Interviste

Il sogno eretico di Caparezza

Capa ci ha preso gusto: dopo averci resi partecipi delle “dimensioni del suo caos”, ora si candida addirittura come il nostro “sogno eretico”! E tra richiami agli anni Ottanta e con i soliti testi corrosivi, si preannuncia come uno degli appuntamenti live da seguire con attenzione.

Quanto tempo ha richiesto la lavorazione de Il sogno eretico?
Finito il tour del disco precedente, mi sono preso un paio di mesi di pausa, in cui sono stato a Londra – lì è nata l’idea per Goodbye malinconia tra l’altro -, e poi ho cercato di dare ordine a tutte le idee che mi giravano in testa. Il primo pezzo che ho scritto è stato Sono il tuo sogno eretico, e da lì in avanti, senza un motivo particolare, ho cominciato a essere ossessionato dalle fiamme, dagli eretici, ho scoperto l’esistenza del dito medio di Galileo, conservato a Firenze, che ha ispirato il pezzo omonimo. Insomma, tutto puntava in una direzione ben precisa e io ho solo assecondato la corrente. Ogni traccia di questo album, a ben vedere, è un’eresia, perché non esiste solo quella religiosa: il cantante che dice che la musica fa schifo come in Chi se ne frega della musica, per esempio. Oppure pensa a House credibility, in cui parlo di quanto sia cool stare in casa invece che uscire: secondo una recente indagine sono molti di più i decessi casalinghi che quelli che avvengono per strada, quindi io sono più figo e coraggioso se non esco! Ora dopo tutte queste eresie, attendo solo di essere giustiziato dal pubblico. (ride)

Goodbye malinconia, come hai ricordato prima, nasce a Londra e coinvolge alla voce un mito anni ’80 come Tony Hadley degli Spandau Ballet.
Sono andato a Londra molto tardi rispetto alla maggior parte dei miei amici e devo dire che mi ha fatto un’impressione incredibile. La prima volta che sono uscito dalla metropolitana ho visto un’enorme cartello che pubblicizzava l’uscita di un singolo in download dei Kasabian e mi sono chiesto: «Ma qui spendono soldi per dire che una canzone è disponibile da scaricare??? È incredibile!». Ho conosciuto e incontrato un sacco di italiani e tutti mi hanno manifestato l’intenzione di voler continuare a provarci in Inghilterra, di non voler tornare indietro. In Italia fanno notizia gli arrivi di immigrati, ma nessuno parla mai delle 60.000 persone che emigrano ogni anno, deluse e stanche dalle condizioni penose del nostro paese. Quindi a Londra magari non saranno felicissimi, ma almeno hanno un lavoro e un’aspettativa migliore di vita: da qui arriva Goodbye malinconia, che è nata già con quel mood anni ’80 e a cui ho voluto aggiungere una voce baritonale proprio come quella di Hadley, classicamente legata a quel periodo. Lui è stato gentilissimo, gli è piaciuto il pezzo e ha deciso di collaborare. È stato davvero semplice lavorarci e Tony sta addirittura pensando di farne una versione inglese da mettere nel suo disco…

Senza volerci addentrare troppo nelle tragicomiche vicende che monopolizzano le prime pagine di tutti i quotidiani italiani, mi viene da chiederti: cosa sarebbe Caparezza senza questa povera Italia che sembra avviata verso un declino senza fondo?
Ah, ci ho già pensato in precedenza, me l’ero chiesto anche io: vivrei tranquillamente scrivendo canzoni per lo Zecchino d’Oro o sigle televisive, che è un po’ il mio sogno nel cassetto. Sacrificherei volentieri tutti i brutti argomenti che forniscono materiale utile alle mie canzoni per vedere un paese più giusto e onesto, ma chi non lo farebbe? In realtà, è sempre più difficile affrontare i temi di attualità in maniera personale e non retorica e cercando di proseguire un mio discorso qualitativo iniziato cinque album fa. Devo trovare sempre nuove soluzioni, scrivere pezzi che me ne ricordano altri mi fa entrare in frustrazione, ecco perché nel disco puoi sentire musica medievale, anni ’80, cose schizofreniche come nel brano finale.

Non sono molti i tuoi colleghi che riflettono il clima politico e sociale di questa Italia.
Sai, fondamentalmente ci sono due categorie di artisti: quelli che credono si debba assolutamente parlare di ciò che succede attorno a noi e quelli che invece vedono nell’arte un modo per fuggire proprio dalla realtà e dunque rivendicano la distanza da qualunque argomento politico. Io appartengo alla prima categoria, come puoi immaginare, e faccio fatica a parlare della mia vita personale per esempio. Amo il pubblico, in tutti i sensi, anche il mio! (risate)

Uno dei pezzi migliori del disco è Kevin Spacey, in cui racconti in rima tantissimi finali di film. Ti alienerai un sacco di simpatie… (risate)
Un giorno ero in studio col mio chitarrista e stavamo meditando su come scrivere il pezzo più bastardo del mondo, qualcosa che facesse impallidire anche il più cattivo dei rapper. A un certo punto è saltata fuori l’idea di rivelare i finali dei film, ma non sapevamo se fosse possibile farlo, anche da un punto di vista legale, avevamo persino pensato che potessero denunciarci! Alla fine sono andato a vedere moltissimi filmati su YouTube, rovinandomi anche delle pellicole che non avevo visto, tipo Saw-L’enigmista, e che ora non vedrò mai più, per poter comporre il testo del brano. Come filo conduttore ho usato Kevin Spacey, un po’ perché è uno dei miei attori preferiti e poi perché I soliti sospetti è l’esempio più classico di film completamente rovinato se il finale viene svelato prima di vederlo.

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