Interviste

Franz Ferdinand a Milano: «Sul palco non puoi essere davvero te stesso»

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Torna in Italia ad aprile una delle più amate rock band del Duemila. I Franz Ferdinand sono pronti a portare dal vivo i brani dell’ultimo album Right Thoughts, Right Words, Right Action (uscito nel 2013), ma soprattutto la loro grande energia. Che, parlando con Alex Kapranos, abbiamo il sospetto nasca dalla grande serenità con cui gli scozzesi affrontano le questioni rilevanti della loro carriera (intervista tratta da Onstage Magazine, numero di aprile).

Nonostante il successo dei vostri album, ho sempre pensato ai Franz Ferdinand come a una live band. Se questo fosse davvero il vostro habitat naturale, probabilmente ora sarete al massimo dell’eccitazione.
Assolutamente sì, anche se come ogni musicista, credo ci sia un momento in cui pensi che andare in giro a suonare sia tutto, mentre poi quando sei fuori di casa da mesi senza riuscire a mettere giù un pezzo, torna la nostalgia della sala prove, della goliardia da studio. Dove puoi anche fare qualche cazzata, perché non c’è nessun critico musicale pronto a sottolinearla. Indubbiamente la cosa che mi eccita di più dell’andare in giro per il mondo a suonare è vedere tutti quegli esseri umani creare un circolo di energia che ti sovrasta appena ti affacci sul palco. Parliamo di onde energetiche immense e rilevabili: chi pensa che una moltitudine di persone arrivate in un luogo per lo stesso evento non crei energia, non ha mai vissuto quello che ti sto dicendo.

Però poi quando finisce un tour ci mettete poi quattro anni a fare un nuovo disco… Alla fine della precedente tournée non avvertivi la voglia di scrivere di cui parli?
(Ride, ndr) In realtà il discorso è troppo complesso per riuscire a risponderti in modo chiaro e alcune cose è giusto che rimangano di dominio esclusivo della band. Si sono dette talmente tante cose negli ultimi anni che se si fossero avverate tutte, ora sarei un salumiere con un disco solista alle spalle andato male e quattro figli illegittimi. Ho sempre avuto un buonissimo rapporto con la stampa, ma credo che senza averla sperimentata sia impossibile rendersi conto di come operi quella del Regno Unito. In ogni caso, non c’è cosa che mi mette più a disagio del dover rendere conto a qualcuno di quello che faccio: con il terzo album eravamo arrivati ad una sorta di chiusura del cerchio, per lo meno di quello della prima parte della nostra carriera e avevamo bisogno di staccare. Gli unici a non metterci pressione sono stati quelli della Domino, proprio coloro che in realtà avrebbero potuto, ed è stato fantastico.

Quando siete in studio vi preoccupate di come possa suonare un pezzo dal vivo o lo fate semplicemente al momento delle prove per il tour?
In studio ci sono solo due vie per comporre musica: suonare ognuno le proprie parti e poi metterle insieme meccanicamente, aggiungendovi poi effetti da studio, oppure suonare insieme dal vivo. Nel tempo abbiamo provato ad utilizzarle entrambe, capendo che inevitabilmente ognuna ha dei limiti. Nell’ultimo album abbiamo quindi mischiato un po’ le cose, ma l’idea di limitarmi in studio per poter riuscire a suonare un brano dal vivo non l’ho mai concepita. Mi sembra un’autocensura, un paletto alla creatività di un gruppo, alla sua voglia di creare. Mi sentirei limitato e quindi non riuscirei ad esprimermi come voglio: se un pezzo non rende dal vivo me ne farò una ragione, così come se ne faranno una i fan. Credo che tra le ultime canzoni, quella che possiede l’equilibrio maggiore tra i due aspetti sia Goodbye Lovers & Friends, una delle cose migliori che abbiamo mai scritto. Mi sarebbe dispiaciuto molto non riuscire a riarrangiarla per uno show.

Un dvd, un EP live, lo show in digitale all’iTunes Festival e ora un Instant CD. Insomma, un live vecchia maniera non lo pubblicherete mai.
Probabilmente non ha più senso farlo con i canali tradizionali. In realtà questo sarà un album dal vivo tradizionale, ma venduto in rete o ai concerti, che se ci pensi sono gli ultimi luoghi in cui riesci a vendere un po’ di musica. La nostra fortuna è stata quella di salire alla ribalta quando ormai l’industria era già cambiata: se avessimo fatto il primo disco nel 1992, probabilmente ora agiremmo in altro modo, avremmo un’altra forma mentis. Inoltre, devi pensare che chi fa musica da venti o trent’anni si rivolge quasi sempre allo stesso pubblico di venti o trent’anni fa: noi, invece, abbiamo un bacino di ascoltatori che quel tipo di music business talvolta nemmeno l’ha vissuto sulla propria pelle. La cosa permette poi di abbattere i costi e di poter vendere un triplo album ad un prezzo accessibile a chiunque. È stato un sogno registrare alla Roundhouse di Londra: due dei miei gruppi preferiti, Doors e Ramones, hanno registrato lì alcuni dei live più belli della storia della musica. Solo i Ramones potevano pubblicare un live che non raggiunge la mezz’ora (ride, ndr).

Quanto è diversa la tua persona reale da quella che vediamo sul palco? Sei più Morrison o Joey Ramone?
Domanda interessante. Evidentemente non mi trasformo in modo completo come faceva Morrison, oltre ad essere quanto di più lontano si possa immaginare da uno Sciamano (ride, ndr). D’altra parte, anche Joey cambiava parecchio sul palco e probabilmente far parte di una band come i Ramones è stato l’unico modo possibile per avere una vita sociale soddisfacente. Psicologicamente, la maschera che indossi ogni volta che suoni dal vivo è una delle cose più interessanti dell’intera faccenda: sei tu e sei perfettamente conscio di esserlo, ma è una situazione che ti porta in pochi secondi in uno stato mentale difficile da spiegare a parole.

Credi che questa possa essere la spiegazione del motivo per cui molti artisti perdono la testa dopo il successo?
Chiaramente è questa la motivazione principale, più dei soldi, delle donne o degli abusi di sostanze. E non è una questione di successo, perché quando vai a vedere un tuo amico suonare in un locale da trenta persone, dopo il concerto ti tratterà come se fosse Mick Jagger. Sul palco vivi una sorta di viaggio extracorporeo, in cui riesci a vedere perfettamente te stesso mentre suoni davanti a migliaia di persone. Anche chi dice di essere pienamente se stesso, mente solo per sembrare più vicino alla gente: non puoi esserlo e non perché sei uno stronzo, ma perché troppe emozioni ti bersagliano contemporaneamente. L’essere umano, poi, è complicatissimo: tu ti comporti allo stesso modo quando sei con tua madre, a una partita di calcio o con la tua ragazza?

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