Interviste

Jovanotti: L'elemento umano nella macchina

Dopo un disco molto suonato (in senso classico) come Safari, Jovanotti è tornato con un album di musica elettronica, Ora, che assomiglia tantissimo a un progetto dance. Del resto lui è sempre stato così, lo aspetti da una parte e arriva dall’altra, con la musica non dà mai riferimenti. È questo il suo modo di spiazzare. Per tutto quello che lo riguarda come persona invece, è quello che si vede: un essere umano, un cuore pulsante di entusiasmo ed energia.

Chissà com’è davvero, di persona? Scagli la prima pietra chi non si è mai posto questa domanda pensando al proprio eroe musicale o comunque a un grande artista. È naturale pensare che la realtà sia diversa dalla fiction, dove per fiction s’intende il lato pubblico di certi personaggi, semplicemente perché molto spesso le cose stanno proprio così: l’uomo è diverso dall’artista. Spesso ma non sempre. Lorenzo per esempio appartiene alla categoria dei “nudi e crudi”. Non ha mai creato un alter ego di se stesso a uso e consumo dell’audience, neanche quando cantava Jovanotti For President. Certo, qualche barriera esiste, ma è solo autodifesa. Lo capisci da quello che dice e da come lo dice, ma non solo. È qualcosa di più, qualcosa che percepisci oltre le parole. C’è una profonda e fanciullesca umanità nel suo modo di essere ed è questo che coinvolge, che rapisce. Nelle parole di Lorenzo non si può fare a meno di cogliere l’onestà, nell’entusiasmo come nella riflessione e persino nel risentimento, quelle rare volte che emerge. Se bara, ma ne dubito fortemente, è davvero bravo.

Lorenzo, partiamo dalla copertina del tuo nuovo disco. Le cover sono spesso sottovalutate da pubblico e critica, mentre per gli artisti sono importanti in quanto sintesi di tutto il lavoro fatto per l’album. Quanto sei legato alla copertina di Ora?
Molto, è stata proprio una bella avventura. Aver lavorato con Maurizio Cattelan (autore dell’immagine del disco, nda) e il suo team è stato davvero un grande regalo per me. Ho sempre avuto grande attenzione per la grafica dei miei album e avere la firma di uno dei più importanti artisti al mondo è il massimo. Credo però che uno come Maurizio non avrebbe mai accettato di collaborare con me se non avesse visto che anche nei dischi passati c’è sempre stato un lavoro accurato.

Come sulla cover di Safari, anche stavolta il tuo volto è “disegnato”. Qui c’è una barchetta stilizzata sul tuo viso sospeso nell’universo. Che cosa significa?
Non sta a me spiegare il significato delle cose che mi riguardano. Gli artisti non devono mai tentare di raccontare quello che fanno, quello è un altro mestiere.

Ripensando alle copertine dei tuoi album, noto che spesso hai piazzato il tuo viso in primo piano. Si potrebbe quasi ricostruire la tua maturazione fisica! Non credo sia vanità, per cui mi chiedo quale sia il motivo. Forse è solo un caso?
Parto sempre con l’idea di non utilizzare la mia faccia, poi tutte le volte succede che il processo creativo mi porta in una zona dove niente funziona meglio di un viso. Mi piace l’idea che io “ci metta la faccia” in quello che propongo. Che poi il mio viso non è più neanche mio, di volta in volta diventa la faccia del disco che ho fatto e resta lì, non cambia più. Mentre quella vera cambia sempre, si trasforma.

Parliamo della musica di Ora. Molti hanno interpretato la scelta di virare verso un sound dance come una sorta di chiusura del cerchio, visto che hai iniziato come dj. Sinceramente mi sembra un’interpretazione un po’ banale. Io credo sia piuttosto l’ennesima riuscita trasformazione di una carriera in cui – a partire da Una tribù che balla – hai fatto della discontinuità la tua cifra stilistica.
Ti ringrazio molto. La verità è che ogni mio disco è un laboratorio. Si entra in studio e si cerca un sound fino a quando non arriva qualcosa che mi dice “eccomi!”. E questo qualcosa è diverso per ogni disco.

Quando, come e perché il sound che poi hai catturato con le tracce di Ora ti ha detto “eccomi”?
Dopo un paio di mesi passati in studio con i miei collaboratori mi sono fermato perché il suono che cercavo non veniva fuori. Mi sono reso conto che nel mio iPod stava girando quasi solo musica elettronica e molta dance, anche la più popolare tipo David Guetta o Black Eyed Peas. Era un periodo in cui ascoltavo più volentieri gli album di Rihanna che quelli dei cantautori, e allora ho deciso che bisognava assecondare quel momento.

E infatti «Ora è un disco ispirato da artisti come Lady Gaga e Black Eyed Peas. Questo è il sound che va forte oggi e non me ne frega niente se è bello o è brutto. La gente ha voglia di ballare». L’hai detto la sera in cui hai presentato il nuovo album alla stampa. Mi è sembrato che con questa frase volessi stoppare sul nascere le inevitabili critiche di chi, pur apprezzando te, non ama gli artisti che hai citato come modelli.
Non è più una questione di “bello o brutto” ma di energia. Lady Gaga – i suoi pezzi, il suo modo di proporsi – ha oggi più energia dei Radiohead o dei Red Hot Chili Peppers, con tutto il rispetto per queste band che hanno scritto la storia del rock in maniera indelebile. I Black Eyed Peas sono più creativi della maggior parte dei jazzisti in circolazione. I loro testi di cinque parole funzionano, raccontano dove siamo oggi. È la musica di adesso e a me interessa sempre la musica che racconta il mio tempo.

