Interviste

John Taylor, esce la biografia: «Sapevo che i Duran Duran ce l'avrebbero fatta»

John Taylor Nel ritmo del piacereSembra incredibile, ma di questi tempi molte strade del pop portano ai Duran Duran. Il fenomeno giovanile più osannato degli anni 80 è saccheggiato nei suoni delle nuove indie band, nelle cover dei talent show, nelle sfilate di moda. Anche i nuovi teen idol ne ripercorrono le tracce: un passaggio a Sanremo, l’istant book di turno (Ho abbracciato i One Direction) che fa il verso al mitologico Sposerò Simon Le Bon. Pur essendo lontani dalla Duranmania, la band inglese è reduce da un tour mondiale di 2 anni che ha seguito la pubblicazione del loro 13esimo album All You Need Is Now. La storia continua. Per raccontare tutto questo dall’interno, il bassista e fondatore della band John Taylor ha scritto un libro autobiografico che è diventato best seller in America secondo la classifica del New York Times. In Italia è uscito a fine novembre per Arcana (Nel ritmo del piacere – Amore, morte e Duran Duran) e Taylor è venuto a parlarne a Milano.
Ecco cosa ci ha raccontato.

A chi è venuta in mente l’idea dell’autobiografia?
Negli ultimi anni ho scritto molto per il sito della band, è una cosa che mi piace fare. Quando è morto mio padre tre anni fa, poi, ho venduto la casa dove sono cresciuto a Birmingham e si è chiuso un capitolo. Ma in quel momento ho pensato che con quella chiusura c’era una storia che valeva la pena scrivere, volevo in un certo senso omaggiare le mia origini, i miei genitori. E così ho iniziato a scrivere, prima che un agente mi approcciasse con l’idea del libro. Sono tutti molto pratici nell’editoria, dopo il successo del libro di Keith Richards mi hanno detto: o lo fai ora o mai più.

Leggendo il libro si ha la sensazione che fondare i Duran Duran sia stato come fondare una nuova famiglia.
Sono stato sempre molto in contatto con i mia genitori, anche quando ci ha travolto il successo. Ho ritrovato cartoline che spedivo dai primi tour, da questi posti fantastici che vedevo per la prima volta e volevo condividere quella meraviglia con chi era rimasto a casa. Ma stesso tempo, passando molto tempo con gli altri della band e i due manager che ci fecero il contratto quando iniziammo, avevo la sensazione che i Duran Duran fossero un team vincente, ed ero pronto per un viaggio nuovo da fare con questa nuova gang di persone che conoscevo da poco.

Nella band il tuo solo amico di infanzia era Nick Rhodes.
Sì e con lui ho condiviso tutto. Pensavamo già in grande anche prima di diventare famosi. Siamo partiti in un periodo, la fine degli anni 70, quando era molto normale per dei giovani prendere delle decisioni autonome, essere individualisti. Pensavamo solo a come sfondare, a come allontanarci dalla routine di un lavoro d’ufficio, visto che entrambi non volevamo più andare a scuola. Sembrava tutto fattibile.

E siete diventati non solo degli idoli, ma dei modelli per un’intera generazione. Che effetto faceva?
Non ce ne accorgevamo perché quando sei giovane non ci pensi. In tutti i miei 20 anni sono stato a girare il mondo come una trottola, non c’è stato tempo di pensare fin quando non ho deciso di diventare sobrio, negli anni 90, dopo i 30 anni.

Ti sei mai chiesto la ragione dello straordinario successo riscosso in Italia?
Le cose da voi sono esplose quando nel resto del mondo i nostri dischi iniziavano ad avere vita più difficile. Con Notorious c’è stata una vera impennata in Italia e abbiamo fatto quel tour negli stadi nel 1987 memorabile. C’era più attenzione per i Duran nella formazione a tre elementi che per i primi Duran a 5. Abbiamo suonato a San Siro quando erano poche le band che venivano a fare concerti qui in Italia. Prima di allora ci avevano sempre detto che era un mercato che ancora doveva svilupparsi, ma una volta che ci siamo sentiti accolti, siamo rimasti nel cuore del pubblico.

Oggi vivi in California, com’ è la tua vita lì?
C’è molta apertura mentale in California, sono fortunato ad esserci capitato. È una vita di relazioni, di spiritualità, molto varia e mi piace. La California favorisce tutto questo.

Hai detto che sulla reunion dei Duran Duran avresti potuto scrivere un libro a parte, perché?
Perché è stato un processo complicato, c’è stato tanto da affrontare una volta che abbiamo rimesso in piedi la line-up originale 10 anni fa. Pensavamo fosse meno semplice invece è diventata divertente col tempo. Ci son voluti 3 dischi per arrivare a farne uno che ci piacesse completamente, All You Need Is Now con Mark Ronson. Per questo l’abbiamo richiamato per il prossimo che inizieremo a incidere nella primavera del 2013.

Pensi con ambizione al futuro o credi di avere già un posto nella storia della musica?
Non ci penso proprio. Voglio ancora oggi che il prossimo disco sia il migliore che abbiamo mai fatto ed è questa la ragione per la quale siamo ancora in giro. Non credo stia a noi decidere se abbiamo un posto nella storia, anche se so che in alto ci sono artisti di altro calibro, penso a gente come David Bowie.

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