Interviste

Intervista Negramaro: Libertà, Collettivo e Rock'n'Roll – part 1

Il tour dei Negramaro è il più importante appuntamento live di questo autunno. Piaccia o no, nessuno farà i numeri dei salentini. I concerti, tra ottobre e novembre, sono 23 (più la data zero), molti dei quali sold out. A qualche settimana dalla partenza, abbiamo raggiunto telefonicamente Giuliano Sangiorgi. Dalla stalla che i Negramaro hanno adibito a sala prove, ci ha parlato del rapporto con il pubblico, delle scelte artistiche e di questa Italia malata che non riesce a smettere di amare. Tutto nel segno della libertà e dell’importanza del collettivo. Ecco la prima parte del nostro viaggio dentro il mondo dei Negramaro (la seconda sul numero di novembre).

A giudicare dal numero di date del tour, la pausa forzata dovuta al tuo infortunio non vi ha minimamente danneggiato. Questo significa che il legame tra i Negramaro e il pubblico è diventato qualcosa d’importante. Ve lo aspettavate?
Non è la prima volta che la gente conferma l’affetto nei nostri confronti. E credo non sia un caso, anche se naturalmente continuiamo a stupirci. Credo che in questi anni il pubblico abbia capito che di noi si può fidare. Perché ha colto la nostra sincerità, nella musica e in tutto il resto. Penso a come abbiamo gestito il mio piccolo infortunio. Potevamo limitarci a un comunicato stampa, affrontando la questione in modo freddo e distaccato, ma non ce la sentivamo. Meglio parlare direttamente alle persone, per questo ho scritto di mio pugno delle righe che sono apparse sul nostro sito internet, volevo spiegare cosa stava accadendo. Nel tempo abbiamo costruito un rapporto di fiducia basato sull’onesta e questo credo renda i Negramaro un gruppo solido, che non crolla per un singolo episodio sfortunato.

Siete cresciuti insieme, voi e il vostro pubblico intendo, migliorando l’intesa proprio con i concerti, che poi sono il momento in cui realmente c’è contatto.
E’ come quando fai un percorso con un’altra persona e affronti insieme varie fasi della vita. Si crea un legame molto solido, quasi indistruttibile, basato sulla fiducia. Noi abbiamo messo tutto quello che potevamo nella dimensione live, che poi è la misura in cui l’umanità, nostra e del pubblico, viene fuori.

Gli spettacoli dal vivo sono il miglior investimento possibile per una band. Un disco mediocre si può anche perdonare, un concerto brutto è più difficile da dimenticare.
E’ così. Per questo abbiamo sempre cercato di portare in scena la verità, la nostra vita. Questo non è il Grande Fratello, noi sul palco siamo quello che siamo nella vita. Però un artista non deve mai sedersi, deve ripartire da zero e riconquistarsi ogni volta il rispetto della gente. Non arrivi mai, riparti sempre. Forse il nostro segreto è che diamo alla gente quello che noi stessi ci aspettiamo dagli artisti quando vestiamo i panni dei fan. E poi credo ci aiuti molto il fatto di essere un gruppo numeroso, composto da sei elementi. Perché nelle nostre discussioni emergono fino a sei punti di vista differenti e quando democraticamente arriviamo a prendere delle decisioni, queste sono il frutto di un pensiero ampio, articolato e quindi più critico. Credo sia il nostro punto di forza principale.

Questa democrazia interna non corre il rischio di rendere ogni decisione macchinosa? Non vi rallenta?
Non è un problema. Per noi è sempre stato fondamentale avere il tempo necessario per pensare bene a quello che vogliamo fare e realizzare le nostre idee. Penso a Casa 69. Viviamo un momento in cui i dischi si fanno in tre mesi, noi ci siamo presi molto più tempo perché avevamo la necessità di dire cose diverse e quindi dovevamo mettere a fuoco le nostre esigenze. Il disco è ancora oggi in classifica, direi che abbiamo fatto bene.

Qualche mese fa ci hai parlato di uno spettacolo diverso rispetto al passato, di cui abbiamo avuto un’anteprima all’Heineken Jammin’ Festival. Cosa c’è di nuovo?
Fondamentalmente abbiamo una parte dello staff nuova di zecca. Ci sono molti dei professionisti con cui lavoriamo da tempo, del resto squadra che vince non si cambia, però abbiamo inserito persone che si occupa dell’aspetto visivo. C’è un nuovo light engineer che viene da Londra e ha lavorato con i Placebo e moltissimi altri grandi artisti. In più abbiamo dei visual maker che hanno collaborato con gruppi come Offspring e Radiohead. Anche grazie a loro abbiamo ideato e metteremo in scena un live che ha la struttura di un film. Ci piace fare degli spettacoli che siano dei concept, come si fa con i dischi, perché l’idea del concerto come un jukebox non ci appartiene, lo spettacolo è tale se ha qualcosa da dire. Naturalmente anche la scaletta si adegua a questa esigenza.

