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Gué Pequeno: «Nessuno può più ignorare il rap»

Il tour di Noi siamo il club è partito lo scorso 27 ottobre e si conclude a fine dicembre. In mezzo, una data speciale a Milano, il 6 dicembre, la città da cui tutto è partito. Sono ormai più di sei anni che i Dogo girano l’Italia a colpi di rap e quest’ultimo è stato particolarmente importante: sono diventati il simbolo della consacrazione dell’hip hop made in Italy. Gué Pequeno ci racconta i retroscena dell’ascesa della band, dalle strade di Milano alla collaborazione con Ramazzotti. 

Gué Pequeno Club DogoQuando nel 2003 esordirono con Mi Fist – LP autoprodotto che vedeva la produzione musicale di Don Joe e le collaborazioni di Dargen D’Amico, Aken e Issam Lamaislam, MC della Porzione Massiccia Crew di Bologna – i Dogo entrarono dritti nelle casse delle macchine e degli stereo di molti giovani dell’area milanese, e non solo. «Giro a Milano a 360 come gli occhi in overdose di bamba, come la testa di un tofa che guarda l’altro che scalda, come il corpo di una spia con la sua auto che salta, come uno zanza che sente una sirena che canta». Cronaca di un disco diventato cult. A distanza di nove anni Jack, Gué e Don Joe sono ancora lì, a battere il flow sui palchi di tutta Italia proponendo i “classici” e le hit dell’ultimo disco, Noi siamo il club. Tra parole, vita di strada, collaborazioni pop e cronache di resistenza, siamo andati a scoprire i segreti della Dogo Gang.

Il vostro ultimo lavoro è complesso sia dal punto di vista delle liriche, ancorate alla quotidianità, sia del sound. Lo avete registrato in un solo anno, molte band ci avrebbero messo molto più tempo. Come riuscite ad essere così prolifici?
Ormai il mercato ti chiede di produrre a ritmo frenetico. A parte Madonna e Tiziano Ferro non sono molti gli artisti che possono permettersi di fare un album ogni tre anni e, anzi, molti pubblicano senza lasciar passare troppo tempo tra un lavoro e l’altro. Un esempio in tal senso potrebbe essere Rihanna, in grado di fare sette dischi in sette anni, piazzando sempre singoli vincenti. Il mercato è famelico, c’è Internet, e il risultato è un tritatutto. Poi, sinceramente, non è molto difficile per noi fare i dischi, perché siamo molto attenti alla realtà che ci circonda. In ogni nostro album mettiamo i risultati del nostro tempo, con un’attenzione specifica riguardo l’attualità. Credo che questa sia una caratteristica dell’hip hop in generale. Poi, nel tempo, alcune canzoni rimangono legate al periodo in cui sono state scritte mentre altre restano sempre attuali.

Che significato ha un disco come Noi siamo il club in questo 2012 che sembra essere l’anno “definitivo” del rap italiano?
Dici bene, sicuramente questo album si inerisce in un periodo molto fortunato per il genere musicale al quale apparteniamo, che ora sta vivendo il suo momento d’oro. A tal proposito ritengo che in Italia ci sia stato un ritardo – come sempre su tutto ciò che non è “tradizionale”. Prendendo come riferimento l’Europa e lasciando quindi da parte l’America – con la quale il confronto non reggerebbe – siamo indietro di almeno una dozzina di anni. Per vari motivi. Sicuramente abbiamo una tradizione melodica pop difficile da scardinare, sorretta anche da un mainstream di radio e network che per anni han favorito sempre lo stesso prodotto. Il rap è riuscito a esplodere partendo dal basso, macinando gavetta, dischi e battle fino ad arrivare al momento in cui nessuno poteva più ignorare il fenomeno, tantomeno chi lavorava nel music business, perché i loro figli ascoltavano il rap. Per quanto riguarda noi nello specifico, sicuramente godiamo di un momento favorevole del genere, ma credo sia anche frutto della giusta combinazione di molti elementi: la consacrazione e il successo sono arrivati perché abbiamo raccolto quello che abbiamo seminato nel corso degli anni.

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