Interviste

Thony: «Non c’è un confine tra scrivere e interpretare, è un flusso continuo»

intervista thony federica caiozzo tutti i santi giorniHa stregato Paolo Virzì grazie alla sua voce e alla sua personalità. Thony, all’anagrafe Federica Caiozzo, firma le musiche di Tutti i santi giorni – che escono nel disco Birds – e ne è la protagonista femminile. Oltre a svelarci le sue passioni musicali (Alanis Morissette in particolare), ci ha parlato di come il regista si sia accorto di lei e della gioia con cui sta vivendo questo momento.

Sei diventata attrice grazie a Paolo Virzì. Te ne sei già resa conto?
È stato un fulmine a ciel sereno. Non sono ancora riuscita ad assimilare quello che è successo. Forse lo farò dopo l’uscita del film. Sono piacevolmente travolta da tutto, ma non ho ancora elaborato niente.

Negli anni Virzì, oltre che un ottimo regista, ha dimostrato di essere un coraggioso scopritore di talenti. Che cosa di te lo ha artisticamente sedotto?
Paolo ha sentito dei provini che avevo caricato su My-Space, fatti in casa, di notte, chitarra classica e voce. Fatti di cuore, anzi “de core”, se non suona troppo trash. Era interessato alla sonorità acustica sul quale poi ho cercato di mantenere la colonna sonora del film. A livello stilistico Paolo è stato chiaro. I testi, di comune accordo, li abbiamo voluti didascalici. Le scene dovevano essere accompagnate con le note e l’armonia. Poi, lui non mi ha chiesto di scrivere in italiano e questo per me è stato fantastico, anche perché non l’avevo mai fatto. Ho scritto i testi in inglese, raccontavano del film ma erano una mia visione personale. E a lui andava bene.

E ti ha scritturato anche come protagonista femminile accanto a Luca Marinelli.
Il personaggio di Antonia è una ragazza estremamente impulsiva, verace, ciò che lui ha trovato in queste registrazioni è l’istintività senza filtro. Siamo andati avanti su questa strada, cose notturne, intime, immediate, cose semplici che rimangono semplici.

Ma tu non avevi mai recitato.
Mi ha aiutato facendomi pensare di essere in grado di farlo. È stato un percorso grandioso.

Interpretare cantando e interpretare recitando. Quanto è diverso per te?
Interpretare canzoni, scrivendole io stessa, è qualcosa che mi appartiene. Non c’è un confine tra lo scrivere e l’interpretare, è un flusso continuo. Per interpretare un personaggio ideato da qualcun altro c’è un margine in cui devi scovare dentro di te una fervida immaginazione. Ho recitato di getto, se ci avessi pensato non ci sarei riuscita.

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Insomma, Birds è il tuo secondo ma primo album ufficiale, nonché colonna sonora di Tutti i santi giorni. Esce l’11 ottobre. Com’è l’attesa?
Sono eccitata, sono curiosa. Non so spiegarmi meglio. Ci sono dentro, forse ho anche una visione distorta, solo mia di quello che ho fatto. Voglio sapere cosa ne pensano, come andrà, se piacerà. Io ogni tanto me lo risento (ride, ndr).

Scrivi e canti in inglese. E la musica italiana?
Non l’ho mai ascoltata. Ultimamente mi ci sto avvicinando. Negli Anni ’90 era la musica inglese che amavo, su MTV si vedevano i primi videoclip. Il mio mito era Alanis Morissette. Avevo 15 anni, vivevo in Sicilia, e vedevo un po’ tutto mitizzato. Cinecittà mi sembrava un continente lontanissimo. Poi quando sono arrivata a Roma e l’ho vista, mi sono detta «Ah… è questa Cinecittà?».

Chi erano gli altri miti?
I Pearl Jam, i Radiohead, Jeff Buckley. Poi mi sono avvicinata alla cantautrice. Per empatia, credo.

Ho letto su Internet che sei stata paragonata a Cat Power.
Sì, è successo due o tre anni fa. E fino a quel momento non l’avevo mai ascoltata. Non mento.

Natalie Imbruglia?
Oddio cosa hai tirato fuori! Ricordi d’adolescenza. Mi fa simpatia. È molto carina, ha proprio una bella faccia. Vorrei avere la sua bocca.

Dai, dimmi un paio di nomi italiani.
Ok. I Zen Circus li ascolto molto volentieri. Mi piace Colapesce perché è giustamente rock.

Elisa si è costruita una carriera cantando prevalentemente in inglese. Di lei che ne pensi?
Il primo e secondo disco mi sono piaciuti molto, poi ho trovato troppo sdolcinata qualche canzone successiva. La stessa cosa mi è successa con Carmen Consoli. Dopo i primi dischi ero super innamorata, poi ricordo che nei suoi brani diventò tutto un po’ troppo femminile. Però restano due artiste che stimo, anche se mi sono allontana per questioni di gusto. Anche Alanis non mi piace più. Ma lei è il dio.

Quando hai capito di avercela fatta?
Prima di adesso, che è un altro momento di piccola svolta nella mia vita, già vivevo a Roma e grazie alle canzoni su MySpace mi aveva contattata un’agenzia che si chiamava Booking Alive. Mi avevano fissato quattro o cinque date. Fino a quel momento non avevo idea di cosa fosse la felicità. Andavo a suonare e qualcuno mi veniva a sentire. Tre persone forse, la prima volta, ma io ero felicissima.

Ultima domanda. Da dove arriva Thony?
Al liceo qualcuno, non so chi, ha iniziato a chiamarmi Toni perché avevo provato a giocare a calcio. Avevo giocato due partite e mi presero in giro chiamandomi Toni. Poi raccontandolo a casa, è venuto fuori che tutte le amiche di mia madre quando era incinta di me le dicevano che ero senza dubbio un maschio. Ero molto grande. Mia mamma, prima di sapere che ero una femmina, mi aveva chiamato Anthony. Lei è polacca e Anthony non è neanche un nome polacco, ma lei era arrivata in Italia, le piaceva. Ci sono cose che ritornano. Ecco da dove arriva Thony.

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