Interviste

Gabriele Muccino ha (ancora) lo sguardo di un bambino

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Dopo i grandi successi de La ricerca della felicità e Sette anime e il parziale passaggio a vuoto di Quello che so sull’amore, Gabriele Muccino ritorna nelle sale con Padri e figlie, il suo quarto film made in Usa. Una nuova prova del suo grande rapporto con Hollywood e le sue star che fanno a gara per lavorare con lui. E un nuovo capitolo della sua riflessione sui sentimenti, vera cifra stilistica di un cinema che per il suo autore rappresenta la risposta a un’infanzia solitaria. (Tratto da Onstage n. 79 di settembre-ottobre 2015).

Will Smith, Gerard Butler, Uma Thurman, Jessica Biel, Catherine Zeta-Jones, Dennis Quaid. E adesso anche Russell Crowe, Amanda Seyfried, Diane Kruger e Jane Fonda. Gabriele Muccino è il regista italiano contemporaneo che ha lavorato con il maggior numero di star di Hollywood. Con Padri e figlie, in uscita nelle sale il 1° ottobre, arriva al suo quarto film girato negli Stati Uniti nel giro di nove anni (nel 2006 uscì il suo maggior successo oltreoceano, La ricerca della felicità). Un solo titolo in meno rispetto alla sua produzione italiana, tanto che ormai lo si potrebbe considerare a tutti gli effetti un autore a stelle e strisce. Ma Muccino continua a portarsi dietro un personale e forte carico sentimentale ed emotivo tutto italiano che aveva caratterizzato così profondamente film come L’ultimo bacio o Ricordati di me.

Un regista che non tradisce se stesso e la cui cifra stilistica, come lui stesso afferma, è rappresentata più dalla sua sensibilità che non dalla tecnica, risultato forse anche di un’infanzia solitaria per scelta. Ed è proprio l’infanzia il tema principale di Padri e figlie, storia di un romanziere di successo rimasto vedovo in seguito a un grave incidente, che si trova a dover crescere da solo l’amatissima figlia Katie e a fare i conti con i sintomi di un serio disturbo mentale. E quanto vissuto in tenera età condizionerà Katie anche in età adulta, proprio come successo per Muccino che ha riversato nel cinema tutta la voglia di comunicare e di sperimentare che non aveva messo in pratica precedentemente nella sua vita reale. Padri e figlie segna un nuovo capitolo nel rapporto tra Muccino e la Mecca del cinema e nella carriera di un regista che con le sue storie continua a volerci (riuscendoci quasi sempre) far commuovere ed emozionare.

Lei ha scritto su Twitter: «La vita è meravigliosa ma può piegarci quando vuole e farci male. Non mollare mai». Ecco, dove e come si trova la forza per non mollare mai?
La forza si trova dentro a noi stessi. Cercando di alzare la testa e vedere la luce, anche se impercettibile. In alcune circostanze quando ci sentiamo messi alla prova, anche duramente, se non facciamo questo sforzo rischiamo di smarrirci. Questa forza è continuamente alimentata dalle proprie passioni e soprattutto dalle persone che si amano, che diventano la tua energia costante e indistruttibile.

Quali sono le tematiche principali affrontate dal suo nuovo film Padri e figlie?
Il film racconta chi siamo noi. Molto semplicemente il risultato di quanto ci è accaduto, di come lo abbiamo elaborato, della nostra infanzia. Il film è tutto nel rapporto tra un padre una figlia, che vediamo prima bambina e poi adulta, quando, nonostante abbia ottenuto delle realizzazioni personali, continua a convivere con una paura profonda, che la blocca e la stordisce. È un viaggio per entrambi, per Jake (il personaggio interpretato da Russell Crowe) che è messo continuamente alla prova nella sua volontà di tenere la figlia piccola accanto a sé, e per la protagonista (interpretata da Amanda Seyrfried) che cerca di sconfiggere i suoi demoni, di affrontare e superare finalmente il suo timore più profondo per aprirsi alla vita e viverla fino in fondo.

