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Intervista ai Negrita: Non ci sentiamo profeti, siamo parte di un grande movimento

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La storia dei Negrita racconta di un gruppo che proprio quando rischiava di implodere ha trovato la forza per ribaltare la situazione diventando, in pochi anni, la migliore rock band italiana, artisticamente e commercialmente. Pau e soci hanno cambiato il proprio destino imbarcandosi per un lungo viaggio accompagnati da valigie piene di ottimismo e curiosità. Un atteggiamento che mantengono ancora oggi e da cui dovremmo tutti prendere spunto. Perché la vita, nonostante tutto, è dannatamente bella.

Non ho mai incontrato i Negrita. Il nostro unico contatto risale al 2009, un’intervista telefonica in cui Pau mi aveva parlato di HELLdorado (uscito poco prima) e del tour successivo. Mentre raggiungo gli uffici della Universal, con una decina di domande stampate su un foglio, mi rendo conto che non ho aspettative particolari per questo primo incontro. Un’idea sui Negrita me la sono fatta, ma è piacevole e temo che l’immaginazione possa superare la realtà. Meglio non pensarci.

Quando entro nello stanzone delle interviste hanno appena finito di mangiare qualche panino. È l’unica e breve pausa di una giornata piena zeppa di impegni promozionali. Sono stravaccati sulle sedie. Pau vuole fumare («Dai, vicino alla finestra») e chiede un limoncello («O un qualunque ammazzacaffè!») che però non arriverà mai. Lui, Drigo e Mac hanno l’aria di tre amici che lavorano insieme e stanno finendo la pausa pranzo e penso che forse è tutto qui il segreto del rock’n’roll. L’atmosfera è rilassata e proprio per questo fatico a ottenere attenzione. Poi cominciamo a scambiare qualche battuta e lentamente mi lasciano entrare nel loro mondo.

Restiamo insieme quasi un’ora, una lunga chiacchierata in cui cazzeggio e serietà s’avvinghiano come amanti ventenni. I Negrita credono molto in quello che fanno (la consacrazione di questi ultimi anni lo dimostra) ma non vogliono prendersi troppo sul serio. Sdrammatizzare, restare positivi, è importante, nella vita quotidiana come nei dischi. Uscirò dallo stanzone con una sensazione di complicità che raramente ho provato dopo un’intervista. L’idea “piacevole” che mi ero fatto sulla band toscana non era sbagliata. Siamo alla fine di ottobre e lo spread già ci esce dalle orecchie.

Visto il momento che stiamo vivendo, parto dal titolo. Dannato vivere suona decisamente attuale, ma forse vi riferite a una condizione che per l’uomo è universale.
Pau: Entrambe le cose. Però si tratta di un disco che abbiamo scritto in questo periodo e quindi parla del nostro tempo. Se hai ascoltato l’album come dici di aver fatto, ne dubito (risate, ndr), avrai notato che lo spettro è molto ampio. C’è gioia, frustrazione, c’è la vita intera (Drigo mette i piedi in testa a Pau, che sussurra sconsolato: «Come faccio a parlare di una cosa seria con questo cretino di fianco?», ndr). Credo che il titolo dell’album sia chiaro a tutte le buone anime che riescono a tenere gli occhi aperti. I problemi ci soverchiano, ma la vita può regalare comunque gioia e bellezza.

Quindi non è un disco pessimista ma nemmeno ottimista.
Pau: è un cocktail non ben precisato, ma anche nei passaggi più incattiviti cerchiamo sempre di trovare una via di uscita. Fare cronaca non è il nostro mestiere, vogliamo parlare dei problemi lasciando spiragli di positività. Ci interessa dare speranza a una società che respira pessimismo in dosi massicce rischiando l’overdose.
Drigo: Dannato vivere contiene la dicotomia tra lo stupendo, coinvolgente vivere e la dannazione dell’uomo. L’invettiva non è mai stata troppo importante per noi, anche se in passato qualche sfogo l’abbiamo piazzato (Pau si vendica mettendo in testa a Drigo il flyer del disco, ndr). Certi temi come la crisi, la fine del mondo nel 2012 (Mac: «Nel 2013 i Negrita faranno una tournèe». Pau: «Un nuovo Zombie Tour, tutti morti», ndr), sono un tornado di negatività che si sta abbattendo sul genere umano. Che motivo avremmo per continuare a battere lo stesso tasto? Andiamo oltre.

“Consapevolezza” è una delle parole chiave di questo album. Era nelle intenzioni fin dal principio?
Drigo: Come i due precedenti, anche questo disco nasce in un periodo di viaggi. Siamo stati negli Stati Uniti, nelle città più attive culturalmente e musicalmente, tipo New York, Nashville, Seattle, San Francisco. Poi siamo andati in Spagna, a Berlino, a Londra. Il viaggio ha continuato a essere un tassello fondamentale del processo creativo, ma l’esperienza è servita per i contenuti più che per la musica. Il sound è una proposta dei generi che ci hanno da sempre affascinato, mentre dal punto di vista dei temi i viaggi sono stati più importanti che altre volte. Siamo volontariamente andati dove sapevamo che avremmo trovato scintille, se non focolari, di positività.

