Interviste

Intervista Negramaro: Libertà, Collettivo e Rock'n'Roll part 2

LIBERTA’, COLLETTIVO E ROCK’N’ROLL  – part#2

Il mese scorso è stato Giuliano Sangiorgi a spiegarci i Negramaro. Le parole del leader dei salentini, generoso come sempre, ci hanno guidato dentro le viscere di un progetto artistico che in dieci anni non ha mai tradito se stesso. Poi siamo stati a vedere uno dei concerti milanesi del Casa 69 Tour, e abbiamo assistito al rock show di una band a cui piace prendersi dei rischi. Tutto torna, insomma. Ecco la seconda (e ultima) parte del nostro viaggio nel mondo dei Negramaro.

Nell’anno solare 2011 abbiamo intervistato due volte Giuliano Sangiorgi. A maggio, in occasione della partecipazione dei Negramaro all’Heineken Jammin’ Festival, e a settembre, poco prima che partisse il Casa 69 Tour,  il leader della band salentina ha risposto alle domande di Onstage. Curiose nel primo caso, quando insieme ai compagni di sempre tornava sul palco in punta di piedi, dopo aver annullato un tour da record (a causa dell’infortunio alle corde vocali), incalzanti nel secondo, quando tutto era pronto perché i Negramaro si riprendessero la scena da dominatori. Risposte diverse a domande diverse, eppure le due interviste, rileggendole oggi, hanno lo stesso sapore. Perché Giuliano non si nasconde mai, ci mette la faccia, da qualunque parte lo prendi lui si muove in direzione del punto focale, lo raggiunge e ti svela l’anima, sua e dei Negramaro. E l’anima non cambia, anche quando tutto intorno – la location, le luci, la gente, l’interlocutore – è diverso.

Lo spettacolo che i Negramaro stanno portando in giro per l’Italia, in questo inizio d’autunno che fatica a dimenticare l’estate, è la trasposizione dal vivo di quello che oggi sono (e sono sempre stati) i pugliesi, una band che dell’onestà artistica ha fatto il proprio dogma. «Cerchiamo di portare in scena la verità, la nostra vita – ci ha detto Sangiorgi nell’intervista più recente – i nostri concerti non sono il Grande Fratello, sul palco siamo quello che siamo nella vita». Sono tre gli elementi che ruotano intorno a questa verità: libertà nelle scelte artistiche, anche quando rischiano di spiazzare, forza del collettivo, in cui il singolo moltiplica le forze oltre i propri limiti, e rock, contemporaneamente collante e lubrificante di un meccanismo complesso e articolato. Nelle parole di Giuliano, nei concerti, l’identità dei Negramaro è una e trina.

 

CERTEZZE VS RISCHI

«Credo che i Negramaro vadano rispettati soprattutto perché hanno messo davanti a tutto la propria libertà artistica. È un elemento chiave della nostra storia, il primo punto dei contratti che firmiamo». Così ci diceva Giuliano alla vigilia del tour e non ci sarebbe potuta essere occasione migliore di un concerto per verificare le sue parole. La scaletta del tour è decisamente concentrata su Casa 69: una scelta solo in apparenza scontata, perché se è vero che le tournèe post-album sono solitamente imperniate sul disco appena pubblicato, è altrettanto vero che l’ultimo lavoro dei Negramaro è uscito il 16 novembre 2010. E’ passato cioè quasi un anno, tempo più che sufficiente a raffreddare l’entusiasmo con cui i fan si preparavano ad accogliere dal vivo i nuovi brani e a “disperdere” quest’ultimi nell’ampia discografia dei salentini. Una volta saltato il tour primaverile (per il noto infortunio di Sangiorgi) era lecito attendersi uno spettacolo celebrativo, che si concentrasse cioè solo sulle hit sicure, che peraltro sono tantissime.

Casa 69 è un disco molto diverso rispetto alle produzioni precedenti: per una volta non ruota tutto intorno ai ritornelli esplosivi che sono diventati il marchio di fabbrica dei salentini. C’è più attenzione al sound, maggiore ricercatezza nei testi – tendenzialmente più criptici che in passato – più cura nelle parti strumentali che coinvolgono il resto della band. In questo senso è un album meno italiano e più anglosassone. Un motivo in più perché, dal vivo, i Negramaro scegliessero di accantonare parte dei nuovi brani, mossa che li avrebbe certamente messi al riparo da “pause” di entusiasmo della gente. Ma chi è libero artisticamente accetta l’idea di rischiare, di mettersi in gioco spiazzando il pubblico con scelte coraggiose. E così i salentini hanno lasciato in scaletta ben undici brani di Casa 69, confermando la maggiore attenzione per i momenti strumentali – tutti i membri della band hanno più spazio che in passato – e curando la produzione affinchè i ritornelli, comunque cantati a squarciagola dalle migliaia di fan assiepate nei palazzetti, fossero solo uno degli ingredienti del concerto e non l’unico. Rimbombano le parole di Giuliano: «Come può un artista non mettersi sempre in discussione? Gli obiettivi raggiunti devono essere punti di partenza per allargare nuovamente i propri orizzonti. L’artista ha bisogno di tornare indietro per crescere nuovamente. Se i Negramaro fossero un progetto studiato a tavolino, ci saremmo potuti fermare e ripetere Tre minuti all’infinito. E invece abbiamo voglia di metterci in gioco, più cresciamo e più lo vogliamo».

