Interviste

Home Festival si presenta: «Dovevamo abituare il pubblico a qualcosa di diverso»

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Un bosco di musica: Amedeo Lombardi, organizzatore dell’Home Festival di Treviso, nell’analizzare il passato e nel pensare al futuro, ricorre spesso a una metafora che appartiene al mondo vegetale. «Iniziare con gruppi locali, vedere aumentare nel tempo il numero di palchi, passare ad un cast nazionale (prima) e ad uno internazionale (poi), allungare la fascia oraria delle esibizioni, offrire un programma sempre più variegato è stato come vedere crescere una foresta, lenta e silenziosa. Anche se i nostri volumi sono elevati», mi racconta ripensando alle cinque edizioni alle spalle. Lui e il suo staff si trovano «all’inizio della fase due di un progetto il cui obiettivo finale è far diventare Home “il” festival, inteso come manifestazione che dà molti contenuti in pochi giorni». Insomma, di offrire al Paese un festival alla Glastonbury, Sziget, Rock Am Ring e via dicendo.

Il paragone con il mondo vegetale torna a proposito del futuro. «Vogliamo regalare un luogo di incontro dal quale la gente esca arricchita da un’esperienza di vita con la musica come denominatore comune. Mi piace pensare che ognuna delle persone se ne torni a casa con un seme in tasca. Ciò che succederà a questo seme nel tempo lo vedremo fra un po’». Il solco lo hanno tracciato negli anni e sta diventando sempre più profondo e incisivo. A testimoniarlo ci sono le 62mila persone che hanno affollato la Zona Dogana nel 2014, nonostante per la prima volta avessero dovuto pagare un modico biglietto (rimasto tale anche quest’anno) per entrare. «Ci siamo dati del tempo nella consapevolezza che dovessimo abituare il pubblico a qualcosa di diverso», spiega Lombardi. «Il fatto che la kermesse non fosse tematica, che non avesse un solo palco, che proponesse tante attività in contemporanea all’inizio era una novità, mentre all’estero è prassi. Se avessimo proposto fin da subito un mega evento con tutte queste caratteristiche avremmo raccolto meno consensi, perché le persone non associano alla parola festival una manifestazione così».

Amedeo e i suoi hanno capito che il pubblico italiano andava preso per mano e accompagnato, non strattonato e piazzato al punto di arrivo. È così che sono riusciti ad instaurare un clima di fiducia. «La gente compra il biglietto per Coachella o Glastonbury prima che siano annunciati gli artisti perché si fida degli organizzatori: sa a priori che la line up sarà stellare e, soprattutto, che andare lì non si ridurrà a quello. Perciò ci siamo detti “va bene il grande nome sul palco, ma pensiamo anche al resto”». È qui che si capisce che la loro è una missione. «La nostra responsabilità inizia quando incolliamo il primo manifesto e finisce quando l’ultima persona è rincasata. Non possiamo prescindere dagli aspetti legati all’accoglienza». Su questo fronte c’è ancora molto da fare, a causa soprattutto degli immancabili bastoni tra le ruote messi dalla burocrazia. «L’anno scorso per ogni abitante della città ce n’era uno da noi. Significa che non abbiamo più una dimensione locale e che la voglia di eventi così c’è. Andiamo avanti, armati di pazienza e passione, disposti a rialzarci, e imparare, dopo ogni ostacolo».

Per fermare i ragazzi dell’Home Festival ci vuole ben altro, sono già pronti a prendersi cura di tutti quelli che arriveranno da loro dal 3 al 6 settembre per vedere Interpol, Franz Ferdinand & Sparks, J-Ax, Paul Kalkbrenner, Negrita e Fedez. Qui potete consultare il programma completo.

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