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Nek racconta il nuovo album «Il più vero che abbia mai fatto»

Il nuovo album di Nek si chiama come lui: Filippo Neviani, nome di battesimo del cantautore di Sassuolo. Un disco molto personale, sia per gli argomenti trattati sia perchè è stato prodotto, arrangiato e suonato interamente dallo stesso Nek. Ecco cosa ci ha raccontato.

intervista nek filippo neviani

Un disco artigianale fin dal titolo: Filippo Neviani. Ovvero, il vero nome del più conosciuto Nek. Niente fronzoli, né orpelli per il suo ultimo lavoro discografico, in uscita il 16 aprile su etichetta Warner.
Con 22 anni di onorata carriera, la pop-star di Sassuolo si ripropone al pubblico nella versione più originale che c’è: se stesso. Al cento per cento. Nessuna collaborazione eccellente, nessuna sbavatura: qui la bellezza sta nella normalità. Un coraggioso ritorno al passato in cui Filippo si presenta nella triplice veste di produttore, arrangiatore ed esecutore. Per la prima volta in una versione decisamente più rock.

Questo nuovo disco si chiama come te: Filippo Neviani. Nek che fine fa?
Non fa una brutta fine, anzi: finché il pubblico lo tiene in considerazione non credo che abbia un destino a termine. Ma Filippo Neviani ci tenevo a ribadirlo: il mio pubblico il più delle volte mi chiama Filippo. E poi questo album è certamente il più personale che abbia scritto nella mia vita, è stato scritto tra la nascita di mia figlia e la morte di mio papà. Lui ha sempre voluto vedere il nome di famiglia da qualche parte: non ha fatto in tempo a leggerlo, ma l’ho fatto anche per lui.

Molte persone potrebbero non collegare Filippo Neviani a Nek…
Si abitueranno.

Oltre a essere il disco più personale della tua carriera, mi sembra anche il più rock, come mai?
L’impronta rock è molto marcata, d’altronde questa è la mia origine. La musica per me è sorprendere me stesso, dunque gli altri. Dando ogni volta un lato diverso di me. Ho deciso di complicarmi la vita, facendomi il disco da solo: ho suonato io basso, batteria e chitarra. Gli unici strumenti che ci sono. Ho tolto sequenze, sintetizzatori, violini. Avevo bisogno di rock.

Ho percepito un po’ di amarezza in canzoni come Soltanto te o Hey Dio.
Prendo visione delle cose, rendendomi conto che una soluzione ci sarebbe e non basta limitarsi a osservare. La mia rabbia sta nel vedere che facciamo tanto casino, ma siamo noi che vogliamo il mondo in cui viviamo e non facciamo più di tanto per risolvere la situazione. Siamo noi la causa di ciò che siamo.

E qual è la soluzione, secondo te?
L’amore. O meglio, la non indifferenza.

Molti dei tuoi colleghi sfoggiano grandi collaborazioni e produzioni per i propri dischi, mentre tu azzardi un lavoro totalmente artigianale. Perché?
Il fatto che sia un prodotto artigianale lo rende, per me, interessante. E’ davvero fatto a mano e non segue stereotipi. Questo è il lavoro più vero che abbia mai fatto.

Come sei cambiato da Laura non c’è?
Non lo so. Intanto oggi di anni ne ho 41, quando cantavo Laura non c’è ne avevo 27 e vedevo il mondo in modo molto diverso: una volta correvo per il successo, oggi sono sicuro di quello che presento: se piace bene, altrimenti va bene lo stesso e siamo a posto così. Banalmente l’esperienza ti dà la possibilità di essere più sicuro di te, più consapevole dei tuoi limiti e di quello che puoi dare. Se riesci ad accontentare il pubblico, meglio. Ma se non ci riesci non ne fai più una malattia. Però continuo a cercare di stupire le persone: non è perché ho 22 anni di carriera che mi si deve ascoltare.

Questo è un atteggiamento rock…
Sì, è abbastanza rock.

E il tuo pubblico com’è cambiato in tutti questi anni?
Mi riempie di felicità vedere che è cresciuto con me e non mi ha lasciato. Ai concerti vedo gente che era adolescente e oggi ha una famiglia. E poi è un pubblico eterogeneo: ci sono dai ragazzini, fino ai sessantenni. Questo è probabilmente frutto del cambiamento che ha subito la mia musica, in base a come sono cambiato io.

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