Produttore canadese per il disco, staff inglese per il tour. Mi sembra che sia in corso una sorta d’internazionalizzazione dei Negramaro. Oltre alla suggestione, cosa vi sta dando in concreto questa espansione di orizzonti?
Non abbiamo mire espansionistiche, cerchiamo solo di andare oltre quello che abbiamo già fatto. Confrontarsi con nuove persone, atmosfere diverse, posti e realtà sconosciute, ti fa crescere. La conoscenza espande lo spazio in cui si muove il pensiero. Lavoriamo con persone come David Bottrill (il produttore di Casa 69, nda) o i visual maker inglesi del tour, non per gusto esterofilo, ma per coinvolgere uno sguardo obiettivo su quello che facciamo. Questi sono professionisti abituati a lavorare con grandi artisti internazionali e se facciamo una cosa che fa schifo loro ce lo dicono. Vai a fare il disco in America non perché così ti senti un figo, ma perché significa ripartire da zero. E’ come ritornare agli albori, quando non ci conosceva nessuno, ci mettiamo in gioco con qualcuno che non ha nulla a che vedere con il giudizio distorto che la popolarità e il successo rischiano di portarti.

E’ un gesto di grande umiltà. Potevate anche farne a meno.
Ma se fai musica veramente, se lo fai come fosse una necessità fisica oltre che intellettuale, come puoi agire diversamente? Come può un artista non mettersi sempre in discussione? L’artista ha bisogno di tornare indietro per crescere nuovamente. Gli obiettivi da raggiungere devono essere in realtà punti di partenza per allargare nuovamente i propri orizzonti. Se i Negramaro fossero un progetto studiato a tavolino, ci saremmo potuti fermare e ripetere Tre minuti all’infinito. E invece abbiamo voglia di metterci in gioco, più cresciamo e più lo vogliamo.

A proposito di crescita, i Negramaro partono dall’underground e arrivano al mainstream. Una parte del pubblico non ve lo ha perdonato. C’è un problema di snobismo in Italia tra chi si autodetermina “colto” musicalmente parlando? Sembra che in questo paese arrivare al grande pubblico sia una colpa e non un merito.
Mi auguro che tutto l’underground italiano possa avere la fortuna che abbiamo avuto noi. Il problema è che si confonde il pop con qualcosa di poco autentico. E’ sbagliato perché nel mondo la parola “pop” significa popular, popolare. I Muse sono pop, i Radiohead sono pop, perché vendono milioni di copie. I Sonic Youth sono pop perché hanno raggiunto un pubblico vastissimo e non per questo hanno mai sacrificato qualcosa della propria arte. Ora, con le debite distanze, credo che valga anche per i Negramaro. L’importante è la libertà di espressione. Quando un artista è libero di dire e fare quello che vuole, non c’è scena che tenga. Il punto non è usare l’amplificatore più vintage per una questione di stile, noi vogliamo solo mettere la vita dentro la nostra musica. Forse quello che l’underground italiano non perdona è il fatto di arrivare in un mainstream che oggi è purtroppo contaminato da progetti studiati a tavolino che non hanno niente a che vedere, per esempio, con la cantina da cui siamo partiti noi. Che poi è quella in cui stiamo provando e da cui ti sto parlando ora.

Davvero provate in una cantina?
Si! Anzi, più che una cantina è una stalla. Noi viviamo in una comune, non abbiamo cambiato un cazzo della nostra vita. Siamo contento di quello che facciamo e di come veniamo considerati dagli amici che magari navigano in un circuito diverso da quello in cui stiamo noi. Ci rispettiamo. Credo che i Negramaro vadano rispettati perché hanno messo davanti a tutto la libertà artistica. E’ il primo punto del contratto che abbiamo firmato.

Proprio quest’anno è il decennale dei Negramaro. C’è qualcosa che ancora ti condiziona? Forse il successo?
C’è stato un momento in cui della popolarità ho avuto paura. Mi sono chiuso dentro una specie di castello e ho subito la pressione. Poi ho pensato che da questo castello in qualche modo dovevo uscire e ho ricominciato a fare le mie cose, a non temere più il successo. La cosa che davvero mi condiziona è la mancanza di autostima. Più vado avanti e più torno indietro da questo punto. E’ una cosa che da un lato mi rafforza ma dall’altro mi mortifica. Mi rafforza perché mi aiuta a conservare lo stupore, continuo a meravigliarmi per l’affetto della gente. Però se andando avanti torni indietro in qualche modo perdi l’orientamento. Purtroppo non ho il controllo di questa cosa. Sono molto insicuro, e più la mia conoscenza aumenta più ho paura di quello che non conosco.

