Interviste

Gio Sada, da X Factor all’album d’esordio: «Sono un artigiano della musica»

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Giò Sada è l’artista che ha cambiato le regole del gioco a X Factor, portando all’interno del talent una ventata di genuinità e di novità grazie alla sua anima punk-rock-hardcore e alle sue capacità cantautorali. E ha pure vinto, meritatamente, superando di slancio i favoriti Urban Strangers. Poi la mossa che non ti aspetti: il giovane pugliese avrebbe potuto cavalcare l’onda del successo televisivo, sfornare in fretta e furia un album e, magari, presentarsi al Festival di Sanremo. Invece è sparito dalle scene per diversi mesi, ha spento le luci dei riflettori e si è concentrato solo ed esclusivamente sulla sua musica. “Perché per fare un disco come si deve serve tempo. E io me lo sono preso”, ci confessa Giovanni, mentre stringe tra le mani il suo album d’esordio, Volando al contrario, out il prossimo 23 settembre.

Stai proprio “volando al contrario” rispetto ai tuoi colleghi di X Factor. Beh, ho voluto fare le cose di testa mia. Come sempre. Non mi interessava fare un album di cover o di canzoni scritte da altri artisti. Sono sparito per nove mesi perché ho lavorato sodo ai nuovi brani, scrivendo con calma tutti i testi e curando nel dettaglio le sonorità, secondo i miei gusti. Mi sono confrontato con la mia band, con i produttori e, soprattutto, con me stesso. Per me è importante prediligere la qualità. Sono un artigiano della musica, non un commerciante.

Hai alle spalle una lunga gavetta. Centinaia di live e altrettante canzoni chiuse nel cassetto. Poi hai scelto un talent. Una scorciatoia? Arrivo dal mondo indipendente, un ambiente molto attento alla qualità dei suoni e dei testi che mi ha insegnato a lavorare bene, a prendermi il tempo necessario. Partecipare a X Factor è stata una provocazione. Volevo andare lì e far entrare prepotentemente un mondo dentro un altro mondo, che ha certamente i suoi tempi e le sue dinamiche. La mia idea era di fare, all’interno del talent, un percorso completamente nuovo rispetto a chi mi aveva preceduto. Capisco sia una scelta difficile da comprendere, ma credo che saper aspettare sia un valore aggiunto, è importante per me fare le cose con calma e coerenza. Sapersi ascoltare.

E ne è uscito un disco molto personale. Volando al contrario è una specie di autoanalisi. Contiene dodici canzoni di cui dieci nuove. Sono sereno perché so che, se avessi lavorato all’album in maniera standard, non sarei riuscito a dare tutto ciò che sentivo di voler dare. Ho cercato di non farmi colpire dalla smania del successo a tutti i costi, dell’apparire, che è una cosa che va in contrasto con quello che faccio, cioè la musica.

Hai avuto carta bianca per realizzare questo album oppure avresti voluto inserire qualche chitarra in più ma non te lo hanno permesso? Io metterei sempre qualcosa in più. Ma è anche giusto confrontarsi con gli altri e sapersi limitare. Credo che non ci sia un genere che debba essere preferito a un altro. Certo, a me piace l’attitudine rock, che non vuol dire che debba essere solo nella musica che faccio, ma anche nel mio modo di vivere la quotidianità. Però non voglio chiudermi in un solo genere, etichettarmi. Amo il punk e l’hardcore, che sono state la mia scuola. E adoro il cantautorato. Nel disco c’è tutto questo e molto altro.

Tra i brani dell’album c’è una nuova versione del tuo primo singolo, Il rimpianto di te. Credo che la nuova versione voce-piano sia più bella. Durante X Factor il singolo è stato realizzato in poco tempo, poi, rimettendoci le mani, ho trovato una formula più giusta. Vedi? Un’altra provocazione. Sai che c’è? Mi sono conquistato il diritto di fare questo disco. A modo mio.

E di inserire le canzoni che più ti rappresentano. Ci sono due pezzi in inglese, tra cui una cover di Come Away With Me di Norah Jones, registrata in presa diretta all’interno delle Grotte di Castellana. E poi c’è Ciò che lascio, il primissimo brano che ho registrato con la mia band. Fa parte della nostra crescita, ci ha dato tanto. Avevo 19 anni. Ricordo che uscì il nostro primo EP: ebbe un discreto successo nell’ambiente underground. Furono distribuite mille copie con una etichetta indipendente. Per noi fu una roba spropositata. Da lì è partito tutto.

Arrivi da una famiglia di artisti. Merito dei tuoi genitori se sei diventato cantante e musicista? La musica mi accompagna da sempre. Ho ascoltato di tutto, fin da bambino. E questo grazie ai miei genitori. Casa nostra è sempre stata piena di dischi. Eric Clapton è il mio punto di riferimento, l’artista più completo e più rock in assoluto. E Pilgrim è l’album che mi ha fatto innamorare della musica. Un capolavoro.

Il tuo tour partirà a dicembre, ma prima ti attendono due date live speciali negli Stati Uniti. Emozionato? Non vedo l’ora di suonare dal vivo! Mi sono esibito in tutta Europa con la band, girando a bordo di un furgone scassato. Abbiamo anche suonato in location molto particolari, tramite il nostro format Nowhere Stage, lanciato su Vevo. Ma in America non ero ancora arrivato. Sarò il 12 ottobre a New York, in apertura a Max Gazzé, e il 24 ottobre a Los Angeles, prima dei Negrita. Mi sono sempre ripromesso che sarei andato oltreoceano solo per suonare. Oggi il sogno si avvera.

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