Interviste

Intervista a Zucchero, l'ambasciatore della musica italiana all'estero

Il Chocabeck World Tour è l’ennesima prova della popolarità di Zucchero oltre i confini italici. Qualcosa di molto raro (ahiloro) per i musicisti di casa nostra. Come ogni buon diplomatico in terra straniera, Sugar ha costruito la sua credibilità internazionale mettendoci sudore e talento. Oggi se la gode, registrando sold out ovunque e pubblicando dischi in inglese con i testi di Bono e Iggy Pop. Di questo e altro ci ha parlato durante una pausa del tour.

Allora com’è il raccolto? E’ una buona annata?
Ottima direi. Oltre 50 concerti in poco meno di 3 mesi, tutti strapieni e la gente, sia qui in Italia che in Europa, entusiasta. Questa prima parte del tour mi ha dato una grande energia, suonare dal vivo è qualcosa di magico quando si ha la fortuna di avere un pubblico come il mio. Ogni fatica scompare. E quando non sono sul palco, mi manca tutta questa sensazione.

Per spiegare a chi non conosce il retroscena, parliamo di “raccolto” perchè prima di partire per il tour hai detto, parlando del tuo seguito all’estero, che «in tutti questi anni hai seminato e adesso è venuto il momento di raccogliere». Cosa intendevi?
Volevo dire che in passato ho investito molto economicamente ma soprattutto artisticamente sulla mia carriera fuori dai confini italiani. Sono andato in posti dove non andrebbe nessuno, nei paesi più sperduti, pensando solo a suonare. Quando qui in Italia avevo già successo, dopo Blue’s e Oro Incenso & Birra, ho fatto da supporter al tour del 1990 di Eric Clapton, senza scenografie, quattro luci e via, uno spettacolo che definirei “nudo”, però con una band di prim’ordine. Ma questo è solo un esempio, ho seminato moltissimo per costruire qualcosa d’importante anche all’estero. E ora è arrivato il momento della raccolta, vado in giro per il mondo a divertirmi con un gruppo straordinario – 11 musicisti tra i migliori in circolazione. Mi hanno detto, e qualcuno l’ha anche scritto, che sembra di sentire un’intera orchestra.

A proposito della band, alcuni membri sono con te da tempo, altri sono arrivati recentemente. Come hai costruito la squadra?
Solitamente i produttori, che conoscono ovviamente tantissimi musicisti (anche quelli adatti a suonare in sala di registrazione), consigliano i migliori per il tipo di proposta artistica. Poi si fanno i provini e si sceglie. Della band che mi accompagna in questo tour conoscevo bene sia i fiati, che avevano in passato già lavorato con me, e i bravissimi ragazzi della sezione archi. Come già successo in passato, li ho radunati tutti a casa mia un paio di mesi prima della partenza – ho uno spazio grande per le prove – facendoli stare notte e giorno lì con me. Abbiamo suonato tantissimo. Specialmente le hit, volevo preparare molte canzoni per avere la libertà di cambiare la scaletta ogni tanto.

Nonostante qualche canzone in inglese, gran parte di quello che all’estero ascoltano di Zucchero è cantato in italiano. Forse la lingua è una scusa e non un limite per la musica italiana all’estero? Se non è la lingua, allora qual è il problema?
La musica buona non ha nulla a che fare con le lingue, le canzoni possono essere cantate anche in idiomi indecifrabili, se sono buone restano buone. Non vedo problemi. Per riuscire anche all’estero bisogna semplicemente volerlo con tutte le proprie forze, non si scappa. Ma volerlo veramente, ad ogni costp e preparandosi a fare molti sacrifici. Poi ognuno è libero di fare le proprie scelte.

Ti considero una sorta di ambasciatore italiano all’estero, per cui ti chiedo: come sono le relazioni internazionali? Cioè, se WikiLeaks avesse pubblicato i dialoghi tra gli artisti o la critica straniera, che quadro sarebbe emerso della nostra musica?
Grazie per l’ambasciatore, anche se non credo di essere l’unico, ci sono molti artisti italiani che hanno successo a livello internazionale. Personalmente, parlo quindi solo delle mie esperienze, ho ottime relazioni. La nostra musica è comunque molto apprezzata all’estero, basti pensare alla Pausini o a Bocelli. Noi siamo sempre stati il paese della bella musica, fin dai tempi di Modugno, ma anche prima!

Torniamo al Chocabeck World Tour. Ad aprile dicevi di pensare a uno spettacolo in due tempi, il primo dedicato a Chocabeck e il secondo alle hit della tua discografia. Hai poi effettivamente proposto questo tipo di show?
Assolutamente sì. Era un progetto rischioso, ma fin dalla primissima data, il 9 maggio all’Hallenstadium di Zurigo, è stato tutto molto naturale, liscio come l’olio. Il mio pubblico ascolta e canta con me tutte le canzoni nuove, poi ovviamente si scatena ancora di più con le hit, ma ormai ballano anche con E’ un peccato morir o Vedo Nero.

Rispetto alle tue produzioni passate, le canzoni di Chocabeck hanno un sound molto più vicino al folk che al rythm’n’blues e sono arrangiate naturalmente in modo molto diverso. Come hai reso lo show omogeneo?
Nei miei concerti c’è ancora tanto blues e tanto soul. Ripeto, la buona musica, quella che piace davvero alla gente, non ha confini di alcun tipo.