Hai anche sostenuto che le persone cercano nel corpo, e quindi nel ballo, le risposte ai momenti di crisi e per questo adesso hanno voglia di ballare. È una riflessione che mi trova completamente d’accordo. Però non mi è chiaro perché per far muovere le persone si debbano abbandonare gli strumenti per passare ai sequencer!
Un sequencer è uno strumento tanto quanto una chitarra. Non esiste più una gerarchia degli strumenti, c’è la musica, esistono le idee. Gli strumenti servono a far venir fuori le idee. Io amo tutti gli strumenti, dal violino all’iPad, ma di fatto oggi il tablet di Apple è un giocattolo molto interessante con il quale scrivere un pezzo.

A proposito di strumenti e sequencer, sta per arrivare la prova più difficile: il live. I tuoi concerti sono sempre stati caratterizzati da un’energia pazzesca, merito tuo ma anche della band che ti accompagna. Non credo che salirai sul palco solo con una consolle!
No anzi, sarà il mio concerto più suonato in assoluto. Ci sarà molta elettronica ma sarà tutta prodotta dal vivo, sul palco. Niente di preregistrato.

Come si mettono nello stesso spettacolo Amami e, che ne so, Baciami ancora o Safari? Ci sono anche degli aspetti tecnici da tenere in considerazione. È un lavoraccio…
È un lavoraccio, te lo confermo. Ma è una sfida affascinante e alla fine vince la forza delle canzoni. I miei concerti hanno la coerenza del loro cantante, ovvero nessuna sul piano formale ma totale sul piano umano.

In questi mesi ho notato che parli di Ora sempre con grande entusiasmo. È il lavoro che ti ha dato le maggiori soddisfazioni? Come lo collochi nella tua discografia?
Ci vuole sempre qualche anno perché un mio disco trovi il giusto posto nella mia discografia. Per il momento è ancora l’album che prediligo di tutta la mia carriera e spero che lo rimanga fino a quando non inizierò a preferire il prossimo.

Prima dicevamo della discontinuità musicale, mentre il tuo linguaggio – sempre a partire dai primi anni Novanta – rappresenta un elemento di assoluta continuità nella tua carriera. Cosa cerchi nel testo di una canzone?
In un testo cerco l’emozione. Anni fa ho cercato anche l’informazione o altro, mentre in questi ultimi tre dischi (Buon sangue, Safari e Ora, nda) ho cercato essenzialmente l’emozione, la parola che accenda l’emozione.

Credo che nell’insieme “linguaggio” rientrino anche i video. Il clip di Tutto l’amore che ho ha suscitato qualche polemica perché ritenuto troppo simile a quella di Solitude Is Bliss degli australiani Tame Impala. Ti ha dato fastidio?
Non mi ha dato fastidio perché sono due video che usano qualcosa di simile per dire cose molto diverse.

Polemiche a parte, sei quel tipo di musicista che si trova molto bene davanti a una cinepresa. Ti hanno mai proposto di lavorare per il cinema?
Me l’hanno proposto ma non fa per me, credimi, io non sono buono a recitare per il grande schermo. Mi piace scrivere canzoni e fare concerti.

Cinema o no, senti che manca qualcosa alla tua parabola artistica per raggiungere l’apice? Oppure va bene così?
L’apice? Non è una scalata la mia, ma un’avventura umana. Ogni giorno è un giorno nuovo. Va bene così ma il meglio deve ancora venire. Abbiamo appena cominciato.

Però gli anni di carriera sono già più di venti. Che sensazioni hai ripensando agli esordi? Quando rileggo i miei primi articoli provo un misto di tenerezza, perché ci vedo tanta inesperienza, e orgoglio, perché comunque mi appartengono. Com’è per te riascoltare, per esempio, È qui la festa?
Quando uscì in Italia quella roba aveva una forza assurda e quelli con le antenne alzate la beccavano. In genere le antenne alzate le hanno i bambini e chi mantiene accesa la propria parte infantile, disposta al gioco, che guarda più alla carica che alla grammatica. Erano dischi allegri, sfacciati, semplici e ingenui, con poca musica e molta voglia di spaccare il mondo. E la voglia di spaccare il mondo è l’elemento fondamentale in un disco di successo. Non sapevo scrivere una canzone e non sapevo fare niente ma avevo questa libertà dentro, non mi vergognavo di niente. Trovo che un pezzo come È qui la festa sia ancora forte, ha qualcosa di funky e di oltraggioso. Certo non puoi dare un giudizio musicale – risulterebbe un “non classificato” – eppure aveva qualcosa, ci piaceva e piaceva a una sacco di gente, di bella gente. Se incontrassi me stesso a vent’anni anni sarei un suo fan, ci vorrei fare la foto insieme.

Io ci credo. Che sia come dice lui intendo. Dopo l’intervista ho riascoltato È qui la festa (rigorosamente su cassetta originale dell’epoca, ma la notizia è che ho ancora un mangianastri!) e non posso che essere d’accordo. Come Lorenzo stesso ha raccontato, siamo sicuramente su un altro pianeta rispetto a un certo modo di intendere la musica – compresa quella che fa oggi Lorenzo sia chiaro. Ma quella voglia di spaccare il mondo di cui parlava Jovanotti è talmente immediata che risulta impossibile ignorarla.
Avevo pochi dubbi prima di lavorare a questa intervista e ne ho ancora meno adesso. Piacciano o no la sua voce, il suo stile, la sua musicalità, il suo stesso modo di intendere l’idea del musicista, Jovanotti e Lorenzo Cherubini sono la stessa cosa. E se anche fossero due persone distinte, non c’è dubbio che andrebbero particolarmente d’accordo.


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