 

NON C’E’ “IO” SENZA “NOI”

I concerti di Casa 69 Tour si aprono con la stessa immagine raffigurata sulla copertina del disco. Un cuore, enorme prima e leggermente più piccolo poi, davanti al quale compare l’astronauta protagonista del video di Sing-hiozzo, sulle cui note si apre infatti lo show. Cadono le quinte, ma la band è ancora coperta da sei enormi schermi che solo a tratti proiettano le immagini di Giuliano, Lele, Ermanno, Danilo e i due Andrea. Per tutto il primo brano tra i Negramaro e il pubblico non c’è contatto diretto e solo quando comincia Se un giorno mai la band si mostra finalmente in carne e ossa. L’interposizione degli schermi crea distanza tra palco e platea, ritarda di qualche minuto l’appassionato abbraccio tra artista e pubblico che è l’essenza di un live. E’ una lontananza creata ad arte, in cui domina il disagio per la mancanza di contatto tra individui, un pericoloso vuoto di umanità che si riempie solo quando tra band e pubblico, finalmente, non ci sono più ostacoli. «La vera forza è “noi”, non “io” – ci raccontava Giuliano a maggio – mentre oggi cercano di farci credere che non abbiamo bisogno degli altri. E invece “io” non esiste senza “noi”». E’ il concept di Casa 69 – il cui titolo non a caso si riferisce alla casa vera a propria dove vivono tutti insieme i membri della band – e il tour è sintonizzato sulla stessa frequenza.

La forza del collettivo è una delle travi portanti dello spettacolo dei Negramaro. E’ in definitiva l’essenza stessa della band salentina: se è vero che sono le qualità di Giuliano a fare la differenza, è altrettanto vero che, sul palco, c’è affiatamento e coesione tra tutti i compagni, compatti come solo le grandi squadre sanno essere. Oltretutto è un collettivo aperto, non c’è gelosia, perché condividere significa crescere. Ecco allora “Teatro 69”, uno spazio – più o meno a metà concerto – in cui Sangiorgi lascia microfono e ribalta ad un attore mentre la band continua a suonare creando una suite musicale di supporto alla lettura. Tra gli ospiti, big come Paolo Rossi e Pierfrancesco Favino e attori meno noti, come quelli del Teatro Valle di Roma, da mesi occupato in segno di protesta contro, ma tu guarda, i tagli di un governo totalmente insensibile alla cultura (con cui “non si mangia”, ricordate le parole del nostro ministro del Tesoro?). Alla grandezza del teatro, che è partecipazione, è scambio, è collettivo, si contrappone l’alienazione in cui ci guida la televisione. Per qualche istante gli schermi proiettano le immagini in diretta dei programmi tv (durante lo zapping, fischiatissimi Porta a porta di Vespa e l’ennesimo, insignificante varietà pieno di finte star). Un deprimente nulla cosmico, così evidente visto da lontano. Il messaggio è chiaro: cosa aspettiamo a liberarcene definitivamente?

IL BELLO DEL ROCK

Proprio gli schermi (mobili) sono la più appariscente novità del Casa 69 Tour. Mai i Negramaro avevano puntato così in alto in termini di scenografia. Appoggiandosi a un team composto da professionisti inglesi – già al lavoro con mostri sacri della musica mondiale come Placebo e Radiohead – i salentini hanno messo in piedi uno spettacolo visual di grande impatto. Sei schermi in continuo movimento, calati dall’altro verso il palco, proiettano sequenze di immagini ad altissima velocità. Ci sono persone e luoghi, colori, numeri, parole. Poche sono invece le inquadrature dedicate alla band, un segno inequivocabile di come la scenografia non abbia qui una funzione autocelebrativa, come invece accade spesso nelle produzioni pop. Siamo dentro la migliore tradizione rock, che vuole gli elementi scenografici solo se in grado di completare e aggiungere significato allo spettacolo. Non c’è vanità nel flusso di immagini che squarciano il buio dei palazzetti in cui si esibiscono i Negramaro, c’è bellezza. Potrebbe non piacere, ma l’intento è incontestabile.  Stesso discorso per i momenti strumentali in cui si lanciano Giuliano e compagni, lunghe cavalcate ai confini dell’hard rock. Qualcuno le potrà giudicare fuori luogo – il pubblico dei pugliesi non è certo abituato al pogo o al crowdsurfing – ma vanno letti in chiave estetica. Nella tavolozza dei salentini ci sono anche queste sonorità, è in quel rock, così come nella tradizione melodica italiana, che affondano le proprie radici. In nome di che cosa dovrebbero sacrificare il proprio istinto? Il rock è viscerale ed è un gioco di squadra. Il gioco preferito dei Negramaro.

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