E una volta in studio, da dove siete partiti?
Pau: La musica arriva sempre prima, si genera dall’emozione pura, è acqua di rock, viene fuori spontaneamente. Per i testi abbiamo bisogno di più tempo perché vogliamo che la parola sia condizionata dalla melodia. Diciamo che il disco è stato lavorato in due parti. Una prima, musicale, che è stata divertente, esplosiva, fisica, e una seconda, quella della stesura dei testi, cerebrale e psicotica. Abbiamo faticato moltissimo ma siamo contenti perché dentro l’album c’è la nostra personalità, con le frustrazioni, le gioie, i dolori. La nostra vita è ben rappresentata.

Un’altra parola chiave è proprio “melodia”. Su 13 tracce ci sono almeno 10 potenziali singoli. Trovo Dannato vivere un’ottima sintesi tra forma artistica e accessibilità.
Pau: È una direzione che cerchiamo di seguire da un po’ di anni. Abbiamo sempre ascoltato musica che parlasse alle coscienze ma che fosse comunque accessibile. Se era rock doveva essere grado di raggiungere molte persone, se era folk lo stesso. Ci ispiriamo ai grandi della musica, smarcandoci dalla tendenze italiane in ambito rock.

Quali tendenze?
Pau: Provo a dirlo in poche parole. Spesso i nostri colleghi, anche quelli telentuosi (Drigo finge di schiacciare un brufolo sul viso di Pau, ndr), sembra che preferiscano abbruttirsi piuttosto che aprirsi di fronte alla gente, come se la musica volesse essere brutta per essere affascinante. Noi pensiamo l’esatto contrario. La musica è una tavola pittorica, deve colorare l’esistenza, renderla più bella. Non bisogna aver paura di mostrarsi. C’è un pezzo nel nuovo disco, Bonjour, che è semplicissimo e parla della meraviglia di una domenica mattina. Avere la forza e il coraggio di scrivere una canzone che può sembrare anche stupida, ma che parla di gioia, è importante. Significa mettere la leggerezza di fronte a tutto e così è il rock. È istinto. Questo è il tipo di musica che rappresenta i Negrita. Possiamo anche accollarci la responsabilità di essere gli ultimi paladini di un certo modo di intendere il rock, che poi è musica popolare. è musica pop-rock. Insomma, ci siamo capiti.

Sulla parola “pop” abbiamo preso un grosso abbaglio quaggiù. Significa “popular”, ma non ce ne vogliamo rendere conto.
Pau: Abbiamo scritto un pezzo che s’intitola La musica leggera è potentissima e direi che siamo stati piuttosto chiari sull’argomento. (Mac cerca d’intervenire ma Drigo lo interrompe e Pau incalza: «Montagli sopra, non farlo parlare», ndr).
Mac: Da quando ci conosciamo (Drigo si toglie una scarpa e la porge a Mac come fosse un telefono. Mac stà al gioco, ndr) non siamo mai stati fissati per un genere, per un artista, abbiamo sempre cercato nella musica qualcosa che ci parlasse. È un’attitudine che abbiamo conservato. Disco dopo disco rinnoviamo ciò che siamo, per trovare entusiasmo e soprattutto nuove forme d’espressione.

Cos’è esattamente la musica per i Negrita?
Drigo: Per noi la musica è un giocattolo e lo studio è la sala giochi. Fin da quando l’uomo batteva con la clava sui tronchi per generare un ritmo (Pau dice di non ricordare quella sera, ndr) l’obiettivo è sempre stato aggregare e comunicare. Le vibrazioni entrano in circolo e vanno a caccia di persone. Negli anni Ottanta eravamo tutti ottimisti, pieni di soldi, (Mac e Pau si guardano e scuotono il capo come a dire “noi no!”, ndr) e la musica proponeva aspetti distorti e desolati dell’umanità. C’era benessere e gli artisti potevano parlare di malessere. Negli anni Sessanta, invece, quando il pericolo della Guerra Fredda lasciava presagire il rischio di un’apocalisse, la musica è diventata semplice, diretta. Si pensi a Dylan, a Lennon: gli artisti si sono assunti la responsabilità di parlare chiaro e raggiungere più gente possibile. Anche oggi c’è sintonia nel suggerire un’inversione di tendenza positiva.

