Interviste

I Gogol Bordello di Eugene Hütz tornano in Italia: «Noi e voi spiriti affini»

Gogol Bordello Italia 2015

I Gogol Bordello tornano in Italia. Eugene Hütz, leader della band, si racconta senza filtro in questa lunga intervista. Articolo tratto da Onstage Magazine, numero di novembre 2013. Foto di Piero Paravidino.

Eugene Hütz ti chiama di notte dopo averti dato buca per tre giorni, poi ti manda messaggi per integrare quello che ha detto al telefono. Ma ti dice sempre la verità, perché detesta stereotipi e finzione. Per questo, dal vivo, i suoi Gogol Bordello sono uno dei migliori act in circolazione. Dentro la loro musica, nei loro concerti, c’è l’istinto genuino che è l’essenza stessa dell’arte. Per “introdurre” le tre date di fine novembre in Italia l’abbiamo (ehm) raggiunto al telefono in Brasile, dove vive da qualche anno.

A più di dieci anni dal debutto, nel nostro Paese l’attenzione nei confronti dei Gogol Bordello pare non vedere cedimenti. Chi vi considerava un fenomeno passeggero non aveva compreso appieno la portata della vostra proposta.
Sinceramente, non saprei cosa dirti. Se invertissimo i termini della questione, potrebbe anche essere che quelle persone fossero le uniche ad aver capito che la nostra musica non valesse poi così tanto. Quindi potrebbero essere gli unici ad averne davvero compreso la portata. A parte l’ironia, il numero di concerti in Italia è andato ogni anno aumentando, mentre altri Paesi, una volta conclusasi l’infatuazione per la musica di questo tipo, hanno finito per perdere interesse per tutto quello che vi girava intorno, noi compresi. Non credo sia un caso che una cultura come quella italiana, così legata ai propri dialetti, alle proprie tradizioni e aperta a quelle degli altri, ci accolga ogni volta come compagni di viaggio e spiriti affini. Non a caso da qualche anno l’America Latina è diventata la mia patria: queste ormai sono le uniche popolazioni con cui potrei resistere per più di dodici mesi.

Cosa rispondi a chi ormai tratta i vostri album come semplici pretesti per fare quello per cui sembrate essere nati, suonare dal vivo?
Intanto direi loro di ascoltare ciò di cui poi vogliono parlare. Dopodiché sono apertissimo al dialogo: ho scritto cose più o meno belle ed alcune che, riascoltate oggi, mi fanno schifo, ma non sopporto gli stereotipi. Quindi mi sono un po’ stancato delle definizioni prestampate, di chi sottolinea in continuazione che il nostro spettacolo assomiglia ad una sorta di circo e a tutte le cose di questo genere in cui ti sarai sicuramente imbattuto se hai letto almeno un articolo che tratti dei Gogol Bordello. Il problema è che la gente parla senza mai conoscere l’oggetto della discussione. Questi sono gli stessi soggetti che quando mi intervistano mi chiedono se in studio mi preoccupo di come un pezzo sarà poi suonato dal vivo oppure no. Ma cazzo, penso di non aver mai registrato un brano in studio che non fosse dal vivo!

Quindi non ti sentirò mai nemmeno dire che Pura Vida Conspiracy sia il vostro album migliore di sempre.
Certo che no, sarei un pazzo furioso a farlo, anche se lo pensassi davvero. Continuo a leggere le stesse interviste con le stesse risposte che mi annoiano dopo pochi minuti di lettura, quindi non sopporto le risposte di quel tipo. Chi parla con me, per esempio, è sempre impegnato a farmi vedere che conosce la cultura gitana, piuttosto che a dimostrarmi di essere stato a un mio concerto a tutti i costi, per risultare più credibile. Tanto poi chi è stato davvero toccato da quello che scrivo viene fuori in pochi secondi. Credo che Pura Vida Conspiracy sia molto legato all’album precedente, anche se penso che i miei testi siano stati profondamente influenzati dal fatto di aver vissuto in Brasile per diversi anni e anche dal punto di vista musicale è innegabile l’influenza di questa terra. Non puoi vivere qui e rimanere la stessa persona e lo stesso artista, non ho ancora conosciuto nessuno in grado di farlo.

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