Interviste

Hot Head Show: Il nostro spettacolo è fatto da teste calde

Abbiamo intervistato gli Hot Head Show, “I campioni indiscussi dell’avant-bang massimalista di Londra”.

“I campioni indiscussi dell’avant-bang massimalista di Londra” recita la cover del cd consegnatomi dagli Hot Head Show. Etichetta che hanno pensato bene di assegnarsi da soli, dato il difficile compito di inquadrarli in uno stile ben preciso. Funk, ska, jazz, blues, hardcore sono solo alcune delle sfumature che riuscirete a cogliere ascoltando i loro pezzi.

Chiacchiero con il trio in un bar di Milano e tra un caffè e un toast mi faccio raccontare subito come è nato il progetto. È il cantante-chitarrista Jordan (Copeland, figlio di Stewart, ndr) a rompere il ghiaccio: «Ho iniziato a suonare con un paio di amici e una sera ho visto Max in un’altra band. Quando il nostro batterista di allora se n’è andato è subentrato lui. Poi c’è Vaughn… Questa è la parte più interessante della storia. Lui vive in Canada e ci ha contattati su Myspace quando ha saputo che eravamo momentaneamente senza bassista, dicendoci che si sarebbe trasferito a Londra per suonare con noi. Gli abbiamo detto che era un’idea ridicola, aveva diciassette anni, ma non ne ha voluto sapere. Ora è di nuovo con noi per le date italiane, perché il nostro bassista aveva un corso di psicoterapia e non poteva venire. All’inizio ci chiamavamo solo Hot Head. Quando c’era un nostro concerto io mandavo alla gente dei messaggi con scritto “stasera show degli Hot Head” e così alla fine è diventato Hot Head Show. Ci descrive molto meglio, come il succo d’arancia è fatto dalle arance, il nostro show è fatto da delle teste calde!».

La contaminazione tra generi e l’attitudine fuori dagli schemi rendono i loro live molto poco convenzionali e inevitabilmente attraenti, tanto da aver catturato anche l’attenzione di Les Claypool, che lo scorso anno se li è portati in tour come opening act per i suoi Primus: «Suonare con loro è stato fantastico. Di solito o suoniamo davanti a poca gente ma strana abbastanza per capire quello che facciamo, o davanti a molta gente non abbastanza strana da riuscire a capirci. Con i Primus invece il pubblico era tanto e strano, quindi è stata una grande opportunità».

Quest’anno invece la band londinese non accompagna nessuno e se ne va da sola in giro per l’Europa per presentare alcuni brani tratti da Double Happiness, secondo album in uscita a settembre, «Sarà molto rumoroso, ma anche molto silenzioso» dicono, aggiungendo che «conterrà anche delle hits. Ci siamo accorti che nel primo non ce n’era nessuna quindi stavolta abbiamo fatto in modo di mettercene almeno una».

E intanto, per ingannare l’attesa, pubblicano Roma Live Ep, registrazione di un concerto tenuto in un club della nostra capitale nel giugno 2011: «Era da tanto che volevamo fare un album live. Quando entri in studio hai uno spirito diverso, perdiamo un sacco di tempo a provare i pezzi cercando di essere sempre perfetti tecnicamente. Ultimamente però ci stiamo rendendo sempre più conto dell’importanza di creare qualcosa di completamente nuovo ai concerti, di suonare le canzoni come non sono mai state suonate prima. È molto più interessante guardare una band fare casino sul palco, non sapere mai cosa aspettarsi e chiedersi se quello che fa è programmato o no, piuttosto che guardarla esibirsi come se stesse suonando in sala prove». Nessuno poi si sarebbe aspettato che quella data romana, scelta per essere immortalata su disco un po’ per caso, avrebbe acquistato un valore simbolico: «La mattina dopo il concerto ci siamo accorti che qualcuno aveva rubato tutti i nostri strumenti. Quella di Roma è stata l’ultima volta il cui li abbiamo suonati, dopo averli usati per anni, quindi ha un significato molto speciale. Comunque suonare in Italia è sempre divertente».

Già, divertente. Però stavolta, nel dubbio, Jordan la sua chitarra se la porta dietro, al bar, durante la passeggiata sui Navigli e quando lo rivedo il giorno dopo gironzolare nel locale prima dell’esibizione. Dopotutto, perché rischiare?

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