invece importanza solo alla musica. La band sarà la stessa, ma con l’aggiunta degli archi del Gnu Quartet.

Parlando del processo creativo, avevate elencato le differenze artistiche che esistono tra voi e di cosa dell’uno o dell’altro sia confluito ne Il Padrone Della Festa. Dal vivo questi aspetti si sono amplificati o, viceversa, sono stati tenuti più a bada?
Silvestri: Sono venute fuori nuove differenze, che non conoscevo, anche se di fondo restano più o meno le medesime. Permane quindi l’aggressività di Fabi: è lui l’animale da palcoscenico dei tre, non c’è nulla da fare. Io sono la parte razionale, col gusto di esplorare tutti gli emisferi del possibile che si esprime nel mio classico istrionismo. Sono meno rocker, ma mi prendo spazi di parola che loro non si prendono. Poi c’è Max: uno dei bassisti più talentuosi al mondo, dotato di una leggerezza incomprensibile che gli permette di ammiccare e giocare col suo aspetto fisico.
Gazzè: Oltre a essere un musicista, sono un grande appassionato di suoni, di frequenze, di arrangiamenti. La mia esperienza dal vivo ha influito enormemente sulle decisioni riguardo agli arrangiamenti da scegliere per i brani, anche dal punto di vista puramente tecnico. Ho scelto quale suono potesse essere migliore rispetto ad un altro e loro si sono fidati ciecamente, perché sapevano che alla fine avevo ragione. Credo che le caratteristiche delle quali parlammo all’uscita dell’album, dal vivo si siano invece amplificate, perché in quel contesto perdi molti dei freni inibitori che in studio ti condizionano.
Fabi: Sono dei colori di fondo che ogni essere umano possiede e che porta in ogni ambito nel quale si muove. Il mio approccio è più fisico e dinamico, Daniele è invece un mediatore e Max rappresenta il mio opposto, quello con il quale in qualche modo mi scontro. Non a caso, nella metafora che utilizziamo in una delle canzoni, io e Max siamo i due pugili che si fronteggiano, mentre Daniele è lo speaker, l’arbitro, proprio perché ha una predisposizione naturale a stare un passo indietro rispetto all’irruenza. Max è più narciso, quindi l’altro estremo rispetto a me.

Adesso che tutto sta per finire, potete dirci se inizialmente avevate qualche timore. D’altra parte 1+1+1 ha fatto 4, ma avrebbe potuto anche fare 2.
Silvestri: Sarei bugiardo se ti dicessi che non avevamo dei dubbi. L’idea stessa di intraprendere un tour nei palazzetti, che nessuno di noi aveva mai fatto, è stato un azzardo completo e ti confesso che in tanti provarono a farci cambiare idea ai tempi. La svolta è stata il tour in giro per l’Europa prima delle date italiane: essendo in tre, ognuno era il musicista dell’altro ed era vietato sbagliare. Allo stesso tempo, però, in tre è stato anche più facile, perché se anche due si fossero distratti, il terzo avrebbe tenuto la barra del timone dritta.
Gazzè: A me continua a piacere di più l’idea che 1+1+1 faccia un grosso 1, piuttosto che 4. Non eravamo per niente preoccupati, non ci siamo creati aspettative proprio per non rimanere delusi da un eventuale risultato diverso da quello che abbiamo ottenuto. L’impegno è stato comunque più importante del risultato ottenuto, e lo sarebbe stato anche qualora il risultato fosse stato inferiore alla somma delle parti coinvolte.

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