Interviste

Gogol Bordello 2010

IMAGINE THERE’S NO COUNTRIES

Cantava John Lennon quanto sarebbe bello vivere in un mondo senza confini, un posto dove tutte le persone siano in grado di convivere pacificamente. Quel mondo non lo avremo mai, ma possiamo immaginarlo sentendone, da qualche parte, l’eco inconfondibile. Nella musica dei Gogol Bordello, ad esempio, una musica che trascende tempo e spazio, che non conosce limiti. Eugene Hutz ci ha parlato del mondo senza confini della sua “creatura” artistica.

di Mattia Sbriziolo

Rick Rubin, uno dei più importanti produttori del mondo, ha lavorato a Trans-Continental Hustle, ultimo disco dei Gogol Bordello. Com’è nata la collaborazione? Ci siamo conosciuti tre anni fa grazie a Tom Morello dei Rage Against The Machine, nostro amico e supporter. Dopo aver assistito a qualche nostro concerto, Rick è venuto nel backstage e là ho capito che era realmente attratto dalla band. Nel giro di poche settimane aveva già in mano alcune delle mie canzoni. Incredibile.

Ti ha mai detto cosa lo avesse colpito della vostra musica? Non gli ho mai fatto espressamente questa domanda, l’argomento è venuto fuori in modo spontaneo. Mi ha confidato che quella dei Gogol Bordello è una musica senza tempo e che questo aspetto lo ha colpito fin dalla prima volta che ci ha ascoltato.

E invece cosa ti ha colpito di lui? Sin dai primi giorni di collaborazione mi ha impressionato per il suo approccio: testa bassa e lavorare! Io prima di tutto dovevo pensare a scrivere, poi insieme lavoravamo sui brani scelti per l’album. È stato un lavoro faticoso, per entrambi. Ma è il metodo adatto a un tipo come me.

Parlaci delle varie fasi del processo creativo di Trans-Continental Hustle. Sono stato tre mesi in Brasile – dove vivo -per poi tornare in California, a Malibù, e presentare il materiale a Rick, con cui ho studiato il giusto sound. Così sono nati pezzi come My Companjera, Sun On My Side, Rebellious Love, Immigraniada, Raise The Knowledge. Alcuni li abbiamo conclusi in poco tempo senza eccessivi sforzi, altri ci hanno fatto impazzire e altri ancora non sono stati neanche inseriti nell’album. A mio avviso abbiamo scelto le migliori canzoni. L’intero processo è stato davvero impegnativo, ma esaltante! Alla fine siamo riusciti a portare a termine un progetto che ci ha donato molto, non solo da un punto di vista musicale, ma anche intellettuale ed emotivo.

Che tipo di musica contiene il nuovo album? Dentro Trans-Continental Hustle ci sono diverse combinazioni, legate alla perfezione dal miglior gipsy sound. Pala Tute, My Companjera e Sun On My Side sono canzoni acustiche da veri sognatori, racconti romantici suonati con grande classe da tutti i miei compagni. Si passa poi al rock di In The Meantime In Permambuco, Break The Spell e Trans-Continental Hustle.

Immagino che il Brasile, paese in cui vivi, ti abbia dato molti spunti. È facile essere colpiti dalla musica carioca. Sono stato ispirato dalla bossa nova e da generi originali e meno conosciuti come il forrò o il maracatù. L’anima brasiliana è facilmente riconoscibile, ma l’album racchiude un vero mix di musiche provenienti da tutto il mondo. Non a caso il mio stile è stato definito trans-continental streetcore. È qualcosa di originale, poco sperimentato, che rende i Gogol Bordello una band internazionale: il nostro è un vero e proprio giro del mondo attraverso la musica.

Ti sei mai chiesto cosa pensa la gente che ascolta o vede per la prima volta i Gogol Bordello? Ad un primo impatto potremmo dare l’impressione di un gruppo di pazzi dell’est europeo che se ne frega di tutto. Invece, a mio parere, la nostra forza è quella di essere una vera band che suona con abilità e lavora duramente, trascinata dalla passione per questo mestiere. In passato abbiamo ricevuto premi per esserci dimostrati all’avanguardia a livello artistico e stilistico, per l’originalità e l’energia espressa durante le nostre performance live e per molte altre cazzate… Io rispetto il giudizio di tutti e ovviamente ringrazio, ma l’essenza dei Gogol Bordello è la musica e la capacità di suscitare emozioni con i nostri brani e i nostri concerti. È qualcosa che viene da dentro di noi.

Tra i tanti posti, hai passato molto tempo anche in Italia. Pensi che il nostro sia un paese razzista? Il razzismo è un grande ostacolo da superare in tanti paesi. Il fatto che in Italia diano così tanta importanza alle vicende che accadono tra la popolazione locale e i nomadi può, a mio avviso, aiutare. Perché in qualche modo la gente si rende conto del problema. In Romania e in Ucraina, per esempio, le cose vanno peggio: non ne parla nessuno! Ed è molto grave.

La musica può avere un ruolo per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle grandi questioni sociali? Qualche tempo fa, in Turchia, abbiamo tenuto un concerto di protesta in un quartiere di Istanbul – invitati da un nostro amico per suscitare l’interesse della stampa – poiché il governo aveva deciso di radere al suolo parte della zona. Siamo riusciti a posticipare di otto mesi la costruzione di un parcheggio in quell’area.

Non è molto. Ti sbagli, è un buon risultato. La gente del posto ha quantomeno avuto più tempo per pianificare il proprio futuro e trovare un rifugio. Penso che la musica possa aumentare la sensibilità delle persone. Magari non riesce a risolvere il problema, ma attraverso melodia e parole può influenzare il pensiero della gente. D’altra parte anche il Dalai Lama ha coltivato fiducia nel mondo attraverso le sue parole. Un lavoro molto simile lo fa la musica… La buona musica, naturalmente.

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