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Intervista Daniele Silvestri: Devo molto a Fazio e Saviano

È tornato con un album, S.C.O.T.C.H., immaginato scritto e pensato durante i viaggi che lo hanno portato a Vieni via con me. Daniele Silvestri, con la valigia in mano, è tornato a sentirsi italiano.

Ho letto che la tua carriera musicale è iniziata “dopo aver rinunciato al motorino in cambio di una tastiera”. È un aneddoto meraviglioso, è andata veramente così?

(Ride). È vero. Quando avevo 15, 16 anni ero perfettamente consapevole che i miei genitori avrebbero fatto qualsiasi cosa pur di non vedermi su un motorino, di cui io non avevo neanche particolarmente voglia o bisogno perché sono sempre andato in giro con la bicicletta. Anzi, facevo di peggio: mi attaccavo al braccio di chi aveva la moto. Facendo leva sul motorino sono riuscito ad ottenere la tastiera più innovativa dell’epoca, quella Yahamha  DX7, che è stata uno dei momenti fondamentali nella storia degli strumenti elettronici.

Anche nel disco è presente una componente elettronica, per un progetto che avete registrato in presa diretta con la band che da sempre ti accompagna in tutti i tuoi live: la continuazione naturale è  la dimensione “dal vivo”? Avevi già pensato a come sarebbe stato il live?

Lo sapevo fin da quando abbiamo registrato il disco, perché quando registriamo siamo gli stessi che poi suonano il progetto live: le stesse mani, la stessa anima. S.C.O.T.C.H. lo abbiamo arricchito anche con altre presenze, ma la matrice sonora è la stessa, infatti è stato molto semplice, per uno spettacolo che è diviso in 3 parti: la prima è guidata dal nuovo disco, e non poteva che essere così con un disco del genere, sia perché è stato suonato in presa diretta sia perché avevo voglia di avere un disco da proporre e suonare.

Penso che nella tua produzione, questo album sia il migliore insieme a Unò-dué. Che differenze o similitudini ci sono tra questi due album?

Da un punto di vista tecnico, c’è una differenza enorme perché sono fatti in maniera diversa: da un punto di vista sonoro, questo disco è stato fatto in presa diretta a differenza di Unò-dué, per questo lo avvicinerei più a Il dado, registrato in buona parte dal vivo. Però S.C.O.T.C.H. è un disco diverso da tutti gli altri, soprattutto perché in questo disco non ho solo deciso di suonare in diretta ma anche di farmi guidare dalla musica, di essere certo di quello che volevo dire e raccontare. Mi sono preso un tempo molto lungo, anche per rivedere i testi delle canzoni, che avevo scritto tre anni fa, oggi sarebbero stati dei testi vecchi: li ho completati mano a mano che il progetto andava avanti, in alcuni casi all’ultimo momento perché volevo raccontassero eventi aderenti alla realtà.

In questo disco hai collaborato con Gino Paoli per la rivisitazione de La Chatta: quando lo hai chiamato come è andata? Come l’estratto dell’album?

(Ride) La telefonata che abbiamo inserito nell’album è ricostruita, è un giochino divertente che riassume abbastanza bene la dinamica perché Gino Paoli non l’avevo mai conosciuto prima e neanche la certezza che avesse voglia di darmi l’autorizzazione a stravolgere il pezzo. Invece, mi ha sorpreso. «Mi piace un sacco, per favore fammene cantare una parte»., mi ha risposto, sconvolgendomi lì per lì perché avevo una grossa soggezione verso quel signorotto, che si è rivelato molto disponibile e molto generoso.

Hai presentato il brano Precario è il mondo durante l’ultima puntata della trasmissione di Fabio Fazio e Roberto Saviano Vieni via con me. Come è nata questa collaborazione?

Non l’ho mai raccontato prima, la verità è che sono andato due volte in trasmissione da Fazio e Saviano, su loro indicazione, a suonare Io non mi sento italiano di Gaber, anche con alcune perplessità, perché cantare Gaber è una responsabilità: mentre suonavo c’è stato un problema tecnico. Loro hanno insistito che tornassi per suonare e io mi sono permesso di dirgli che non c’era bisogno di riparare a quel piccolo errore. Fazio e Saviano mi hanno fatto capire però quanto tenessero alla mia presenza e gli ho proposto la canzone alla quale stavo lavorando, che, però, era solo abbozzata. In mezza giornata l’ho chiusa, gli ho mandato un provinaccio casalingo al volo, e loro erano entusiasti. Due giorni dopo ero in diretta a farla da Fazio, con i musicisti che l’hanno provata due ore prima della puntata in treno. Poi, quando stavo entrando nello studio, pensavo ‘sono completamente pazzo, già sono andato una volta e ho pure fatto un figuraccia, ora torno con un pezzo che non ho mai cantato, senza farla sentire a più di due persone, con i musicisti che staranno provando in treno’. Però a volte quel tipo di follia paga, e così è stato. E quella trasmissione mi ha sbloccato, mi ha dato degli stimoli che mi servivano: da lì in poi è stato un flusso continuo per il disco. Devo parecchio a quella trasmissione.

A proposito della cover di Gaber Io non mi sento italiano, questa canzone sembra essere esplicita riguardo al disagio tuo, e di tutti noi, sulla situazione italiana. Ho visto la tua esibizione al concerto per Pisapia: dopo quella vittoria e il referendum ora ti senti un po’ più italiano?

La risposta sarebbe senz’altro si. A Gaber sarebbe piaciuta quella serata, sarebbe stata una serata di cui andare orgogliosi come milanesi e italiani perché in molti ci siamo affacciati a quella scommessa prima e vittoria poi della città di Milano come se fosse il segnale che trainava tutti, proprio in quanto Milano. I referendum poi sono un altro motivo per Gaber e lo sono per me per sentirsi di nuovo orgogliosi di dirsi italiani.

 

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