Interviste

Francesco Guccini: «L'Ultima Thule è una fine infinita»

Francesco Guccini intervistaSala Venezia, Milano. Quando scendo le scale e vengo accolto dai signori che, seduti ai loro tavoli, giocano alle carte, penso come non potesse esserci cornice migliore per la presentazione dell’ultimo disco della carriera di Francesco Guccini, L’Ultima Thule, che la sala della balera di Porta Venezia, sull’orlo dell’Associazione Nazionale Combattenti e Reduci.
Con una regalità propria del tramonto, continuano il loro pomeriggio mescolando vini bianchi, fette di torta e biscotti. Da quel giorno in cui il climax musicale di Lettera increspava la mia spiccata adolescenza, ne sono passati di biscotti, fette di torta e bianchini. Era il 1996 e sul giradischi c’era D’amore di morte e di altre sciocchezze. A distanza di sedici anni, come un cerchio che si chiude entro nella sala da ballo ornata da festoni blu e rossi, luci gialle ai lati sopra i poster di Elvis e gli altri miti che affollavano i sogni dei giovani ballerini di Milano.

Francesco è lì, davanti alla grande stampa che ritrae la copertina del suo ultimo lavoro. È visibilmente stanco, provato. Ma anche Elvis aveva sempre con sé un pettine.

L’Ultima Thule è l’ultimo capitolo della tua carriera discografica. Quando hai maturato questa scelta?

«Da molto tempo avevo deciso che questo sarebbe stato l’ultimo disco, e cosi è stato. Se pensate a quanti anni sono passati dallo scorso album (Ritratti, 2004) sono passati otto anni, un tempo lunghissimo, quindi vuol dire che la mia produzione di canzoni si è rallentata molto, ma non del tutto. Queste canzoni sono la mia ultima produzione ed era da tanto che ci lavoravo sopra. Era ora di pubblicarle».

Anche i concerti sono finiti? 

Si, non ci saranno live nei prossimi mesi, né anni. D’ora in avanti vorrei scrivere soltanto. Tempo fa avevo detto che mi sarei vergognato di andare ancora sul palcoscenico a sessant’anni (e quando l’ho dichiarato ne avevo molti meno). Figurati te ora che ne ho quasi settantadue (ride, ndr). Ora tornerò alla scrittura, stiamo parlando di un nuovo giallo con Loriano Macchiavelli, mi concentrerò solo su quello. Il tempo delle canzoni e degli spettacoli è finito, non è più il mio mestiere.

Cosa ti porta a smettere?

La mia vita è cambiata di molto da quando sono tornato a Pavana. Sono passato dalla città alla montagna, cambiando le mie giornate. Prima passavo tutte le sere con gli amici, nella trattoria di fianco a casa a giocare a carte: italiane, briscola, tresette, scopone, con orari spostati; a Pavana, invece, immagina quale possa essere la vita notturna. Ridotta. Ora vado a letto all’una; e quindi mi è cambiato completamente il ritmo di vita, e questo influisce. Ma non è l’unica componente, anzi l’età, gli amici persi per strada, e quel tempo che ormai non c’è più.

Neanche un ultimo concerto celebrativo? 

No, no, non ci sarà un finale clamoroso, un ultimo concerto, perché penso sia meglio finire in silenzio, andare via a passi lenti e silenziosi piuttosto che con il clamore di una grande festa conclusiva. Allontanarsi, a poco a poco. Come l’ultimo verso de L’Ultima Thule, che «attende e dentro il fiordo si spegnerà per sempre ogni passione/ si perderà in un’ultima canzone di me e della mia nave anche il ricordo». Così preferisco essere poco a poco dimenticato.

Riprendendo i versi de L’Ultima Thule sembra esserci un senso differente, uno stato d’animo opposto rispetto a L’isola non trovata.

Si, quando scrissi quella canzone ero giovane, avevo speranza nella vita che andava avanti e nelle canzoni che avrei potuto scrivere, mentre penso che qui sia già indicativa la foto usata per la copertina del disco. Scattata sull’ottantesimo parallelo e non ritrae un tempo che passa ma l’arrivo di un tempo passato, giunto su di una nave senza ciurma, perché non c’è più l’equipaggio di un tempo, e ha le vele afflosciate. Non c’è più niente da fare, se non andare e perdermi là, nell’Ultima Thule, in quel luogo mitico lontano e perso nel ghiaccio – nella fine infinita.

In questo tuo viaggio ti ha sempre contraddistinto il fatto di essere un riferimento per diverse generazioni, come se riuscissi a parlare sempre la lingua dei ragazzi.

Ritengo che alcuni sono vittime della famiglia: certi ragazzi sono stati suffolati dalla famiglia con le mie canzoni. Mi è capitato tempo fa di vedere un programma alla televisione, un programma rock inglese e c’era nonno padre e nipote tutti e tre vestiti nello stesso modo con il ciuffone a banana e jeans. Così succede che un padre gucciniano da giovane, passi ai figli facendo questa passione. Certo è che penso di essere anche considerato un po’ marginale, piace anche il personaggio Guccini, sopratttutto quello che ha colpito per la sua bellezza.

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