Interviste

Club Dogo: Quei bravi ragazzi

Sono appena usciti due dischi solisti di altrettanti membri della crew milanese– Il ragazzo d’oro di Guè Pequeno e Thori e rocce di Don Joe e Shablo -, ma i Club Dogo sono più uniti che mai, come dimostra anche il lungo tour che sta per concludersi in questa estate infuocata.

A tale proposito, abbiamo interpellato il bravo Guè, che ci ha parlato sia del suo disco personale che delle novità che riguardano i Club Dogo nell’immediato futuro.

L’album solista di un membro di un gruppo rappresenta, di solito, una scappatella professionale verso altri generi oppure una necessità impellente di svuotare un cassetto pieno zeppo di pezzi che sarebbe un peccato fare invecchiare. Qual è il tuo caso?

Direi certamente il secondo, anche perché come Club Dogo siamo sempre stati molto prolifici. Io mi sono trovato con una serie di brani che ritenevo piuttosto interessanti e che non avevo voglia di destinare a un mixtape o a qualche progetto minore, così ho deciso di fare uscire un lavoro solista che potesse mantenere alta l’attenzione verso i Dogo, in attesa del nostro prossimo disco, che uscirà probabilmente nel 2012. Tra l’altro anche Don Joe ha fatto la stessa cosa anche se il suo progetto con Shablo è differente dal mio, più complesso forse e ricco di ospiti eccellenti. Il tutto ruota attorno al brano uscito come singolo pochi giorni fa, Le leggende non muoiono mai, che vede alternarsi al microfono, a parte me, Fabri Fibra, il mio compare Jake La Furia, Marracash, Noyz Narcos, J. Ax e Francesco Sarcina de Le Vibrazioni.

Nell’hip hop, poi, gli episodi solisti dei membri di una crew non si contano nemmeno. Mi viene in mente il Wu-Tang Clan, ma gli esempi potrebbero essere decine di altri.

Bravissimo, hai centrato il punto. Nell’hip hop è una consuetudine quella di prendersi degli spazi personali, praticamente ogni band o crew vive anche degli episodi solisti dei propri componenti, è una specie di valore aggiunto ai dischi che escono a nome collettivo.

Non vi fermate mai in pratica!

Proprio così, anche se non vedo l’ora di andare in vacanza sul serio e riposarmi. A parte tutto, però, ci sentiamo pieni di energia e cose da dire e crediamo sia giusto continuare finché siamo in forma. Il lavoro, da che mondo è mondo, porta stress ma anche grandi soddisfazioni ed è lo stesso anche quando fai il cantante o il musicista.

Torniamo un attimo al tuo disco solista. È facile intravedere all’interno dei pezzi due anime ben distinte: da un lato, in episodi come Il blues del perdente o Da grande, si nota una vena introspettiva e quasi malinconica, dall’altro c’è la solita voglia di divertimento sfrenato, classicamente marcata Club Dogo.

Direi che hai descritto il quadro alla perfezione, è proprio ciò che volevo raccontare in Il ragazzo d’oro, far vedere entrambe le facce della medaglia, far capire che alla fine di ogni serata di bagordi c’è un risveglio nella realtà, che può essere duro e triste. Ad ogni up corrisponde un down e non si può sperare di vivere solamente alla massima velocità, serve rallentare ogni tanto e raccogliere le idee per ripartire e migliorarsi. È un disco molto spontaneo, scritto quando ero in tour coi Dogo e che, quindi, riflette anche periodi duri o poco piacevoli a livello personale.

Parlare di temi personali di solito è sintomo anche di una certa maturità acquisita, non trovi?

Certo e mi fa piacere che tu lo dica. Restano gli episodi tamarri tipici del mio stile, ma vedo anche io una maturità compositiva a livello lirico che mi conforta molto e mi fa capire di essere sulla buona strada. Penso si intravedano dei passi in avanti e di aver seminato idee interessanti che potranno fruttare nel prossimo futuro.

I Club Dogo, tra le altre cose, smentiscono anche uno dei luoghi comuni dell’hip hop, che vuole i gruppi rap poco incisivi e interessanti dal vivo. Voi avete un’energia molto rock’n’roll, a ben vedere…

Beh, a dirla tutta, i numeri puri e semplici dell’ultimo nostro tour non hanno nulla da invidiare a quelli di qualche cantante italiano famoso di musica pop e credo anche dipenda dal fatto che dal vivo noi offriamo un concerto vero e proprio. Io poi sono cresciuto senza grossi paraocchi e mi piace andare a un concerto rock così come a una serata hip hop e questo mi serve molto quando a esibirmi sono io. So cosa vuole la gente, che tipo di energia richiede e che deve andare a casa contenta di aver speso i propri soldi. Paradossalmente, chi ascolta solo musica rock ha un certo pregiudizio nei nostri confronti, ma ci sono esempi di gruppi hip hop che dal vivo spaccano, vedi Cypress Hill o Beastie Boys. Non per niente festival come il Coachella presentano spesso artisti hip hop in cartellone, segno che negli Stati Uniti, per esempio, la distinzione fra generi è davvero poco sentita. Per l’Italia, ci stiamo lavorando…

 

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