Quanto è importante l’infanzia nel definire la vita e l’essenza di una persona e quanto della sua infanzia ha inciso nella sua scelta di fare cinema e nel suo modo di fare film?
Da bambino ero piuttosto silenzioso, parlavo poco e osservavo molto. Ero solitario per scelta, non per obbligo, stavo bene così. Probabilmente quell’assenza di relazioni con i coetanei e rapporti ordinari l’ho colmata e recuperata con il cinema: attraverso questo strumento per me “vitale” ho potuto comunicare quello che non avevo vissuto e avrei voluto invece sperimentare nella mia vita. Il mio carattere, il temperamento e i desideri di quando ero ragazzo certamente hanno influito sulla scelta di fare questo mestiere e di rendere il mio sguardo visibile anche agli altri. Il cinema è sempre un percorso e una scoperta, anche di sé.

Durante la sua ormai lunga esperienza a Hollywood ha incontrato tanti grandi attori e attrici che hanno voluto recitare nei suoi film. C’è qualcuno di questi che l’ha colpita in maniera particolare? E perché?
In molti mi hanno colpito per la serietà con la quale affrontano un lavoro che considero complicatissimo. Perché fare bene l’attore richiede grande coraggio e generosità, quella che ti permette di rendere visibili le tue fragilità, le tue paure e la parte più intima di te. Gli attori di origine anglosassone in particolare mi sorprendono. Russell Crowe ogni volta è una straordinaria scoperta, mette in campo sempre qualcosa di più di quanto ti aspetti. Della piccola Kylie Rogers e di Amanda Seyfried sono altrettanto “orgoglioso”: hanno un talento indiscusso. Amanda è riuscita a rendere amabile un personaggio estremamente complicato, dal quale era facile prendere le distanze, e che facilmente poteva risultare odioso. Invece la sua vulnerabilità crea una forte empatia con lo spettatore.

Tante star vogliono recitare per lei. Che cosa pensa di avere di diverso dai registi americani? E che cos’hanno anche i suoi film di diverso da quelli americani?
Credo che forse il punto di forza nel mio modo di lavorare sia proprio il lavoro con gli attori. Molti di loro hanno necessità di essere guidati, e non tutti i registi sanno farlo. Non tutti sono in grado di avere una leadership, di comunicare con i “grandi” senza in qualche modo essere schiacciati dal peso della loro popolarità. Io in questo senso non ho grandi timidezze, sono molto diretto nell’esprimere la mia visione e ciò che mi aspetto, e credo che questo approccio sia apprezzato dagli attori. È una sicurezza quasi indispensabile per fare cinema come lo intendo io, quello che parte dal pensiero del regista.

Quanto e che cosa si è portato dietro dall’Italia nel suo modo di fare cinema?
Credo di poter dire quasi tutto. I grandi maestri come Vittorio De Sica, tanto per citarne uno, la genuinità dei personaggi, le atmosfere, ma soprattutto le emozioni. Il mio tocco “personale”, se così posso dire, non è un particolare stile tecnico ma è la mia sensibilità. L’attenzione ai sentimenti, agli affetti, alle sfumature è l’unico modo che ho di raccontare e fare cinema. Direi uno stile “umanistico”, un approccio che mette al centro il rapporto umano.

Al di là del cinema, dagli Usa che immagine arriva dell’Italia?
Mah… negli Stati Uniti sono molto ego-referenziati, non si preoccupano di certo dell’Italia, non siamo proprio nei loro pensieri. Se arriva un buon film certamente si parla di noi, viene apprezzato ma al di là di questo… entità distanti.

Nel suo film recita anche Aaron Paul, straordinario coprotagonista della serie Breaking Bad. Quanto segue il mondo delle serie tv? Ne girerebbe mai una? E se sì su che cosa?
Al momento il lavoro che si fa su alcune serie tv è estremamente interessante e stimolante. Ci sono serie con una buona, se non ottima, scrittura. Penso per esempio a una delle ultime: Narcos, che parla del boss della droga Pablo Escobar. E ce ne sono molte altre che non hanno nulla da invidiare al cinema. Certamente un progetto così, anche se televisivo, lo abbraccerei volentieri. Tra l’altro rispetto a fare un film con i grandi Studios hai la libertà e il privilegio di poter raccontare temi meno morbidi e abbracciare un pubblico diverso, più variegato e che può darti altri feedback.

Guardando alla sua carriera fin qui, qual è la cosa della quale va più orgoglioso?
Essermi ostinato a mantenere integra la mia voce, questo è motivo di orgoglio. Di aver fatto comunque scelte autonome. Su dieci film che ho diretto forse uno posso considerarlo “comodo” e conveniente, tutti gli altri sono il risultato di quello che volevo fare, dei miei desideri. E rimanere fedele alle proprie premesse non è una cosa facile o scontata.

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