Interviste

Nella musica elettronica non ci saranno più rivoluzioni, dice Giorgio Moroder

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L’inventore della disco music torna con Déjà Vu, il suo primo album in 30 anni e una serie di dj-set nel nostro Paese. Giorgio Moroder racconta Giorgio Moroder, tra colonne sonore, golf e parole crociate. Tratto da Onstage Magazine n. 78 di luglio/agosto 2015

Dev’essere stata un’esperienza scioccante pubblicare un nuovo album dopo 30 anni!
Non più di tanto, perché non ho mai abbandonato veramente la musica. L’unica reale differenza tra gli anni Settanta e ora è che un tempo si partiva da idee che in seguito venivano sviluppate insieme in studio, mentre oggi l’80 per cento del lavoro avviene via internet. Per esempio Kylie Minogue ha registrato la voce a Londra, poi mi è stata mandata a Los Angeles, io l’ho inviata a un mio musicista in Germania, mentre nel frattempo un mio collaboratore finiva di sistemare i suoni della base in Inghilterra. È diventata un’impresa incontrarsi fisicamente!

L’album suona molto moderno: come lo spieghi a chi si aspettava un disco dal suono più marcatamente anni Settanta?
Inizialmente volevo incidere un album dalle sonorità disco. Ma poi ho pensato che sarebbe stato difficile utilizzare i nuovi brani nei miei dj set, quindi mi serviva un sound attuale. A ben vedere non c’è tantissima differenza tra i suoni di 40 anni fa e quelli di oggi. Adesso sono più duri e la tecnologia li ha migliorati, ma il mondo sonoro è molto simile. Infatti nel brano con Sia non ho incontrato nessuna difficoltà a inserire strumenti tipici della disco music (come gli archi e il Fender Rhodes) in un contesto dance moderno: è venuta fuori una combinazione vincente, che a mio parere sintetizza in modo perfetto il Moroder del secolo scorso e quello attuale.

Mi aspettavo un featuring con i Daft Punk, visto che nel loro ultimo album tu c’eri: come mai non ti hanno reso il favore?
Loro mi hanno già fatto un favore immenso: da quando ho collaborato con i Daft Punk per me tutto è cambiato. Mi hanno fatto conoscere a generazioni che non sapevano nemmeno pronunciare il mio nome, e il loro pezzo è stato un tributo emozionante. Non me la sono sentita di chiedere loro un altro favore!

Daft Punk a parte, ci sono altri artisti con i quali avresti voluto collaborare oltre agli ospiti presenti in Déjà Vu?
Stimo moltissimo Rihanna, chissà se un giorno riuscirò a scrivere un pezzo per lei. Poi adoro la voce di Lana Del Rey, e stiamo pensando di fare qualcosa insieme – magari anche a breve. Ho ricevuto delle proposte da Lady Gaga e Nile Rodgers, ma poi non se n’è fatto più nulla. Se mi chiameranno collaborerò volentieri. Detto questo, non mi posso certo lamentare: se consideriamo che nella cover di Tom’s Diner ho inserito un bridge scritto e cantato da me con il vocoder posso vantarmi di avere fatto un duetto con Britney Spears!

Tra le varie popstar con le quali hai collaborato intravedi una nuova Donna Summer?
A mio parere Kelis ci si avvicina molto. Oltre a essere bella, è brava a cantare e sa anche comporre musica e parole. Ha una voce forte e un carattere gentile: in studio non ho mai avuto problemi con lei, non ho mai dovuto darle indicazioni perché possiede un talento naturale e sa fare tutto da sola.

E tra i produttori moderni di musica elettronica secondo te c’è un nuovo Moroder?
Non credo ci siano le condizioni perché qualcuno possa fare una rivoluzione come quella che mi è stata attribuita con I Feel Love. Ascolto regolarmente le chart inglesi e americane, ma lo faccio per puro piacere personale, raramente mi soffermo a valutare la tecnica dei producer moderni. Però ti posso dire che secondo me Calvin Harris è un mezzo genio, e anche Zedd è proprio bravo.

Osservando la scena dance che in questi decenni è rimasta orfana del suo maestro, ci viene un dubbio: non è che ci siamo persi 15/20 anni di Moroder?
Non credo. Da quando ho deciso di fare poco o niente non ci ho mai ripensato. Negli anni Novanta mi è stato chiesto in diverse occasioni di fare il dj, ma io non l’ho mai considerato nemmeno lontanamente. Rispondevo cose tipo: «No, grazie. Io sono un produttore, anche abbastanza famoso, i dischi li faccio, non mi abbasserei mai a metterli!». Sembra una barzelletta, ma fino a poco tempo fa il dj era quello che metteva la musica ai matrimoni, non la superstar di oggi. Poi un mio amico mi ha convinto a sonorizzare una sfilata di Louis Vuitton: 12/13 minuti di musica mixata. Poco dopo ho accettato di mettere i dischi a un evento della Red Bull Academy a New York, e in quella occasione ho cominciato a rendermi conto di quanto quel mestiere non fosse poi così male. Il featuring con i Daft Punk mi ha dato la spinta psicologica definitiva, ed eccomi qui: una superstar che si diletta a fare il dj davanti a folle di migliaia di persone. E pensare che negli anni Settanta in discoteca ci andavo solo per chiedere a un mio amico dj di testare i miei pezzi, e che per tutta la vita ho sempre preferito rimanere nascosto dietro al ruolo di producer piuttosto che esibirmi in prima persona.

E pensare anche che stavi per mollare la musica negli anni Ottanta, o almeno così si dice.
Sai, le cose funzionano così: gli attori vogliono quasi tutti diventare cantanti e i cantanti a un certo punto vorrebbero fare gli attori. Io a un certo punto della mia carriera mi sono detto: ho avuto successo in questo campo… perché non provo a fare altro? Avendo studiato arte, la prima cosa che mi è venuta da fare è stata creare delle opere d’arte: dei quadri al neon. Poi Jerry Bruckheimer mi ha riportato nel mondo reale, chiedendomi di scrivere la colonna sonora per Flashdance. Ma non ho perso il vizio: poco più tardi mi sono messo a fare un sacco di altre cose. Tipo costruire automobili, fare cortometraggi, sfogare la mia vena artistica utilizzando il computer. E poi mi sono dato al golf e alle parole crociate (rigorosamente in italiano).

E adesso – album a parte – che cosa stai combinando?
Sto finendo la colonna sonora del videogame di Tron della Disney, e sto parlando con un regista per un film ad alto budget. E poi comincerò finalmente a progettare un mio musical – sullo stile di Mamma Mia degli Abba, basato sul deejaying e sulla musica dance. Purtroppo con tutti questi impegni sto trascurando il golf, ma anche se all’anagrafe risulto ultra-settantenne mi sento come se avessi 25 anni. Avrò tempo per giocare a golf quando sarò vecchio.

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