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Afterhours: «La vitalità che abbiamo oggi non è paragonabile a nulla»

Abbiamo incontrato gli Afterhours poco dopo l’inizio del loro tour nei club, dove si mostreranno al loro pubblico con un’energia e una carica nuove. Merito di una grande consapevolezza e di una rinnovata libertà che si sono conquistati negli ultimi tempi.

Intervista Afterhours Padania Tour 2013Ancora in fase di rodaggio dopo un’interminabile broncopolmonite che l’ha visto risorgere giusto in tempo per inaugurare all’Estragon di Bologna il nuovo tour che vedrà i suoi Afterhours in giro per i club di tutta Italia, incrociamo telefonicamente un rilassato Manuel Agnelli in un piovoso pomeriggio dell’inizio di marzo: dopo un 2012 sfolgorante, il 2013 inizia solo ora.

Come ricorderanno, questi After ritrovati, il trionfale 2012 che li ha portati fin qui?
Immagino che possa suonare terribilmente retorico da dire, ma è stato un anno decisamente sorprendente:  quando non eravamo in giro a suonare queste canzoni, eravamo occupati a ringraziare tutti coloro che hanno premiato il lavoro che ne era alla base. Non ce lo saremmo mai aspettato, davvero.

Ora è di nuovo tempo di tour: a un anno da Padania che band ci possiamo aspettare sul palco?
In una parola: una band libera. Da qualche anno sentiamo di aver recuperato una buona energia tra di noi, forse anche in conseguenza dell’esserci riappropriati del nostro ruolo all’interno del mondo che ci circonda. Posto che questa è secondo me la migliore formazione di sempre degli After, questo ritrovato sentirci si riflette anche nelle nostre apparizioni live. Tanti investono in tour superprodotti con mille trovate sceniche e molti orpelli: noi invece crediamo che una sostanziale tensione emotiva sia ciò che più contraddistingue il nostro progetto. Certo, sicuramente Padania è un album molto plastico, che si presta a molte rielaborazioni mai uguali o fini a se stesse, e dall’altro lato ripescheremo dal repertorio cose che non suonavamo da tempo. Però alla fine credo che la differenza la farà il clima essenziale e raccolto dei piccoli club: crediamo che possa modificare di molto la percezione che si ha di quel che facciamo, e anche il nostro modo di farlo.

Proprio a questo proposito: come si rapporta una band come la vostra al momento di scegliere una scaletta che sia rappresentativa del proprio momento attuale?
In realtà anche i pezzi cambiano col tempo, è una cosa fisiologica e indipendente dalla nostra volontà. Succede, ovviamente, perché siamo noi i primi a cambiare. E noi siamo cambiati tantissimo: io a 47 anni non posso assolutamente  dire di provare le stesse emozioni di quando ne avevo 25. Di conseguenza, alcuni pezzi non li senti né li riproponi più esattamente con quella intenzione; altri ancora li risenti e ti passa la voglia di suonarli perché non ti ci riconosci più, o magari ti fanno sorridere perché ti riportano – e siamo sempre lì – a com’eri quando li hai scritti. Altri, infine, che semplicemente invecchiano. Credo sia un fenomeno naturale, e una cosa che non abbiamo capacità né intenzione di voler in alcun modo controllare.

Quindi non vi è mai capitato di sentire un pezzo che oggi su disco ti appare deficitario, o lontano, e magari proprio per questo tentare di “recuperarlo” rileggendolo in modo diverso?
Finora no, mai. Mi piace pensare che i pezzi vivano dentro di me con naturalezza. Quando muoiono, muoiono. E quando accade preferisco dedicarmi a scriverne di nuovi piuttosto che tentare di riesumare un corpo che la sua vita, bene o male, l’ha già avuta. Ovviamente tengo a precisare che non mi vergogno di niente, tutte le canzoni degli After hanno avuto un senso e una dignità nel momento in cui sono nate, e questo fa sì che io non abbia problemi né rimpianti di alcun tipo se oggi magari non mi ci riconosco più.

Non ti crea problemi nemmeno quando pensi al significato che certe canzoni hanno per chi vi segue?
Direi di no. Certo, capisco che per molti che quei brani li hanno visti come vecchi amici, questa “morte” possa essere dolorosa o spiazzante, ma preferiamo cercare di avere il coraggio della nostra sincerità. Anche quando non ci conviene. Perché in fondo questo meccanismo funziona solo perché e finché siamo sinceri sul palco. Anche perché in questo senso credo di poter dire che abbiamo già dato: ci è già capitato, di rischiare di impantanarci nel karaoke di noi stessi o in gestioni troppo ossessivamente manageriali della cosa-Afterhours: un errore che abbiamo l’intenzione e il dovere di non ripetere. La vitalità che abbiamo oggi non è paragonabile a nulla: non ai soldi, non ai paganti, non agli applausi. È nostra, ed è insostituibile.

Non è la prima volta che alludi al vostro dover fare i conti con la macchina manageriale-organizzativa che in qualche modo, anche malgrado la vostra volontà, siete divenuti. Che ruolo riesce a ritagliare alla propria urgenza espressiva un manager di sè stesso?
Mah, in effetti non credo ci sia un modo solo. C’è quello che riesci a mettere in atto quando lo fai. Sono gli eventi, molto semplicemente, a portarti all’urgenza di raccontare, all’occorrenza gridando, quel che ti è successo. Forse basta restare in grado di scorgerli, di tenerli presenti. Con Padania abbiamo scoperto – e in effetti è stata una scoperta, per noi, che da sempre abbiamo sempre parlato di noi stessi in modo non dico autoreferenziale, ma spesso autoriferito, quasi egoista – che questa dinamica funziona anche quando gli eventi sono legati alla società di cui fai parte: la sensibilità è ovviamente sempre la tua, ma le storie che racconti sono reali, e ti lasciano nuove domande.

Insomma, in questa Padania one year After, è ancora un dono sapere chi sei?
Certamente sì. Se sei bravo a non farla diventare un’ossessione. E se non ti serve solo per stare meglio. O per non tenerti davanti i tuoi fantasmi.

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