Interviste

Interpol 2010

NIENTE DA NASCONDERE

Se c’è una cosa che non si può rimproverare agli Interpol è che manchino di onestà. I newyorkesi non hanno mai tentato di mascherare la propria identità musicale (anche quando avrebbe fatto comodo) né mai hanno proposto al pubblico una versione di sè stessi diversa da quella reale (che farebbe tanto figo). In questa intervista rilasciata ad Onstage, Paul Banks – che negli Interpol canta e scrive i testi – ci dà un’ulteriore conferma di questa attitudine.

di Marco Rigamonti

Paul, ci spieghi la scelta di intitolare il vostro quarto disco semplicemente con il nome della band? A posteriori credo di potere dire che Our Love To Admire fosse qualcosa di transitorio, che ci ha portati proprio al suono di Interpol. Mentre stavamo componendo ci è capitato di fermarci e dire “hey, ma noi sappiamo esattamente dove vogliamo arrivare!”, una cosa mai accaduta prima. Abbiamo voluto sottolineare questo importante passaggio con qualcosa di forte, come il titolo legato al nome della band. Credo che in generale il titolo di un album sia una specie di “canzone extra” che spiega il contenuto dell’album, una sorta di finestra sul disco. E in questo caso ci è sembrato che non servisse nessuna finestra: chi si ritrova tra le mani Interpol ha un accesso diretto alla band, in tutto e per tutto.

Quindi è stato un disco facile da comporre? Decisamente. Di solito si perdono ore a discutere su quale direzione debbano prendere le canzoni. Questa volta invece già a metà strada ci sentivamo arrivati. Pensa che abbiamo steso la scaletta nell’ordine definitivo prima di terminare i pezzi. Avevamo in testa delle idee precise per rendere il lavoro coeso e dargli un significato. E ti dirò di più: potrebbe essere che questo “guardare oltre” abbia influenzato perfino il modo in cui abbiamo scritto gli ultimi brani. È stata un’esperienza al contempo strana e naturale, difficile da spiegare

Mi ha colpito molto la trilogia che chiude l’album: ha un significato particolare? Si e no. Avevamo questi tre pezzi strumentali, che oltretutto sono tra i più sperimentali che abbiamo mai composto. A quel punto è intervenuto Carlos (ex basso e tastiere, ha lasciato la band, nda) che aveva un’idea precisa di come svilupparli e arrangiarli in modo da formare una sorta di narrazione continua. Tutta la band ha capito il suo punto di vista ed è venuta fuori la trilogia, alla quale poi ho contribuito aggiungendo i testi.

A proposito di Carlos, nella storia degli Interpol ci sono stati diversi cambi di formazione, ma sembra che tutto succeda in maniera educata e silenziosa. Non c’è mai stato qualche scazzo? Certo che sì. Qualcuno se n’è andato in maniera non proprio educata, ma sono dell’opinione che i panni sporchi si debbano lavare in famiglia, quindi non parleremo mai di queste cose alla stampa. Carlos aveva preso la decisione di andarsene dopo questo disco, ma era una cosa che ci aspettavamo e non c’è stato rancore.

E come saranno adesso gli Interpol senza di lui? Specialmente per quello che ha fatto insieme a Daniel (Kessler, chitarrista e autore, nda) in questo album, l’approccio di scrittura è destinato a cambiare in modo radicale. E se mi chiedi in che modo, be’, ora proprio non saprei dirtelo.

Tutti vi paragonano a gruppi post-punk. Come mai allora quando ascolto i vostri brani mi vengono in mente anche gli Alice In Chains? Non mi dispiace quando citano i Cure, perch? sono stati un’influenza determinante senza dubbio. Ma personalmente non ho mai ascoltato la musica che viene definita post-punk. Se pensi agli Alice In Chains lo capisco: io sono un figlio del grunge!

E la scena elettronica? So che ti piace mettere i dischi. Il mio ruolo negli Interpol, soprattutto in questo disco, è mettere la voce. Così anche se ammetto di adorare la scena hip-hop e funk e di seguirla con un certo interesse, le mie influenze non sarebbero visibili perché le ritmiche non le ho composte io. Carlos è un dj come me, Daniel è un musicista molto sperimentale che adora gente come i 2 Many Djs. Ma tutto in realtà sta in come ci incontriamo, quindi nessuna scena è per noi un vero riferimento.

Ci sono delle band emergenti che secondo te hanno un suono simile agli Interpol? È una domanda alla quale non voglio rispondere perché mi mette in imbarazzo. Ti svelo perché. Recentemente stavo guardando un bellissimo film francese e ad un certo punto è partita una canzone. Ho fatto lo sbruffone e ho pensato: “Beh, questi ragazzi sono stati sicuramente influenzati da noi”. Alla fine del film ho scoperto che quel brano era del 1968. Non sono proprio tagliato per questo genere di cose…

A proposito di film, hai dichiarato che il cinema è per voi fonte d’ispirazione più della musica. Che film hai visto di recente che possono avere influenzato questo disco? Purtroppo quando lavoro molto guardo solo roba trash, per mantenere un po’ di “leggerezza”. Gli unici due film con una certa profondità che ricordo di avere visto nell’ultimo anno sono I tre giorni del condor e Perché un assassinio. Sono due classici degli anni 70, contaminati da un acuto senso di paranoia. In termini politici e sociologici sono due film imperdibili.

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