Interviste

Imitatrice, comica, attrice: semplicemente, Caterina Guzzanti

Imitatrice, comica, attrice. Chi la segue e l’apprezza sa che possiede queste qualità, un pozzo di talento dal quale può attingere senza fine dimostrando tutta la sua versatilità. I numerosi video caricati su YouTube spazzano via ogni dubbio al riguardo (se mai ce ne fosse stato anche soltanto uno), così come la serie TV Boris ora approdata al cinema.

Un successo inaspettato, orde di fan che ne fanno un culto. Dopo 3 stagioni e 42 episodi, la prima vera sitcom italiana degna di onori e rispetto emigra dalla TV al cinema. Caterina, cosa ti ha dato Boris in questi anni?

Con Boris ho fatto l’attrice vera approfittando di questa cosa meravigliosa di non doversi scrivere i testi, cosa che io avevo sempre fatto da sola. Andare a lavorare avendo una cosa molto bella scritta da altri è stata una pacchia.

 

Arianna, il tuo personaggio, è l’assistente alla regia che tenta di mantenere l’ordine in mezzo a una scalcinata troupe. Qual è per te, invece, l’insormontabile difficoltà del set?

Alzarmi presto al mattino. Mi distrugge. Quando lavoro con questi ritmi vado a dormire alle 7 e 20, sono una donna finita. Se mi vengono a prendere alle 6 e un quarto del mattino la mia vita va a puttane. Sono in stand-by, il mio cervello si setta sulla modalità “faccio questo e basta”. Non riesco neanche a fare la spesa, divento un’ameba.

 

Superato questo scoglio?

Non c’è nulla che non mi sia piaciuto del set di Boris. I tempi della prima stagione sono stati faticosi, andavamo spesso in straordinario perché era un esperimento, una produzione coraggiosa però snella, tempi eterni, ma grande solidarietà, tutti per uno, entusiasti e sottopagati. Per la gioia di lavorare. Spesso, anche se non convocata, andavo lo stesso a vedere le riprese.

 

Addirittura?

Sì, perché sai che quando finirà ti mancherà da morire. Quando sapevo che giravano qualcosa di figo, prendevo la mia macchina e andavo a vedere. Siamo una famiglia. Anche con il film è successo, perché abbiamo girato di meno rispetto alla serie. A metà ci è venuto un magone a tutti… stava per finire per sempre.

 

Vuoi dire che Boris finisce qui?

Pare di sì. Non si parla di seguiti. Una cosa bella che per 4 anni ci ha dato popolarità e la stima di persone che stimi. Una gioia.

 

La satira sulle fiction inguardabili della serie TV diventa satira sul mondo del cinema con Boris – Il film.

Non è una presa in giro gratuita del cinema italiano, anche se prende di mira i cinepanettoni che è un po’ come sparare sulla croce rossa. Il film è una grossa metafora di un modo di fare italiano, della fatica che si fa quando uno ha un progetto. Gli impedimenti della burocrazia, delle raccomandazioni, della mancanza di coraggio, del fatto che poi il botteghino in qualsiasi campo è la cosa che preme di più a chi deve investire sulle idee nuove. Quando uno ha una bella idea in questo paese di solito gliela smontano se non c’è un tornaconto in denaro.

 

Nel film, il regista René Ferretti si ritrova tra le mani un improbabile adattamento del celebre libro/inchiesta “La casta” sui privilegi dei politici. Esiste una “casta” anche nel mondo del cinema?

Sì, altroché. Esiste la casta degli attori che lavorano e che sono sempre gli stessi, riconoscibili e riconosciuti dal pubblico. C’è questo filone di film corali, con quei dieci attori che fanno tutti i film e si mangiano il budget che dovrebbe essere distribuito tra tutti quelli che campano di questo lavoro. Non solo i ruoli che vengono scritti sono sempre gli stessi, in più non c’è molta fantasia né coraggio come in televisione.

 

Quindi i provini non si fanno più?

Si fanno per i ruoli minori e senza la presenza del regista. Non è molto incoraggiante. Poi io ho questa croce che, quando la mia agente mi propone, i direttori di casting dicono “perché, Caterina fa l’attrice? Non fa la comica?”. Pure questo è uno scoglio che pare insormontabile. Pensano a compartimenti stagni. Chi fa televisione fa quello e basta, chi fa le imitazioni o si mette il naso finto fa quello, gli attori fanno gli attori, le belle fanno le belle… Sono depressa, si lavora poco. È una situazione che, come direbbe Arianna, “qui non ce puoi sta’ perché ci sono i vigili”.

 

Però chi lavora, se non altro, è bravo. O no?

Ci sono in Italia tutti questi attori improvvisati, me compresa, che non hanno fatto scuole. O che prima hanno iniziato a lavorare e poi hanno studiato e si trovano incastrati sempre a fare loro stessi. Chi è naturale e ha un po’ d’istinto riesce a essere credibile e sembra un miracolo, perché devi dire delle battute che non diresti mai nella vita, quindi difficilmente risulti naturale, almeno nella fiction classica di prima serata della TV generalista. C’è un gruppo di attori che lavorano, anche bravissimi, ma sempre uguali a loro stessi perché non si scommette, non gli vengono proposte cose diverse. A me adesso propongono sempre ruoli buffi dove posso essere comica o fare l’amica imbranata.

 

Un film recente che hai visto e che ti ha lascia ben sperare?

La nostra vita di Luchetti, mi è piaciuto tanto. Una storia semplice ben scritta e ben interpretata. Un film che avrei voluto fare.

 

Sabina, Corrado e te. Voi Guzzanti siete il patrimonio italiano della satira. Una domanda importante: come state?

Stiamo bene grazie. Preoccupati, come tutti. Non sono giorni felici. Ma finché si va a mangiare la pizza va tutto bene. Forse quando ci toglieranno le pizzerie cominceremo ad allarmarci.

 

 

 

 

È una metaforona dell’Italia con un regista che ha un progetto di nicchia, di denuncia perché René Ferretti e dopo tanta tv fatta a cazzo di cane vuole fare una cosa bella e mandare a fanculo tutta la sua troupe. Denuncia il pressapochismo e la superficialità dei suoi collaboratori, punta sulla qualità e poi non ci riesce.

 

 

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