Quale inversione?
Pau: Fuori controllo ha un ritornello che dice tutto. È un momento di transizione, in cui stiamo mettendo in discussione un sacco di cose. La primavera nordafricana è un segnale inequivocabile, noi ci facciamo poco caso perché lo consideriamo un continente lontano, ma se ti affacci da Ragusa li vedi. Si stanno manifestando sintomi di cambiamento che la gente comincia a comprendere. L’andazzo è questo e abbiamo bisogno di farlo capire a chi ci ascolta. Con Dannato vivere abbiamo ritratto istintivamente questo nuovo vento. Non ci sentiamo profeti di nulla, siamo solo parte di un grande movimento.
Drigo: Vorrei aggiungere una cosa (Pau prova a zittirlo, ndr). Una sera in America abbiamo incontrato una tizio che attraversa il mondo in bicicletta, lavorando nei posti in cui si ferma. Era tutt’altro che un pazzo emarginato. Quando gli ho spiegato che facevo il musicista, lui mi ha detto: “Bravi, tocca a voi”. Io: “Perché?”. La sua risposta mi ha colpito: “Tutti ora piangono. E cosa fa la mamma al bambino quando piange? Lo prende in braccio e gli canta una ninnananna”. È un’immagine bellissima, in un paese in cui i controlli all’aeroporto ti fanno sentire un indesiderato. Il mondo si chiude ma noi dobbiamo cercare di aprirci, tendere la mano e ricostruire tutto dal basso sfruttando il magnetismo che si crea tra le persone. Non dobbiamo aspettarci nulla dall’alto.

In effetti, dagli anni Cinquanta in poi (ma forse anche prima) la musica ha svolto una funzione consolatrice. Ci ha offerto un riparo. Oggi che tutti gli schemi stanno saltando, ne avremmo bisogno, ma temo che le nuove generazioni non avranno questa fortuna.
Pau: È la magia della musica che ci ha coccolato e cresciuto. Noi siamo lì, in mezzo alla gente. Sappiamo cosa significa vivere con le persone, anche con quelle emarginate che spesso rappresentano un grande serbatoio di umanità. Siamo dei rockettari cialtroni che si ubriacano e caracollano per terra con sconosciuti che incontrano nei peggiori locali. Se riesci ad adottare un certo codice comunicativo diventi quello che dicevi tu. Le nuove generazioni perdono i riferimenti perché la musica oggi è completamente parcellizzata, non è più la via lattea a cui puoi rivolgere lo sguardo con sicurezza. Noi apparteniamo a una generazione che invece questi riferimenti li ha avuti, ci s’incamminava su una strada comune e si condivideva. Nascevano anche un sacco di figli (risate, ndr). Sembra anacronistico ma invece è qualcosa di essenziale e credo che si debba promuoverlo come stiamo facendo ora. Non dobbiamo adeguarci a tutto in maniera passiva. Se sentiamo l’esigenza di manifestarci in modo diverso abbiamo il diritto e il dovere di farlo. Noi usiamo la chitarra, ognuno usi i propri mezzi.

E con la comunicazione come la mettiamo? Siamo bombardati di notizie che disorientano, altro che rifugio.
Drigo: La comunicazione ci martella parlandoci solo dello schifo che produce l’umanità a tutti i livelli. La negatività fa notizia e soffiare sul fuoco alimenta altro pessimismo. Dobbiamo uscire da questo vortice.
Mac: La cosa positiva è che possiamo farlo da soli. Io ad esempio non voglio far vedere il telegiornale ai miei figli perché è una cosa cruenta e quindi ho smesso di guardarli. Punto. Abbiamo altri modi per acquisire notizie. E pian piano noto che sto meglio, perché non vengo preso a schiaffi da tutta questa negatività.
Drigo: La televisione ti ruba il tempo, ammazza la tua personalità. è solo un sistema per venderti delle cose piazzato in casa tua. L’informazione è molto più fruibile in Rete.

Cambiamo discorso e chiudiamo con il tour. C’è un salto evidente rispetto al passato: suonerete nei più grandi palazzetti italiani. Dove volete arrivare?
Pau: Sappiamo benissimo dove vogliamo arrivare, lo abbiamo chiarito in principio (Drigo: «Si, lo sappiamo: a Firenze, a Milano…», ndr) anche se ancora non stiamo lavorando sul live perché il disco è uscito da poco. Però è una cosa che cominciamo ad annusare, come quando senti nell’aria l’odore della pioggia.
Drigo: Io non ci sarò.
Pau: E non romperci sempre le palle!

Come si adeguerà il vostro spettacolo a queste grosse location?
Pau: È chiaro che cambia la scala di riferimento. Location più grandi, produzione più grande. E maggiori responsabilità per noi: dobbiamo coprire più spazio con i nostri corpi. In tre dimensioni, perché vogliamo continuare ad arrivare in mezzo alla gente. Siamo nati nelle birrerie, nei centri sociali, siamo abituati a “uscire dallo schermo”. Qualcuno va ai concerti pensando di stare al cinema, con noi il fattore ologramma non esiste. Andiamo sul palco e cerchiamo di strappare l’anima delle persone perché ci serve come nutrimento. Naturalmente abbiamo bisogno di un suono che sia adeguato alle dimensioni, ma che mantenga inalterata la nostra essenza. Altrimenti non funzioniamo più. Adesso vi prego datemi un amaro!

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