Casa 69 parla dell’importanza del collettivo. La vera forza è “noi”, non “io”. Quando avete sentito l’esigenza di affrontare il tema? E’ successo qualcosa in particolare oppure è frutto di un puzzle di esperienze?
In realtà, come sempre, quello che viene fuori nelle canzoni dei Negramaro lo capiamo dopo. Ci siamo accorti pian piano che i pezzi prendevano una direzione comune, c’era una sorte di diffuso inno alla collettività, alla casa. L’esempio che ci viene della società è diverso, ti fanno credere che puoi fare tutto da solo, tanto puoi avere ogni cosa a portata di mano. Ci viene imposto un modello di “iLife” totalmente “I”. E’ come se ci stessero proponendo un modo di vivere liberale che in realtà manca di vera libertà. Ma come può essere libera una persona chiusa nella propria stanza?

E i social network?
Io li utilizzo, ma il fatto che siano loro a utilizzare noi è paradossale. Stiamo creando delle grandi e agiate solitudini, altro che libertà. Non avere bisogno delle altre persone perché in casa propria si ha tutto è sbagliato, far passare il messaggio che le persone possono tutto senza l’aiuto e la solidarietà delle altre persone è sbagliato. Facci caso, non c’è mai un “we”, noi, c’è sempre e solo “I”, io, perchè si vuole stimolare un bisogno individuale sfrenato. Ma la libertà è condivisione, altrimenti è solitudine disperata. Possibile che le persone si stupiscano del fatto che i Negramaro vivono insieme? Casa 69 è un esempio di convivenza e libertà.

L’Italia in particolare è gravemente ammalata di culto dell’io. Credo che questo spieghi molto degli ultimi 20 anni e non solo.
Ricordo cosa diceva mio nonno. Dopo la guerra, tutti si volevano un gran bene e si aiutavano per risollevarsi insieme. L’Italia era un posto fantastico dove si poteva crescere perché c’era unione, la voglia di rialzarsi portava condivisione. Le cose sono cambiate quando qualcuno ha cominciato a volersi alzare più degli altri. Credo che il problema oggi sia proprio il culto della persona che si è fatta sola. Ora, è giusto che si esaltino le imprese individuali, ma dobbiamo ritornare alla collettività, dobbiamo ripartire da questo. Il nostro dramma è che siamo poco uniti, non reagiamo insieme neanche davanti ai problemi. Mettiamo da parte bandiere e appartenenze e prendiamoci per mano.

Ma l’Italia berlusconiana e postberlusconiana sarà mai pronta a questo?
Abbiamo il primo partito del paese che è stato fondato da un uomo e che esiste solo perché esiste questa persona. Il culto di Berlusconi è grave a prescindere dal fatto che sia Berlusconi. Ma come si può andare avanti in questa maniera? Lo ripeto, solo la collettività ci può salvare. Io mi auguro che cambi e cambierà perché siamo un popolo stupendo, con una storia meravigliosa.

Mi sono sempre chiesto come mai il sud Italia, che pure ha nelle proprie radici il concetto di collettività, di condivisione, sia così attratto dalla forza, o presunta tale, dell’individuo. Le regioni del sud sono la roccaforte di Berlusconi.
Io credo che il sud abbia bisogno di mezzi e forse questa necessità gli fa compiere degli errori. Credo che l’orientamento, a prescindere da quello politico, sia ciò che più dobbiamo ritrovare in Italia, al sud come al nord. La bussola è impazzita, la gente è confusa ovunque. Non è neanche un problema di partiti o di chi governa e chi sta all’opposizione. Non spetta a me dare soluzioni, ma credo che si debba ricominciare a coltivare la necessità del prossimo. Ritorniamo nei centri storici a bere una birra insieme. Sembra banale, ma io credo sinceramente che da questo si possa partire per cambiare le cose.

Sei deluso dall’Italia?
Io amo questo paese. Viaggiamo tanto e ogni volta che torno in Italia sento di amare la mia terra sempre di più. Mi piace da morire, è un paese che riflette la sua storia, la grandezza del suo passato. Dobbiamo solo ritrovare l’unione spirituale, per così dire. I partiti non c’entrano niente e non contano niente. Dipende solo da noi.

Chiudiamo con la musica. E’ passato abbastanza tempo dalla pubblicazione di Casa 69 per chiederti se state già lavorando a qualcosa di nuovo.
In questi mesi ho scritto tantissimo, non mi sono mai fermato. Abbiamo nuove canzoni e siamo già ai provini. Mentre prepariamo il tour ci prendiamo anche qualche pausa per incidere i demo. Figo no? I Negramaro sono una band che lavora sodo. Scrivere e suonare è la cosa più bella che possiamo fare. E finchè avremo cose da dire, nessuno ci chiuderà la bocca.

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