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James Blunt in tour a Milano: «In Italia è sempre festa grande»

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Dopo la pubblicazione del quarto album Moon Landing, James Blunt si sente meglio. Ha finalmente inciso un disco di cui è pienamente soddisfatto, tornando al modo di fare musica che aveva smarrito dopo il fortunato esordio del 2004. A non essere cambiato è il suo amore per l’Italia che, guarda un po’, è un Paese in cui ama suonare e che quest’anno visiterà sia a marzo che d’estate. (Intervista tratta da Onstage Magazine, numero di marzo 2013)

James Blunt non è la classica popstar. Almeno, non la popstar che mi aspettavo di intervistare. Non lascia nulla al caso, ogni sua risposta è intensa e articolata, lontana anni luce dall’essere scontata o prevedibile. Altro che frasi fatte! In più, è anche uno di quelli che sa come non prendersi troppo sul serio, si diverte e diverte, ha la battuta pronta e lascia al suo interlocutore la costante sensazione di avere a che fare con una persona imprevedibile – nel senso positivo del termine. L’ho scoperto durante una stimolante chiacchierata – che è cominciata parlando degli show in Italia, visto che il cantante di Tidworth sarà a Milano poco dopo la metà di marzo e per ben cinque concerti a luglio – e che è proseguita su temi più personali. Probabilmente gli ho telefonato in una giornata particolarmente positiva, ma come lui stesso mi ha raccontato è da un po’ che sta attraversando un periodo felice.

James, quanto ti manchiamo?
Non puoi capirlo! Ho un rapporto strettissimo con l’Italia, a Milano e Roma ho tenuto alcuni dei miei migliori concerti di sempre.

Ok, queste cose però le dicono tutti, come faccio a crederti?
Intanto potresti venirmi a vedere dal vivo, quindi sapere che l’Italia è il Paese europeo che amo di più sia da un punto di vista architettonico che culturale. Avete una tradizione artistica incredibile, la vostra storia mi affascina e credo siate una nazione popolata di persone eccezionali.

In effetti in classifica vai sempre forte da noi.
Vedi che siete eccezionali (risate, ndr)? Scherzi a parte, le tappe italiane sono da sempre tra le più importanti, il pubblico conosce tutte le parole delle canzoni e spesso segue anche le parti strumentali. Le platee più calde sono quelle delle popolazioni latine, ma l’Italia è l’Italia: per me da voi è sempre festa grande.

Anche se adesso porterai in tour un album fatto più per te stesso che per il pubblico. Come la mettiamo?
Non posso negare sia così, in effetti. Con Moon Landing ho voluto chiudere un cerchio perché mi mancava qualcosa, non ero del tutto soddisfatto di quanto prodotto fino a quel momento. Finalmente ho dei brani che sono felice di portare dal vivo perché sono emotivamente intensi. In un certo senso questo lavoro completa quanto fatto con il mio debutto del 2004, Back To Bedlam.

Una cosa alla volta: non eri soddisfatto dei tuoi due dischi precedenti?
Esatto, ora li odio. Fuck them! (risate, ndr) Quel che voglio dire è che non sentivo di aver soddisfatto in pieno le mie necessità espressive. Ogni mio disco corrisponde a una parte importante della mia vita: il primo rappresentava l’era dell’innocenza, il mio sbarco nel music business, nel modo più onesto e trasparente possibile. Il successo che ne è seguito mi ha fatto uscire rapidamente dall’underground e portato nel cosiddetto “mainstream”. Sono stato travolto da alcune cose che non avevo mai cercato, come ricchezza e fama, che non sono facili da gestire, specialmente se arrivano senza preavviso.

Quindi hai fatto i lavori successivi a Back To Bedlam col pilota automatico?
No assolutamente. Semplicemente ero molto più attento a ciò che i miei fan volevano ascoltare piuttosto che a quello che volevo dire. All The Lost Souls, nel 2007, è uscito durante uno dei periodi più difficili della mia vita, vedevo solo cose negative e la tristezza dominava le mie giornate; il disco non è stato granché apprezzato e i singoli non erano forti. Tre anni dopo è arrivato Some Kind Of Trouble, in un momento di grande felicità e divertimento, ma anche in questo caso non mi sono sentito libero al 100% di lasciarmi andare, di fare in modo che le canzoni rappresentassero pienamente i miei stati d’animo. Sapevo di dover pubblicare per forza il singolo giusto, di dover fare il lancio perfetto per le radio, con un certo minutaggio, sapevo inoltre di non dover osare troppo con gli arrangiamenti e che avrei dovuto considerare molte cose nei testi che scrivevo. Insomma non potevo abbandonarmi del tutto alla musica.

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