Presentando il tour, dicevi che il pubblico da te vuole qualità, anche acustica. Non dev’essere facile garantirla cambiando location praticamente ogni giorno. Ci riuscite?
Abbiamo una squadra di tecnici, fonici e operatori di primissimo livello e ci siamo riusciti. Da parte nostra credo sia tutto perfetto. Poi naturalmente dipende dalla location, ma se fai un buon lavoro i risultati si vedono. E infatti non abbiamo quasi mai incontrato problemi.

A proposito, in Italia l’acustica è generalmente un problema. Tra location in cui si sente male e limiti imposti al volume (da milanese, penso a San Siro e all’Arena), il pubblico è stanco di pagare per non sentire nulla. Non a caso le vendite di biglietti diminuiscono. Come si risolve il problema? Magari creando spazi esclusivamente dedicati alla musica e non prestando alla musica location pensate per altro? All’estero ci sono!
Questo è uno dei motivi che mi hanno spinto già molti anni fa ad andare ai grandi festival europei oppure a tenere concerti in posti come la Royal Albert Hall di Londra. Purtroppo in Italia le location sono quelle che sono e non si riesce ad avere altro. Poi con il casino di questo periodo, la crisi e tutto il resto, figuriamoci se chi ci governa pensa a questo problema. Per loro la cultura e l’arte vengono sempre per ultime. Sono in fondo alla lista delle cose di cui occuparsi.

Possibile che non ci sia modo di far capire ai nostri governanti che la musica e l’arte in generale sono una risorsa e non un ostacolo alla crescita di questo paese? Ci deve essere, non possiamo e non dobbiamo rassegnarci. Hai qualche idea?
Resto convinto del fatto che solo essendo molto determinati e soprattutto uniti si possa fare pressione. Dobbiamo usare moltissimo il web, i social network, per continuare a difendere, pacificamente ma con fermezza, le nostre idee. Penso ad esempio alla gente che ha occupato il Teatro Valle di Roma, persone straordinarie che tra l’altro ho ospitato all’inizio del mio concerto di luglio all’Olimpico per aiutarli a diffondere il loro messaggio. Insomma, non dobbiamo smettere di crederci e anzi è bene continuare sulla strada dalle iniziative propositive.

Tra giugno e settembre sono sette i concerti all’Arena di Verona. Sei particolarmente affezionato a quella location, immagino proprio per una questione di acustica. Evidentemente 2000 anni fa erano in grado di fare meglio di noi oggi. Te ne accorgi quando il pubblico sente meglio?
Me ne accorgo eccome. L’Arena è appunto un magico posto per l’acustica, non per niente è uno dei templi della lirica. Cantare e suonare lì è tutta un’altra cosa e cerco di tornarci più che posso. Sono stato fortunato con le nuove date di settembre, all’inizio speravamo semplicemente in un solo concerto, dopo i cinque di giugno, poi sono diventati addirittura due. Il 25 e 26 settembre sarà ancora una grande festa, anche perchè proprio il 25 è il mio compleanno.

Dopo aver girato in lungo e in largo Europa e Italia, a novembre comincia la tranche invernale del Chocabeck World Tour. Sarà lo stesso spettacolo o stai pensando a qualcosa di diverso? Magari una nuova scaletta?
La prima parte della tournèe è finita solo il 7 agosto e ora mi sto riposando un po’. Siamo ancora pieni di adrenalina per i cinquanta concerti iniziali, ma siamo anche stravolti dalla fatica, quindi al momento non ho deciso nulla per il tour invernale. Potrebbe anche essere un’idea non cambiare nulla, come si dice “non cambiare la strada vecchia per quella nuova”. Oltretutto prima dei palasport italiani, e dopo Verona, mi aspetta un lungo giro di concerti negli Stati Uniti e in Canada. A settembre in Nord America esce il mio album, è un doppio, con tutta la versione italiana di Chocabeck sul primo disco e quella inglese sul secondo.

I testi della versione inglese li hanno scritti rockstar del calibro di Bono e Iggy Pop. Come li hai “selezionati” – cioè perché proprio loro e non altri? Hanno deciso da soli per quale canzone scrivere le parole o invece hai scelto tu per loro?
I brani li propongo io in base a quello che mi piace e credo possa piacere a loro. Con Bono c’è un feeling musicale speciale (recentemente mi ha mandato un sms in cui diceva “la tua voce sembra una sezione di fiati”) oltre che una grande amicizia, ha già fatto delle cose con me in passato. Gli ho mandato la musica de Il suono della domenica senza testo, gli è piaciuta molto e ha scritto Someone Else’s Tear. La cosa meravigliosa è che c’è molta affinità tra il suo testo e il mio. Iggy Pop era a Los Angeles quando stavamo incidendo, lui ha un rapporto speciale con il mio produttore Don Was, hanno lavorato assieme. Così è venuto a trovarci e ascoltando alcuni brani si è entusiasmato tra gli altri per Chocabeck e Alla fine, che sono diventate rispettivamente Spirit Together e Too Late.

Voglio chiudere sconfinando sul personale. L’impressione che ho di te in questo momento è di un uomo in pace con se stesso, molto più sereno che in passato. Probabilmente è merito del nuovo corso “contadino”, chiamiamolo così. Sbaglio?
Hai ragione, sono in grande armonia con me stesso, mi voglio bene e in tanti me ne vogliono. E’ anche per questo che ho avuto un ottimo raccolto, dopo aver seminato a lungo. Ottimo come sarà quello della mia vendemmia a settembre, quando inizieremo a raccogliere l’uva per il mio vino. Con quella dell’anno scorso abbiamo fatto un rosato che abbiamo chiamato “Chocabeck”. E’ veramente buonissimo.

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